Era tutto apparecchiato, ieri notte, per qualcosa di leggendario. C’era Kobe, e chi se non lui; c’era lo scenario, Philadelphia, pronta a trasformare tutti i consueti fischi riservati al Mamba in questi anni in applausi. C’erano Doctor J e Gregg Downer, allenatore ai tempi di Lower Marion, e la sua 24 dell’epoca ritirata dalla High School.
Scott, da bravo scudiero, aveva messo il carico con un piano di gioco che nel primo quarto è sembrato molto chiaro: dare la palla a Kobe e togliersi dai piedi. L’ex numero 4 dei Lakers, nonché compagno del giovane Mamba, è sempre stato chiaro al riguardo: “Lakers will live or die by Kobe Bryant‘s shooting”
E come biasimarlo. Quando sei legato troppo a qualcuno, oltre all’amore e alla venerazione scattano il rispetto e la gratitudine. Glielo devi, insomma. Indipendentemente dal risultato finale, che potrà essere anche disastroso come il 7% di qualche notte fa, ma cambia il giusto, perché l’amore, il rispetto e la gratitudine,a certe persone vanno date senza condizioni. Ogni pallone recapitato nelle mani del Mamba era un ‘grazie’, da parte della dirigenza, da parte del suo allenatore ed ex compagno, da parte nostra.
E, magicamente, all’inizio il piano sembrava andare alla perfezione. Primi 4 tiri, 3 solo retina per i primi nove punti della partita. Ha lottato come una tigre per dimostrare a tutti che il fisico avrà pure bussato forte alla porta della ragione, ma, almeno per questa partita, nessuno avrebbe aperto. A sprazzi è sembrato di vedere il Kobe di un tempo: isolamenti, tiri senza senso che entravano. Tanto che Scott riassumerà le sue impressioni di quei momenti con “Era magnifico e speravo continuasse così,” e ancora, “Speravo fosse solo il preludio di quello che stava per succedere.”. Qualcuno (eccomi) sperava in un cinquantello, condito da gensto dell’ombrello e maglietta da tirar fuori con dedica ad Espn, che in questi anni non ha fatto altro che demonizzare, quasi, il Kobe uomo, e a ridicolizzare il giocatore. Anyway, Respect, KD! Alla fine i punti saranno solo 20, 7-26 dal campo, di cui 4 su 17 dall’arco. Non una partita esaltante, numeri alla mano, insomma, ma come direbbe l’Avvocato “i numeri lo offendono“.
A peggiorare la situazione, sempre per tornare ai freddi numeri, ci si è messo il risultato finale che chiama 91-103 per i padroni di casa. Prima partita stagionale vinta. Ma non pensate che le ovazioni finali al Wells Fargo Center, che gli applausi e qualche lacrima siano da attribuire a questo. Nemmeno uno
Il rapporto fra Bryant e Phila non è mai stato dei più idilliaci ma come dirà il Nostro nel post-gara: “I fischi ti insegnano ad avere una pelle dura“. Dichiarazioni che vanno a braccetto con quelle del pre-gara “Quando ero al liceo sognavo di essere un Sixer“.
Nel più classico degli “Odi et amo”, quindi, sembra venir fuori il finale perfetto per sugellare un rapporto che non ha bisogno di essere per forza felice, perché è troppo vero e viscerale per piegarsi alle convenzioni: “There’s no place like Home!“
Ultimo tango a Philadelphia
869
articolo precedente

