Zona Nuggets, momento di forma assoluta, chiamatela come volete, ma la squadra proveniente dal Colorado sembra non volersi fermare più e puntare a quel, forse insperato, ottavo posto valido per i playoff. Tre vittorie nelle ultime quattro, tutte con un solo possesso di vantaggio: di 3 contro gli Hornets, di 2 contro i Warriors e, questa notte (in mezzo la sconfitta di 3 contro gli Heat), di 3 contro gli Indiana Pacers. Per battere la squadra di Vogel, i Nuggets hanno dovuto tirar fuori un quarto quarto fuori da ogni logica: 45 a 35. Numeri folli. Per la franchigia del Colorado infatti è un record: mai nella sua storia in NBA i Denver Nuggets erano riusciti a rimontare una partita segnando 45 o più punti nell’ultimo quarto. L‘eroe di giornata è Will Barton, uno che in questo 2016 sembrava aver un attimo abbassato il rendimento, mettendo a rischio la candidatura a Most Improved Player di questa stagione. 15 punti nell’ultimo quarto, che condiscono la sua prestazione da 21 punti (in standard con la sua stagione). Barton e il Gallo (top scorer per i Nuggets con 23 punti), oltre a firmare il record per la squadra di Denver, lo firmano anche per la squadra di Vogel: gli Indiana Pacers erano 25 anni che non perdevano nei tempi regolamentari segnando almeno 125 punti. Era il 1990, ed allora furono i Boston Celtics di Larry Bird che vinsero 132 a 152.
Larry Bird
A Indianapolis la stagione 2015-2016 la si può considerare come la prima di una nuova era, abbandonato il progetto che ha portato Indiana alle finali della Eastern Conference nel 2013 e nel 2014 il proprietario Larry Bird ha voluto fortemente un cambio di stile adattandosi alle ultime tendenze della Lega: tolti i giocatori statici, sostituiti con giocatori più dinamici, così si potrebbe riassumere la rivoluzione in casa Pacers.
Arrivati a metà stagione è giunto il momento di trarre le prime conclusioni:
RECORD 22-19 (53.7%)
La stagione non inizia nel migliore dei modi con 3 sconfitte in altrettante gare nel mese di ottobre, ma già nel mese di novembre scatta qualcosa: 11 vittorie a fronte di soltanto 2 sconfitte, rimediate tra l’altro contro 2 top team (Cleveland Cavaliers e Chicago Bulls). Quest’esplosione non è frutto di un gran lavoro di squadra, ma va ricercata più che altro nelle prestazioni aliene di Paul George che viene anche eletto Eastern Conference Player of the Month con le mostruose medie di 27.2 punti, 8.1 rimbalzi, 4.4 assists, 1.6 steal tirando con il 47.7% dal campo e il 49.5% da 3 punti.
A dicembre PG torna sulla terra e ricomincia a giocare da umano, a dir la verità un pò sotto le aspettative, e per la truppa di Vogel iniziano a venire a galla i problemi: tornano i fantasmi di inizio stagione in cui la squadra si perde completamente nei momenti chiave e la difesa spesso lascia a desiderare.
L’innesto più importante, Monta Ellis, fa invece il percorso inverso: dopo il periodo di adattamento (non senza difficoltà) dei primi mesi, a dicembre riesce a imporsi come uomo di punta complice anche il calo di George.
Le prime uscite del nuovo anno ci regalano finalmente una coppia Ellis-George in sintonia, con il primo perfettamente a suo agio in cabina di regia e il secondo che ricomincia a giocare sulla falsa riga di novembre, ma questo non basta: contro i Miami Heat, Houston Rockets, Boston Celtics e Denver Nuggets Indiana crolla inesorabilmente nei minuti finali dopo aver messo ipoteticamente le vittorie in cassaforte. Questi continui e inspiegabili cali di concentrazione stanno minando l’andamento della stagione relegando la squadra di Indianapolis ad una scomoda settima posizione a parimerito con i Boston Celtics in una ritrovata e competitiva Eastern Conference, dopo essere stata per molte settimane nella top 3.
Il peggioramento non è passato inosservato alla dirigenza ma soprattutto ai tifosi, che chiedono a gran voce una trade per portare in Indiana qualche rinforzo.
Analizzando le statistiche possiamo vedere come gli Indiana Pacers, nonostante il cambio di stile di gioco, restano una delle difese migliori della Lega (cali di concentrazione a parte): sono al quarto posto per Difensive Rating (punti subiti per 100 possessi) e al quarto per il numero di palle rubate. Se Anche la panchina sta avendo un forte impatto, è una delle più proficue nonostante le cortissime rotazioni di coach Vogel.
Mentre è la fase offensiva a creare più grattacapi: molti giocatori facevano parte dei ‘vecchi Pacers’ e hanno avuto non poche difficoltà ad assimilare i nuovi schemi, mentre i giocatori nuovi (Ellis soprattutto) inizialmente si è ritrovato spaesato in un attacco in cui nessuno sapeva bene cosa fare, ovviamente situazione che è andata a migliorare con il passare delle partite.
Possiamo dire che la nuova squadra di Larry Bird fino ad ora ha mostrato uno stile di gioco ibrido: più veloce, più palle rubate (e anche perse), più tiro dall’arco e meno post basso, ma nei momenti di difficoltà continua ad affidarsi ai più collaudati schemi classici, troppo radicati nello spirito di questo roster per farne a meno.
A inizio stagione gli Indiana Pacers erano dati fuori dai Playoffs, quindi a metà stagione sono leggermente sopra le previsioni; l’exploit di novembre ha senza dubbio fatto sognare i fans e ha contribuito ad aumentare pressione ed aspettative intorno ad una squadra che, non dimentichiamoci, è al primo anno di una nuova era.
Il futuro non può che essere roseo in Indiana: con un Paul George tornato più forte che mai, con un Monta Ellis che sta vivendo una seconda giovinezza e con un Myles Turner in costante crescita (nonostante l’infortunio) le basi per puntare in alto ci sono tutte.
Regular season: Boston Celtics @ Seattle Supersonics
Parità a pochi secondi dalla fine dei tempi regolamentari.
Larry Bird viene preso in marcatura da Xavier McDaniel, che lo aveva marcato per tutta la partita. Lo guarda e gli dice: “Qui è dove tra poco prenderò palla e ti segnerò un canestro in faccia”
La risposta di McDaniel fu: “Lo so e ti sto aspettando”
I Celtics rimettono in gioco il pallone dopo il timeout, e dopo 2 tagli lungo la linea di fondo, la palla arriva a Bird nell’esatto punto che aveva indicato a McDaniel. Prende palla, si gira, canestro in allontanamento, proprio da quella posizione, in faccia a McDaniel. Bird lo guarda ed esclama: “Ca**o, non era mia intenzione lasciare 2 secondi sul cronometro”
Qualche anno dopo, ricordando quest’episodio, McDaniel rivelerà un piccolo dettaglio: “Dopo questa giocata i Sonics chiamarono un timeout e io mi diressi verso la panchina con la testa abbassata ma con un sorriso amaro sulla bocca. Stavo pensando “Dannazione, in tutti i modi ma non così. Non come aveva detto lui”
Take Apart: Reggie Miller, il primo esile tiratore in un epoca di muscoli sotto canestro
di Morgan Sala
Scritto da Morgan Sala
Madison Square Garden, New York.
Secondo turno dei Playoff 1995: 105-99 per i Knicks con 18.7 secondi alla sirena. Rimessa in attacco degli Indiana Pacers direttamente in mano al numero 31 della squadra: nemmeno un palleggio, tiro da tre e solo rete. Indiana pressa la rimessa dal fondo e lo stesso giocatore recupera la palla e, con il sangue freddo da vero killer, palleggia fuori dalla linea dei tre punti e tira, solo rete. Di nuovo.
I Knicks vanno in crisi: guadagnano 2 tiri liberi, li sbagliano entrambi ma soprattutto commettono fallo sul rimbalzo del numero 31 (ancora lui!) che va a sua volta in lunetta. Indovinate? Solo rete, 2 volte!
New York butta via l’ultimo possesso e i Pacers si portano a casa il successo, quella guardia esile ha segnato 8 punti in 8.9 secondi, ribaltando il risultato di una delle più rocambolesche partite di playoff di sempre.
La banda allenata da Larry Brown vincerà partita e serie, ma perderà in sette gare contro gli Orlando Magic non riuscendo ad accedere alla finalissima.
Riverside, California.
24 agosto 1965: in un ospedale di una cittadina nei pressi di Los Angeles nasce il piccolo Reginald ‘Reggie’ Wayne Miller. I medici si rendono subito conto della gracilità del bambino e avvisano la madre Carrie ed il padre Saul che il loro figlio sarà costretto a molte difficoltà nei suoi primi anni di vita: scongiurata l’ipotesi di un invadente operazione chirurgica per rinforzare gambe e caviglie, i medici obbligano il piccolo Reggie a portare dei sostegni alle gambe vietandogli qualsiasi tipo di attività fisica.
Nonostante questo all’età di 5 anni decide di iniziare ad allenarsi con le sue sorelle e ,dopo qualche tempo i muscoli delle sue gambe riescono a sorreggerlo, anche senza l’utilizzo dei sostegni. Abbiamo parlato delle sue sorelle, già perchè i Miller sono una famiglia di sportivi: un suo fratello gioca a baseball (arrivando poi anche a giocare in Major League), una sua sorella gioca a volley e sua sorella Cheryl gioca a basket e arriverà a vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1984 diventando una delle più forti cestiste del mondo.
E’ proprio da Cheryl che il giovane Reggie prende l’amore per la palla a spicchi, allenandosi sempre insieme con delle sfide al campetto che contribuiscono a rafforzare fisicamente e mentalmente il ragazzo. Un curioso aneddoto risale ai tempi dell’High School. Reggie stava tornando a casa in auto con il padre e la sorella, era contentissimo perchè aveva appena segnato 39 punti e aveva fatto vincere la sua squadra ma si sentì dire da suo padre: “Non male! Ma prova a chiedere a tua sorella quanti punti ha segnato nella sua partita!”. Lei ne aveva appena segnati 105, centocinque.
Un bambino normale si sarebbe sentito umiliato e avrebbe lasciato perdere quel gioco che tanto amava, ma non lui. Episodi come quelli erano degli stimoli per continuare a rincorrere il sogno di giocare nei palazzetti che vedeva la sera in televisione, e il primo passo per arrivare all’obiettivo si chiamava UCLA: nonostante l’iniziale scetticismo causato dal fisico gracile, Reggie Miller si guadagna lo status di star locale e dopo 4 anni diventa il secondo miglior realizzatore del college californiano, davanti a lui soltanto un certo Kareem Abdul-Jabbar.
Ce l’aveva fatta, con quei numeri si sarebbe sicuramente guadagnato una chiamata al draft e così fu:
“with the eleventh pick in 1984 NBA Draft, the Indiana Pacers select: Reggie Miller, from UCLA“.
Avrebbe giocato in Indiana. Li la pallacanestro è più che uno sport: è una religione. Riuscire ad affermarsi in questo stato con la maglia dei Pacers non sarebbe stato facile, soprattutto se tutti i tifosi avrebbero voluto l’idolo locale Steve Ford al suo posto. Ma già nella sua prima annata riesce a far ricredere i supporter polverizzando il record di triple per un rookie che apparteneva a Larry Bird. Chiude la stagione con 10 punti, 2.3 rimbalzi e 1.6 assist con il 48,8% dal campo e il 35,5% da 3. Medie e soprattutto percentuali di tutto rispetto.
Il gracile ragazzetto californiano diventa così il pilastro portante degli Indiana Pacers negli infernali anni ’90, quando la lega vive uno dei suoi migliori momenti, se non il migliore, avendo in campo una quantità di talenti mai vista prima: Michael Jordan, Hakeem Olajuwon, Shaquille O’Neal, Pat Ewing, Stockton & Malone, Sir Charles Barkley, David Robinson sono solo alcuni dei giocatori con cui Miller ha a che fare in quegli anni.
Non è certo tipo da farsi intimidire e riesce a portare la squadra ai playoff per ben 16 volte, arrivando vicinissimo alla conquista dell’anello nella stagione 1999/2000, quando guida i suoi alle prime NBA Finals della storia della franchigia, vinte poi di Los Angeles Lakers di O’Neal e Kobe Bryant.
Entreranno nella storia le epiche battaglie contro i New York Knicks, di cui sopra abbiamo riportato uno degli episodi più eclatanti, alimentate anche dalla faida che nasce tra Reggie ed il tifoso N°1 della Grande Mela: Spike Lee.
Già perchè Miller non è diventato famoso soltanto per le ottime prestazioni sul campo: è stato anche uno dei più grandi trash-talker della storia.
Sempre Madison Square Garden, ma questa volta è il 1994 e siamo alle Eastern Conference Final che vedono Indiana e New York ferme sul 2-2.
Alla fine del 3° quarto i Knicks sono in vantaggio di quasi 20 punti e Spike Lee, che è seduto rigorosamente a bordo campo, inizia a sbeffeggiare il numero 31 avversario. Reggie era abituato al trash talking tra giocatori ma era la prima volta che si trovava nella situazione in cui era un tifoso ad istigarlo, Lee diventa come un sesto uomo in campo capace di entrare nella testa degli avversari.
Ma non in quella di Miller: fino a quel momento aveva segnato 15 punti, a fine partita il tabellone dice 39: 5/5 dalla lunga distanza, partita portata a casa, serie portata in vantaggio ma soprattutto Spike Lee finalmente zittito, è questo l’episodio in cui viene coniato il termine ‘It’s Miller Time’.
Killer-Miller è stato, ed è tutt’ora, l’immagine degli Indiana Pacers. Resta l’amaro in bocca per non averlo visto mai sollevare il Larry O’Brien Trophy, cosa che accomuna anche molti dei suoi colleghi dell’epoca costretti ad arrendersi allo strapotere del numero 23 di Chicago.
Si ritira dal basket giocato nel 2005 anno in cui ha l’onore di vedere issato il banner con il proprio nome e numero sul soffitto della allora Conseco Fieldhouse Arena, unica vera leggenda degli Indiana Pacers dai tempi della ABA. Nel 2012 viene inserito nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame.
A seguito trovate un immagine in cui vengono illustrati i più importanti traguardi raggiunti da Reggie Miller.

All Star Game a Dallas, in Texas.
1986, prima edizione dell’NBA Three-point Shootout
A contendersi il premio sono Dale Ellis, dei Mavs, Sleepy Floyd, dei Warriors, Craig Hodges dei Bucks, Kyle Macy Phoenix Suns, Trent Tucker Knicks, Leon Wood dei Sixers e Larry Bird. Dei Celtics.
Mentre tutti erano molto nervosi, Larry si scaldava in tranquillità assoluta, senza dire una parola a nessuno e guardando i suoi avversari. Ad un certo punto rompe gli induci e fa sentire la sua voce agli avversari: “Sto cercando di capire chi arriverà secondo”.
Inutile dire chi vinse quella gara.
Nella sfida a squadre Est contro Ovest, Larry mise a referto anche 23 punti, secondo miglior marcatore dietro ad Isiah Thomas (MVP della partita)
Boston Celtics sesti ad Est dopo la vittoria a Charlotte con gli Hornets. Lavoro di Stevens sulla squadra pazzesco: 14 vittorie, 10 sconfitte, vita resa difficile ai Warriors, 2 gare dai Cavs leader ad Est, il tutto con una squadra che gioca da squadra.
Giocatore fondamentale? Isaiah Thomas
21 punti, 13 assist. Toccata quota 500 punti, con 161 assist in questa stagione: è il primo giocatore dei CS a scomodare Larry Bird con questi numeri in meni di 25 gare in una stagione con 500 punti e 150 o più assist.
Denver NuggetsIndiana PacersMercato NBA, ultime notizie su scambi e trattativeNBA, National Basketball Association
Pacers, quel sogno proibito chiamato Kenneth Faried
di Morgan Sala
Scritto da Morgan Sala
Gli Indiana Pacers si sono presentati ai blocchi di partenza della stagione 2015/16 con un roster rivoluzionato ed un nuovo sistema di gioco: senza Hibbert, West e Scola, il proprietario Larry Bird ha preteso un stile di gioco più improntato sulla velocità: l’ormai famoso small-ball.
Il neo arrivato Jordan Hill, Ian Mahinmi ed il rookie Myles Turner sono gli unici lunghi a roster e l’assenza dei giocatori sopracitati si è sentita quando, fin dalle prime uscite di questa stagione, sono emerse delle difficoltà: se in fase offensiva ci sono stati lievi miglioramenti lo stesso non si può dire per la fase difensiva dove si sente la mancanza di un lungo dominante e presenza a rimbalzo.
Il problema si accentua quando i Pacers affrontano squadre che utilizzano un sistema di gioco più classico con 2 lunghi “veri” in campo (per esempio i Memphis Grizzlies con Zach Randolph e Marc Gasol) e questa è una cosa che non va bene se Paul George e soci voglio davvero puntare ai playoffs.
Nessuno sa cosa passa nella testa di Larry Bird, se voglia portare qualche lungo di spessore a Indianapolis oppure no. Sono state fatte e si continuano a fare molte ipotesi ma la più interessante secondo noi è quella proposta da Grant Asfeth di Vavel.com:
Kenneth “the Manimal” Faried.
Il lungo proveniente dal New Jersey è dotato di un atletismo quasi imbarazzante, detiene il record di rimbalzi catturati in NCAA (1673), è un buon rim protector (1 stoppata di media in questa stagione) e si adatta perfettamente al sistema di gioco dei Pacers.
Lo scenario che si aprirebbe non sarebbe così poi surreale come si potrebbe pensare, e vi spieghiamo il perchè:
Indiana Pacers: Kenneth Faried
Denver Nuggets: Chase Budinger/Solomon Hill + Lavoy Allen + 2016 1st round pick
Denver è ormai in piena ricostruzione con il nostro Danilo Gallinari scelto dalla dirigenza come pilastro intorno a cui costruire il futuro della squadra, per questo motivo la scelta al primo turno al Draft 2016 di Indiana farebbe certamente comodo, così come uno tra Budinger e S.Hill che sarebbero dei buoni rimpiazzi per Wilson Chandler (fuori tutta la stagione per infortunio). Lavoy Allen infine potrebbe assumere lo stesso ruolo che ha tutt’ora oppure diventare una pedina di scambio per un ulteriore trade.
Dall’altra parte Indiana cedendo la pick rinuncerebbe ad un rookie ma, data la presenza a roster di Myles Turner, Joe Young, Glenn Robinson III e Rakeem Christamas (D-League), potremmo dire che di buoni giocatori in prospettiva futura ce ne sono già abbastanza.
Chase Budinger ha un solo anno di contratto ($5.00 milioni) quindi potrebbe essere lui il prescelto in caso di trade in modo da non perderlo senza nulla in cambio nella prossima free-agency, in alternativa c’è Solomon Hill: scelto al Draft 2013 con la 23esima chiamata, dopo aver avuto a disposizione molti minuti la scorsa stagione non ha mai fatto il salto di qualità aspettato e quest’anno è finito in fondo alle rotazioni.
Lavoy Allen così come S.Hill non ha mai fatto il definitivo salto di qualità e non riesce ad essere costante con le prestazioni, probabilmente Bird lo includerebbe nella trade senza troppi rimpianti.
Coach Frank Vogel avrebbe a disposizione questo ipotetico quintetto in grado di lottare per i primi posti della Eastern Conference ed essere una micidiale mina vagante in ottica PO:
PG – George Hill / Joe Young / Rodney Stuckey
SG – Monta Ellis / Rodney Stuckey / Glenn Robinson III
SF – Paul George / C.J. Miles / Glenn Robinson III (e uno tra Budinger e S.Hill)
PF – Kenneth Faried / Paul George / Jordan Hill
C – Ian Mahinmi / Myles Turner / Jordan Hill
Questa è solo un analisi di un’ipotesi (interesantissima) di mercato, ad oggi non c’è nessuna voce ufficiale che avvicini Kenneth Faried agli Indiana Pacers.
E’ il 1994 quando Gleen ‘the Big Dog’ Robinson viene selezionato come prima scelta assoluta al Draft dai Milwaukee Bucks dopo due stagioni stratosferiche a Purdue, in cui domina con medie di oltre 30 punti e 10 rimbalzi a partita.
Ma per lui, in quell’anno speciale, le soddisfazioni sportive non sono le uniche: l’8 gennaio 1994 viene alla luce il suo primogenito.
Il bambino nacque prematuro e passò i suoi primi due mesi di vita in ospedale, i medici dissero che ci sarebbe stata la possibilità che il piccolo avrebbe potuto avere problemi con lo sviluppo, ma cosi non fu.
Glenn Robinson III all’età di soli 3 anni incominciò a giocare con la palla a spicchi e successivamente, dopo una parentesi come giocatore di football, venne inserito nella squadra di basket della sua high school.
Quel periodo per il giovane Glenn fu molto duro: pur essendo un buon giocatore non aveva ereditato il talento cristallino del padre, e questo non faceva altro che alimentare le critiche nei suoi confronti.
Nonostante tutto riesce comunque a continuare la sua carriera cestistica andando alla University of Michigan.
Rimane nei Wolverines per due anni, migliorando non di poco il suo gioco e ottenendo ottimi risultati sia personali che di squadra.
Nel 2014 si rende eleggibile al Draft NBA convinto di essere selezionato al primo turno, ma purtroppo per lui viene selezionato solamente con la 41^ chiamata dai Minnesota Timberwolves.
Fa il suo debutto con i professionisti in una partita di preseason proprio contro gli Indiana Pacers, suscitando la curiosità di Larry Bird che si annota il suo nome sul suo personale taccuino.
La stagione non continua nel migliore dei modi: gioca solamente 25 partite in maglia T’wolves prima di essere tagliato a Marzo 2015. Due giorni dopo i Philadelphia 76ers decidono di firmarlo e Robinson III gioca solo 10 partite ma registrando il suo career-high di 10 punti, 8 rimbalzi e 3 assist.
Il suo contratto con i 76ers scade e si ritrova nuovamente a piedi, gioca la Summer League con Atlanta e riesce di nuovo a mettersi in mostra.
Larry Bird, che nel frattempo sta dando un nuovo look ai suoi Pacers, tira fuori il suo taccuino dove c’è annotato il nome di Glenn Robinson III e decide di offrirgli un contratto triennale (parzialmente garantito). Ovviamente il figlio d’arte firma senza pensarci due volte.
In queste ultime settimane, durante la Summer League, Robinson III sta giocando il suo miglior basket di sempre con medie di 11,2 punti tirando con il 56% dal campo, da sottolineare che il 54% dei suoi tentativi sono da tre punti, è il giocatore di Indiana che sta giocando di più con 23 minuti a partita. Ha colpito anche il 13/15 ai tiri liberi e meno di una palla persa di media a partita.
Negli spogliatoi sono tutti entusiasti e l’insider Mark Monteith ha riportato al riguardo alcune dichiarazioni fatte dai suoi teammates.
George Hill: ” Amo quel ragazzo. Non solo perchè come me è nato in Indiana. Ora sta giocando molto bene, scatta bene e difende anche bene. Ha un sacco di iniziativa. E ‘ancora giovane e sta ancora imparando ma, per gli anni a venire, può essere una grande risorsa per noi. “
Paul George: ” Mi piace il ragazzo. Ho passato tutta l’estate con lui. Era completamente diverso quando è arrivato, ora è sulla strada giusta per diventare un buon giocatore, un buonissimo giocatore.
Amo come sta giocando, avrà un grande futuro e ce l’avrà molto presto.”
Coach Frank Vogel: “All’inizio del training camp ero convinto di far giocare Glenn in D-League per qualche tempo. Ma quello che ha mostrato nel mese di settembre mi ha molto, molto impressionato. Credo che se continuerà a progredire avrà un posto nelle rotazioni. Ha un atteggiamento da grande, e ha tutti gli strumenti fisici per essere una steal. “
A questo punto il suo destino è solo ed esclusivamente nelle sue mani.
Per NBA Passion,
Morgan Sala
Record: 41 – 41
I Pacers arrivano da una difficile stagione, in cui non sono riusciti ad accedere ai playoffs, dopo aver passato le due precedenti a giocarsi il titolo di campioni della Eastern Conference.
La causa principale di questo brusco calo la ritroviamo con l’assenza di Paul George, fuori quasi tutto lo scorso anno per un gravissimo infortunio rimediato la scorsa estate durante un allenamento con il team USA.
Ma non è solo questo il motivo infatti: con PG13 fuori dai giochi ci si aspettava un Roy Hibbert diverso, con più leadership, ma cosi non è stato.
Le uniche due cose positive registrate sono state il grande miglioramento di Solomon Hill (dovuto anche al maggior minutaggio) e George Hill, che ha fatto un ulteriore step dimostrandosi quasi sempre all’altezza di poter dirigere le operazione sul parquet.
Era chiaro che sarebbe stata necessaria una svolta, e Larry Bird durante quest’ultima estate ha cambiato radicalmente look e mentalità alla squadra.
Nella notte del Draft i Pacers selezionano con la 11^ chiamata assoluta Myles Turner, interessantissimo lungo classe ’94 con una mano molto morbida e gran stoppatore. E con la 43^ chiamata Joseph Young, playmaker classe ’92 da tenere d’occhio per il futuro e non solo (possibile steal of the draft?).
MOVIMENTI DI MERCATO
La prima mossa che il front office compie durante la offseason è quella di spedire senza troppi complimenti Roy Hibbert ai Los Angeles Lakers in cambio di una scelta.
Infastidito dal comportamento che la dirigenza ha riservato all’ormai ex centro, David West ha decide di non accettare l’offerta dei Pacers e si trasferisce in Texas, sponda San Antonio Spurs. Successivamente arriva Chase Budinger dai Minnesota Timberwolves in cambio di Damjan Rudez.
La squadra non ha poi proposto nuovi contratti a Chris Copeland, Luis Scola, Donald Sloan ed Andrew Bynum che quindi sono andati via da Indianapolis.
Il 15 luglio viene firmato l’ex Lakers Jordan Hill, ma è il giorno dopo che gli Indiana Pacers fanno il colpo grosso: quadriennale da $44 milioni per Monta Ellis. Da molti considerato il più grosso affare concluso in questa calda estate, secondo solo a quello di LaMarcus Aldridge.
Altra mossa fondamentale è stata la rifirma di Rodney Stuckey, ed in minor parte quella di Lavoy Allen.
Oltre ai 2 rookie sopracitati, se ne aggiunge un terzo arrivato da Cleveland: il lungo Rakeem Christmas.
Con l’acquisto di Toney Douglas, Glenn Robinson III e la rifirma di Shane Whittington il nuovo roster è al completo.
STARTING FIVE
La scelta dei cinque titolari è stato uno dei temi più caldi delle ultime settimane. Se non c’è nessuna ombra di dubbio che Paul George sia uno dei cinque, lo stesso non si può dire riguardo al suo ruolo: la dichiarazione di Larry Bird che vorrebbe l’ex Fresno nel ruolo di 4 ha fatto scalpore creando molta attenzione da parte dei media. All’inizio il diretto interessato si è mostrato dubbioso, ma ha poi cambiato idea rendendosi disponibile a qualsiasi cosa per il bene della squadra.
Lo starting five dovrebbe (usare il condizionale è d’obbligo) quindi essere:
– George Hill
– Monta Ellis
– C.J. Miles
– Paul George
– J. Hill / I. Mahinmi
Un quintetto basso improntato quindi ad un basket veloce, anche i Pacers hanno deciso di andare nella direzione che molte squadre hanno deciso di seguire negli ultimi anni: la filosofia small ball.
ASPETTATIVE
La squadra avrà non poche pressioni, soprattutto George, che al rientro dall’infortunio dovrà dimostrare di essere ancora in grado di giocare ai livelli a cui ci ha abituato.
L’obiettivo minimo sono i Playoffs, ma molto dipenderà da come e da quanto in fretta riusciranno ad adattarsi al nuovo sistema di gioco: il talento non manca e la voglia di riscatto nemmeno.
Il problema principale della squadra è la difesa contro squadre con lunghi dominanti, che d’altronde è il difetto/caratteristica dello small ball. Tuttavia, se durante la stagione arrivasse in Indiana un vero rim protector allora si potrebbe aspirare anche al fattore campo nella postseason.
GIOCATORE CHIAVE
Dire che il futuro è nelle mani di Paul George è scontato: se torna quello di un tempo allora avremo un futuro roseo, in caso contrario sarebbe un grosso problema e l’NBA avrebbe perso uno dei suoi top player.
Escludendo quindi PG13, il giocatore chiave potrebbe essere
Monta Ellis.
Il nuovo arrivato ha portato con se un bagaglio offensivo enorme, ball handling, regia, attributi nei momenti chiave e tanta energia.
Insomma una boccata d’aria fresca e, se si inserisce bene, può essere l’elemento che fa fare lo step necessario alla squadra per tornare ai vertici della Eastern Conference.
Glenn Robinson III dopo aver passato la sua prima stagione tra Minnesota e Philadelphia giocando pochi minuti in sole 35 partite, sembra aver trovato la quadratura del cerchio in questa sua nuova avventura in maglia Pacers.
Se il figlio d’arte continua a giocare come sta facendo in questa preseason potrebbe essere una sorpresa inaspettata e si guadagnerebbe finalmente un posto nelle rotazioni.
Quella che sta per arrivare è una stagione importantissima per Larry Bird e la sua squadra, non ci resta che fare il conto alla rovescia!
Per NBA Passion,
Morgan Sala
Si è conclusa con una vittoria di 115-112 la seconda gara di preseason degli Indiana Pacers, questa volta impegnati contro i Pistons a Detroit.
In seguito alla prima partita (persa contro New Orleans) sono state molte le critiche rivolte al nuovo sistema di gioco adottato dalla squadra di Larry Bird, soprattutto sul ruolo affidato a PG13.
Infatti, nonostante in attacco un Paul George da PF offre moltissime soluzioni offensive, in difesa mostra le normali lacune di un giocatore sottodimensionato per gli standard classici del ruolo.
Questa è una caratteristica che coinvolge anche la squadra in generale: i Pacers sono sempre stati una tra le migliori difese fisiche, e ci vuole sicuramente tempo per imparare a difendere in un altro modo data anche la mancanza di lunghi dominanti in area.
PG13 non si è fatto certo intimorire dalla critiche e, a Detroit, ha sfoderato una prestazione da Superstar.
Il primo quarto è stato sensazionale, George era on fire….ha iniziato a segnare e non ha piu smesso. Ha giocato si da ala grande, ma è stato poco sotto canestro, creando scompiglio nella difesa avversaria.
Dopo i primi dodici minuti il box score segnava 20 punti per lui (su 34 di squadra) con 7/8 dal campo sbagliando soltanto un tiro da 3.
All’ultima sirena Paul George ha chiuso la partita con ben 32 punti (10/17) in soli 23 minuti di gioco.
https://youtu.be/jDojjsSNfL0
Certo, è sempre e soltanto un partita di preseason, ma è comunque un ottimo banco di prova per valutare la forma fisica di un giocatore, specie se al rientro da un gravissimo infortunio.
Dovremmo essere cauti, ma noi ci sentiamo di dire che PAUL GEORGE IS BACK!
E questa è una cosa che fa bene ai Pacers ma soprattutto a tutta l’NBA che ha ritrovato un grande giocatore.
Il prossimo appuntamento è per venerdi 9 ottobre quando i Pacers ospiteranno gli Orlando Magic.
La strada verso la Regular Season continua….
per NBA Passion,
Morgan Sala
Con l’offseason che ha passato le fasi più calde e con l’inizio della stagione ancora lontano, Yahoo Sport si sta dedicando a curiosità sul gioco, sbizzarrendosi sui cinque giocatori più rappresentativi della storia di ogni franchigia.
Per quanto riguarda i Boston Celtics la scelta è ricaduta su:
- Bob Cousy
- Sam Jones
- Larry Bird
- John Havlicek
- Bill Russell
PG: BOB COUSY
.jpeg)
Immenso playmaker, probabilmente uno dei più vincenti di sempre, tecnica indiscutibile atletismo modesto è stato uno dei padri fondatori della dinastia Celtics che negli anni 60 ha a dir poco dominato in lungo e in largo.
Grandissimo assist-man è stato anche un realizatore di pregevole fattura che grazie al gran talento nella penetrazione e nel tiro piazzato ha saputo colmare il gap dal punto di vista fisico.
Giocò nel 1949e nel 1950 al College of the Holy Cross dove ricevette grazie al suo stile di gioco nuovissimo per l’epoca grandissimi e tantissimi premi.
Cousy, scelto inizialmente al draft 1950 dai Tri-Cities Blackhawks alla 4a chiamata assoluta, venne girato senza indugio ai Chicago Stags, ma la franchigia fallì ancor prima dell’inizio del campionato ed i suoi giocatori vennero smistati nelle altre società della lega. Cousy andò ad arricchire le file dei Boston Celtics, dove aveva inizialmente trovato non molta fiducia in lui da parte dell’allora coach Red Auerbach, il quale al draft, nonostante gli fosse stato vivamente segnalato dal presidente Walter A.Brown, gli preferì Chuck Cooper. Tuttavia gli 11 titoli in 13 stagioni hanno confermato quanto Auerbach sbagliasse.
SG: SAM JONES

Shooting guard dalle spiccate doti balistiche è ricordato da tutti gli appassionati per la sua velocità e i winning shots ovvero i tiri decisivi per l’esito di una partita, una freddezza degna di un giocatore che è stato inserito anche nell’hall of fame, entrato a far parte dell’olimpo delle leggende del gioco.
Uscito da North Carolina University decide di fare il grande salto in NBA, alto circa 1.93 per 97 chili, quindi fisico nella media per una guardia, si è imposto sin da subito nelle gerarchie dei Celtics, dodici stagioni sempre con la stessa canotta, cinque volte all-star, una carriera da incorniciare.
SF: LARRY JOE BIRD
Nel ruolo di Ala Piccola Yahoo ha scelto di mettere, giustamente, colui che ha reso grande la franchigia del massachussets dopo anni decisamente in chiaro-scuro, insieme a Kevin McHale e a Parish ha portato altri anelli a Boston.
Partito dalle sconfinate campagne dell’Indiana, nessuno si sarebbe immaginato di parlare del rivale di Magic, colui che ha rispecchiato in toto le qualità che un vero Celtic deve possedere.
PF: JOHN HAVLICEK

Insieme a Bill Russell e Sam Jones è stato uno degli artefici dei magnifici Celtics targati anni ’60 che hanno letteralmente “ucciso” gli equilibri della lega.
Con otto titoli vinti di cui quattro nelle prime quattro stagioni da professionista, è uno dei giocatori più vincenti di sempre.
C: BILL RUSSELL

È ricordato per il suo ruolo centrale nei Boston Celtics degli anni cinquanta-sessanta (periodo detto “Era della Dinastia”), che vinsero undici campionati NBA in tredici stagioni segnando inoltre una striscia di otto titoli consecutivi, record tuttora imbattuto. Russell è inoltre il capitano NBA che ha vinto più titoli con una singola squadra e in assoluto.
Il suo maggior contributo a questo sport fu l’innalzamento del gioco difensivo ad un nuovo livello: viene infatti considerato il miglior centro difensivo che abbia mai giocato a pallacanestro.
Nel 1975 è stato inserito nella Basketball Hall of Fame, mentre nel 1996 fu scelto come uno dei 50 migliori giocatori del cinquantenario della NBA.
Per NBA Passion,
Francesco Tarantino
Quando Larry Bird disse a Reggie Miller:”I’m the best f***ing shooter in the League!”
Scritto da Luca Mazzella
Prosegue la nostra rubrica dedicata agli aneddoti storici della Lega, episodi verificatisi durante le partite, magari mai visti dalle telecamere, ma riportati poi in seguito dagli stessi protagonisti, come nel caso di oggi.
Anche stavolta, ahilui, il protagonista giocava a Indiana e indossava la maglia numero 31. Anche stavolta, parliamo di Reggie Miller. Nel suo libro/diario “I love being the enemy“, in cui la guardia parla della stagione 1994/95 in una sorta di “Behind the scenes” postumo, è svelato questo aneddoto su Larry Bird, al quale Miller si rivolse evidentemente male, sottovalutando la maestosità del personaggio.
“Nel mio anno da rookie, giocammo contro i Celtics alla Market Square Arena. Ricordo che fu una partita molto combattuta, ma non potevamo mai batterli. Si decise ai tiri liberi. Mancavano circa 20 secondi, e facemmo fallo su Bird. Lui venne in lunetta per tirare due liberi, eravamo sotto di 3 punti. Ero sulla linea da 3, ed essendo uno stupido rookie non realizzai che era uno dei più grandi tiratori della storia del gioco e provai a fargli perdere tempo dandogli fastidio. Appena venne a tirare, gli dissi sussurrando:
“Hey, Hey!”
Si fermò un attimo prima di tirare, mi guardò e disse:
“Stai scherzando spero. “Ragazzino, stai scherzando con me!”
Tirò il primo, boom. Eravamo sotto di 4. Bird prese la palla di nuovo e disse, prima di tirare:
“Pivello, io sono il miglior fottuto tiratore della Lega in questo momento. Della Lega, capisci!? E tu sei qui che provi a dirmi qualcosa?”
Boom. Altro ciuff, eravamo sotto di 5.
A peggiorare le cose c’era il fatto che Kevin McHale e Danny Ainge erano lì e ridevano di me. Io pensai:
“Che coglione che sono. Sono qui a parlare male con Larry Bird. Lui era in lunetta. Mi sentii così stupido”
Dopo Jordan, ecco Bird. Per il Miller versione rookie, prima di diventare un Trash Talker di primissimo livello, forse il più famoso della storia NBA, c’è stata tanta, ma tanta gavetta, dai più grandi di sempre!
Al prossimo episodio!
Per NbaPassion
Luca Mazzella






