L’autunno di una carriera traccia un segno profondo nell’io interiore dell’uomo prima che del giocatore. Il momento in cui percepisci, tuo malgrado, che la capacità di far strabuzzare gli occhi dell’intero pianeta con le tue evoluzioni balistiche viene pian piano meno. Il fisico e l’atletismo si lasciano inesorabilmente alle spalle gran parte di quel che ha reso il basket il comune denominatore della tua vita, scaricando l’intero ammontare delle responsabilità alla classe e alla personalità, le uniche armi immuni al trascorrere del tempo.
Nell’avvicendarsi di quest’epoca sportiva c’è tutto il melodramma di Kobe Bryant, competitore, stacanovista, divisore, trascinatore, empatico, antipatico e tutta una serie di aggettivi che hanno provato, negli anni, ad etichettarne l’inimitabile modus vivendi, alla stregua di tante variabili che orbitano attorno ad un’unica, indissolubile costante; l’inesauribile voglia di vincere. Una qualità che lo ha contraddistinto fin da quando, in tenera età, girava lo stivale al seguito di papà JellyBean tra Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Quell’ardore non ha mai abbandonato lo sguardo di Kobe, lo ha trascinato fuori dalle difficoltà e gli ha dato la forza di ricominciare anche quando la vita ha fatto le veci del campo da basket nel sottoporlo alle prove più dure. Ad esempio quando, tra il 2003 e il 2004, si calò nei panni dell’imputato poichè accusato di stupro, e fu proprio quell’ardore a permettergli di presentarsi ogni volta davanti al giudice per poi, a distanza di qualche ora, scaricare la rabbia “squarantellando” ai danni del malcapitato avversario di turno. Fù sempre per merito di quell’ardore che, nell’epoca post Shaq e post three peat, durante la quale passò da “The Diesel” a Chris Mihm e Kwame Brown, la rabbia che provò funse da monito per la famiglia Buss che negli anni successivi gli ricamò intorno un’altra squadra da titolo.
Oggi quella rabbia sta lasciando progressivamente spazio alla frustrazione. Kobe non punta più il dito, come ha già fatto in passato, contro l’attuale deficitaria versione dei Lakers, ma contro se stesso. “Mi sento il duecentesimo giocatore di questa lega – la sua dichiarazione alla NBCsports al termine della sfida contro i Mavericks chiusa con un 3/12 dal campo – “I compagni mi hanno ben assistito e messo in condizione di segnare, ma io ho fallito ripetutamente. Il mio compito è quello di fare canestro, ma in questo momento non riesco a segnare con continuità”.
La carta d’identità non guarda in faccia a nessuno, Bryant ha 37 primavere sulle spalle e viene da un’infortunio che lo ha tenuto per parecchio lontano dai giochi, e vederlo tornare ai suoi livelli come se nulla fosse avrebbe fatto gridare al miracolo fedeli e miscredenti. Il suo gioco si è affinato ed è mutato negli anni, il venire meno dell’esplosività ha riposto nei polpastrelli ciò che il fisico non poteva e non può più garantire, con una mole maggiore di conclusioni da fuori a discapito di quegli isolamenti che in tante occasioni hanno cambiato il destino dei Lakers.
Nel trascorrere della sua epopea in maglia gialloviola abbiamo imparato a conoscerlo, e sappiamo con ragione come la frustrazione attuale non sia unicamente dovuta alle sue prestazioni in campo, ma anche alla debolezza di un roster che molto probabilmente non raggiungerà nemmeno la post season, con il suo esoso contratto sullo sfondo a limitare le operazioni in entrata della proprietà (questa stagione percepirà $25 milioni). La straordinaria carriera della stella dei Lakers sembrerebbe dunque destinata ad un capolinea privo di nuovi anelli, quell’agognato sesto titolo che porterebbe in dote la magia di un congedo dai campi in pace col mondo.
Ma mai scommettere contro Kobe Bryant, la sua storia insegna che a farlo ci si rimedia soltanto il funesto morso del Mamba…
Per NBA Passion,
Mauro Manca

