Con le finali di Conference contro i Cleveland Cavaliers dietro l’angolo, i Boston Celtics venerdì hanno condiviso un link sul loro account twitter. Questo link indirizzava i propri follower a un’analisi di NBA.com sul come si imbatteranno i Celtics nella metà campo difensiva contro i Cavs.
Marcus Morris
Marcus Morris è parso particolarmente irritato nel post partita di gara 4 tra i suoi Boston Celtics e i Philadelphia 76ers. La sua squadra ha perso per 103 e 92 rimandando quindi il passaggio del turno. Ora la serie è infatti sul 3 a 1 per Boston.
“M****, sarei pronto per giocare adesso” – ha dichiarato Morris nell’intervista post partita secondo quanto riportato da Chris Forsberg di ESPN – “Hanno fatto quello che si aspettavano di fare in casa loro. Ce ne andiamo con questo 3 a 1 e speriamo di chiuderla comunque“.
Morris ha battibeccato parecchio durante la gara con Joel Embiid, più volte facendo riferimento al risultato di 3 a 0, come si può notare nel video che segue.
https://www.youtube.com/watch?v=e284ZwPm7Pw
“Perché era la realtà” – ha risposto Morris quando gli è stato chiesto il perché di quel segno con le mani. Marcus ha contribuito con 17 punti, 5 rimbalzi e 6 su 15 dal campo in 34 minuti di utilizzo. Il suo apporto però non è stato sufficiente.
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Marcus Morris si è detto molto infastidito dal comportamento degli arbitri. In gara 3 il giocatore dei Boston Celtics si è beccato un fallo tecnico per un commento fatto a Thon Maker mentre stava per tirare un libero: “Non posso nemmeno parlarne” ha detto ai microfoni di Chris Forsberg di ESPN al termine della gara che ha visto trionfare i Milwaukee Bucks.
Il diretto interessato “paga”, forse, il gesto fatto il mese scorso quando, dopo la sua espulsione, diede un colpo al sedere dell’arbitro e, a suo modo di vedere, ora non è ben visto dalla lega.
Marcus Morris-falli: i dati
In stagione sono 11 i falli tecnici, nella regular season, per Marcus Morris. Il giocatore dei Celtics ha chiuso al 7° posto in questa speciale classifica, al pari con Chris Paul e Robin Lopez.
Nonostante questo, però, i numeri non reggono il suo malumore come possiamo verificare dai dati dopo le prime tre partite dei playoff. Morris ha infatti collezionato soltanto 8 falli fino ad ora, di cui un tecnico, che sono molto vicini alla sua media di 1.9 a partita della stagione regolare.

Oltre a Marcus Morris sono già 16 i giocatori che hanno un fallo tecnico in questi playoff, tra cui il suo compagno di squadra Terry Rozier e due giocatori dei Bucks, Maker e Bledsoe.
Con la serie sul 2 a 1 in favore di Boston ci aspettiamo una gara 4 dove Milwaukee giocherà con aggressività, come del resto dovranno fare i Celtics. Gli animi saranno sicuramente accesi e questo potrebbe aumentare il pensiero di Morris, ma anche di altri giocatori, di sentirsi presi di mira dagli arbitri. Meno male che, a smentirli, ci saranno sempre i numeri che, come si sa, non mentono.
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Marcus Morris: “Il mio tiro? Probabilmente il più importante della mia carriera”
Marcus Morris ha regalato la vittoria ai suoi Boston Celtics con un canestro da tre punti segnato con 1.2 secondi sul cronometro. La vittoria contro gli Oklahoma City Thunder è stata l’ennesima riprova di come Boston, nonostante tutta una serie di infortuni, continui ad essere una delle squadre più calde della lega.
A pochi secondi dalla fine uno 0 su 2 ai tiri liberi di Carmelo Anthony aveva dato un’ultima chance ai Celtics, che ne hanno approfittato con un canestro di Morris che ha chiuso di fatto la gara 100 a 99 per i padroni di casa.
“Probabilmente è stato il mio tiro più importante” – ha dichiarato il giocatore al termine della gara – “Ne avevo già segnati alcuni per pareggiare una partita ma mai per vincerla, è stata la mia prima volta“.
Marcus, 21 punti, ovviamente non è stata l’unico autore della vittoria, si è fatto vedere molto anche il rookie Jayson Tatum, che ha chiuso con 23 punti e 11 rimbalzi. Boston consolida quindi il secondo posto nella Eastern Conference mettendo fine alla serie di sei vittorie consecutive dei Thunder.
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Marcus Morris: nel posto giusto al momento giusto
Per vincere 16 partite consecutive in una lega come l’NBA servono giocatori che forniscano ottime prestazioni in tutte le gare soprattutto contro i migliori atleti del mondo. Uno di questi giocatori, per i Boston Celtics, è stato Marcus Morris.
Offensivamente, l’ex giocatore dei Detroit Pistons potrà avere la sua migliore stagione della carriera se continuerà con i ritmi finora mantenuti. Dopo aver saltato le prime nove partite, Morris ha giocato in 11 delle successive 12 ed è partito in quintetto in otto di queste. Sta mettendo a referto una media di 12.7 punti a partita, uno in meno del suo massimo in carriera giocando però circa 12 minuti in meno. Spesso il nativo di Filadelfia si è ritrovato a giocare molto minuti con la second unit, risultando uno degli scorer più efficaci data la sua facilità nel trovare la via del canestro grazie al suo midrange shot e all’efficacia dalla linea del tiro libero. Anche nella partita giocata contro i Miami Heat, si è fatto trovare pronto nonostante qualche conclusione forzata di troppo, compensata poi con i viaggi in lunetta che gli hanno permesso di chiudere la partita con 14 punti.
Morris si è ormai inserito perfettamente nei meccanismi offensivi dei Celtics.
Un altro aspetto su cui è migliorato sono i rimbalzi catturati (5.4 a partita, career high), i quali erano uno maggiori punti deboli della squadra lo scorso anno, e che ora permettono ai Celtics di controllare il ritmo della partita più facilmente anche grazie al lavoro che compie Morris sotto i tabelloni.
Morris è arrivato in estate dai Detroit Pistons in cambio di Avery Bradley. E’ nella lega da cosi tanto tempo che ormai si sa cosa bisogna aspettarsi da lui ma a questo punto della stagione si può considerare come una delle più piacevoli sorprese di Boston finora. Una delle ragioni per cui i Celtics lo hanno preso sono le sue abilità difensive. Ha dimostrato in passato di poter marcare giocatori di grande caratura e ai playoff potrà essere un’arma molto importante nell’arsenale di Brad Stevens. Il gemello è infatti uno dei motivi per i quali la franchigia del Massachusetts ha la miglior difesa della lega. Nonostante non abbia potuto giocare tantissimo a causa di un problema al ginocchio, sta facendo veramente bene nelle rotazioni di Stevens e probabilmente il suo contributo crescerà con l’andare della stagione.
Quando Avery Bradley è stato scambiato, i tifosi Celtics sono stati molto tristi perchè era un idolo del TD Garden, ma vedendo l’impatto che Morris sta avendo sulla squadra e il fatto che lo stesso Bradley sarà free agent a fine stagione, sembra che Danny Ainge abbia fatto un’ottima mossa.
Marcus Morris dopo aver effettuato il passaggio ai Boston Celtics via trade in questa sessione di mercato ha accusato un infortunio al ginocchio, che lo terrà fuori dal quintetto base almeno per l’inizio dell’imminente regular season.
Siamo davvero prossimi all’esordio dei Boston Celtics in questa nuova stagione Nba. La squadra di coach Brad Stevens è attesa dall’impegnativa trasferta della Quicken Loans Arena di Cleveland contro i Cavaliers di LeBron James. La franchigia del Massachusetts in queste ultime ore sta valutando i possibili titolari da schierare per la prima sfida stagionale, e tra questi non ci sarà il nuovo arrivato Marcus Morris.
Marcus Morris sarà ancora ai box anche per l’inizio della RS
L’ex ala dei Detroit Pistons arrivata in estate ai Celtics in cambio di Avery Bradley, non ha vissuto una grande preseason, che per il diretto interessato è stata piena di infortuni e guai giudiziari. Nonostante la stagione stia per cominciare, il calvario sembra non essere terminato per Morris.
Stando a quanto riportato da ‘Espn.com‘ Marcus Morris non partirà nello starting five della sfida contro i Cleveland Cavaliers a causa del suo infortunio al ginocchio accusato contro i Charlotte Hornets nell’ultima amichevole preseason.
Lo stesso coach Brad Stevens ha confermato che il suo impiego sarà ben dosato fino alla fine di questo mese di ottobre, per poi avere un’inserimento positivo all’interno del sistema di gioco dei Celtics.
Markieff e Marcus Morris sono stati assolti da ogni accusa dalla corte di Phoenix
È cominciata lo scorso lunedì 2 ottobre la preseason Nba, che vede come protagoniste le prime uscite stagionali delle trenta franchigie Nba. Dopo la passata stagione, nella Eastern Conference due squadre sono pronte a sfidare i Cleveland Cavaliers di Mr. LeBron James e soci. I Washington Wizards di Markieff Morris e i Boston Celtics di Kyrie Irving e del nuovo arrivato Marcus Morris, sono pronte ancora una volta a sfidarsi per prendersi il titolo di contender allo scettro dei Cleveland Cavaliers.
Markieff Morris e Marcus Morris rientrano a disposizione dei rispettivi coach
Se per Markieff Morris sarà la seconda stagione consecutiva alla corte di coach Scott Brooks, per Marcus Morris c’è ancora da aspettare il suo esordio con la maglia dei Boston Celtics.
Nelle ultime ore infatti i due gemelli ex Phoenix Suns nella stagione 2014/2015 potranno tornare a disposizione dei loro rispettivi coach già dalla prossima sessione di allenamento.
Stando a quanto riportato da ‘CBSSports.com’, i due cestisti sono di rientro da Phoenix, dopo che entrambi erano stati giudicati colpevoli di un agguato nel 2015 all’esterno di un istituto scolastico della capitale dell’Arizona.
Il processo terminato questa notte ha assolto entrambi i cestisti americani per insufficienza di prove, archiviando completamente le indagini. Per Marcus Morris il prossimo debutto è previsto per il 6 settembre nell’amichevole contro i nuovi 76ers, mentre Markieff Morris rientrerà in campo tra 8 settimane a causa di un’ernia.
Danny Ainge: “Non credo che Jayson Tatum possa vincere il Rookie of The Year quest’anno”
Jayson Tatum, in questa finestra di mercato, è stato il giocatore più desiderato da Danny Ainge.
Il GM dei Boston Celtics, infatti, ha lottato molto per poterlo raggiungere al Draft, sacrificando addirittura la prima scelta Markelle Fultz.
Ainge punta molto su questo talento NBA ed è consapevole del fatto che in futuro lo farà gioire molto.
A conferma di questo, ci sono state le dichiarazioni post Draft, dove il GM dichiarava fiducioso che: “Jayson Tatum è stata un’ottima scelta, ne sono certo, sarà terrificante”.

#JAYSON TATUM
CI VORRA’ TANTA PAZIENZA
Nonostante l’ammirazione per il ragazzo, il dirigente dei Boston Celtics ha voluto chiarire che ci vorrà molta pazienza prima di vederlo in cima alle classifiche All-NBA.
Infatti, per Danny Ainge, Jayson Tatum non riuscirà a conquistare il titolo di Rookie of the Year di quest’anno.
Il motivo di questa dichiarazione è legato alle rotazioni interne ai Boston Celtics, secondo le quali il Rookie figurerà dietro Terry Rozier e Marcus Smart.
Ai microfoni delle agenzie locali, Danny Ainge dichiara: “Jayson Tatum dovrà essere paziente, non credo che possa vincere il Rookie of The Year quest’anno, ma ha le caratteristiche per diventare un grande di questo sport”.
Guardando i giocatori in lista per il ruolo di Jayson Tatum (Gordon Hayward, Jaylen Brown e Marcus Morris) si potrebbe dare ragione ad Ainge, ma conoscendo le qualità del Rookie potremmo avere anche delle sorprese.
Di certo per coach Brad Stevens, quest’anno, sarà molto più divertente gestire le rotazioni e avrà un’arma in più da sfruttare direttamente dalla panchina, allungando così un roster già stellare.
I Boston Celtics e i Detroit Pistons si siedono al tavolo e completano una clamorosa trattativa.
Secondo quanto riportato da Adrian Wojanaroski e Shams Charania, le due franchigie sopracitate si scambiano Avery Bradley con Marcus Morris.
I Boston Celtics inoltre daranno ai Detroit Pistons la scelta al secondo giro del 2019.

Avery Bradley, ormai una certezza per i Boston Celtics targati Brad Stevens
Detroit become regular
Forse è tutto iniziato quel primo giugno del 2011, lo stesso giorno la vedova di Bill Davidson raggiunse l’accordo con Tom Gores per la cessione dei Detroit Pistons all’imprenditore nato a Nazareth (ma fermiamo qui eventuali paragoni biblici). Quello stesso giorno, in uno degli scherzi del destino più velenosi della storia della NBA, annunciava il suo ritiro Shaquille O’Neal, che dalla franchigia del Michigan era stato battuto (lui e tutti i Lakers, chiaramente) nel 2004 nell’atto conclusivo.
Forse è superfluo, o forse no, ricordare che in quelle Finals i californiani erano usciti talmente sconquassati dentro lo spogliatoio, prima che sul campo dagli avversari, che sull’altare di Kobe erano sacrificati gli altri due volti principali del ciclo vincente: uno Shaq, l’altro Phil Jackson.
Ecco, tornando a quel primo giugno, Gores si prese in mano una patata parecchio torrida. La squadra non incocciava nell’appuntamento poststagionale da soli due anni, quando aveva preso uno sweep abbastanza amaro dai Cavaliers entrati ai playoff papi (Mike Brown allenatore dell’Anno, LeBron James MVP del viaggio su ottantadue tappe) e usciti frustrati cardinali per mano dell’Orlando furiosa.
Le umiliazioni successive, con lo zenit raggiunto attraverso lo sciopero-più-risate contro coach Kuester del 2010/2011, avevano fatto scendere la catena a tutto l’ambiente detrotiano. Quelle successive, forse, pure. Anche se, a quasi sei anni di distanza, Gores pare aver preso appunti.
https://www.youtube.com/watch?v=cyW2ajAVyfA
Nel 2014, dopo aver cambiato Lawrence Frank, rimasto in carica due anni, Maurice Cheeks, che mangiò il panettone ma non arrivò al Mercoledì delle Ceneri, nella primavera del 2014 è giutno alla corte dei Pistons Stan Van Gundy. Contratto di cinque anni, carica presidenziale e la netta sensazione che in lui fossero riposte tutte le speranze di rilancio rossoblù.
Non immotivate, peraltro. Se tornate su, giusto di qualche riga, trovare un riferimento en passant alla Orlando del 2009, che vedeva sulla panchina proprio SVG. Al timone dei Magic, il coach si guadagnò le Finals. Il suo era un basket gagliardo, con Nelson a condurre la transizione, Redick a bombardare da fuori, Turkoglu a creare dall’ala, Rashard Lewis ad allargare il campo lasciando il pilone Dwight Howard a fare il bello e il cattivo tempo dentro l’area. I Lakers erano però troppo concentrati, e Kobe (altro protagonista già incontrato) non voleva lasciarsi l’occasione di pareggiare le dita occupate dell’ex-frenemy Shaq (idem). Risultato, 4-1 per i Lakers e tanti applausi per i Magic.
Sotto Van Gundy, i Pistons sono tornati a giocarsi la fase a eliminazione diretta lo scorso maggio, ma dal 2009 al 2016 non è mutata manco una virgola: 4-0 contro i Cavs teste di serie ad Est. Aspettando un paio di mesi, sapremo se Detroit arriverà, dopo nove anni, a portare a casa una gara di playoff, giusto per togliersi una scimmia (che non è nuda, e non balla) dalla spalla, verosimilmente sempre contro quelli dell’Ohio.
Quanto visto finora potrebbe finire nella categoria “bene non benissimo”. Per carità, la franchigia del Michigan ad oggi supera una concorrente ben attrezzata, i Bucks, una tignosa, gli Hornets, e una tremendista, gli Heat, e questo anche tagliando fuori New York dal discorso playoff, pratica pericolosa perché se c’è un posto dove possono succedere miracoli è proprio Quello Lì. Il problema è che i difetti dei Pistons sono vistosissimi, sempre uguali e forse irrisolvibili, di certo irrisolti ad oggi.
Partiamo però dai pregi, giusto per non sembrare catastrofisti, dato che in fondo Motown ha popolato i sogni di molti fedeli alla spicchiata con quel ciclo fantastico ad inizio millennio. Van Gundy ha dato ordine, e un ordine: correre, correre bene, correre ogni volta che si presenta la chance.
E Detroit corre. Che sia rimessa da fondo o recupero della sfera da rimbalzo, il portatore di palla, di solito Reggie Jackson, cerca subito l’uomo che ha rapidamente occupato la fascia laterale allargando il campo, e allo stesso tempo costringendo la difesa avversaria a non avere (virtualmente) il tempo di risistemarsi perché un pericolo è subito portato in ala. E quella è una posizione infida, perché da lì chi ha ricevuto può decidere di attaccare il ferro e cercare appoggio con l’opposizione non a puntino della difesa, o di sparare da tre direttamente. Questo, ovviamente, quando il meneur con la palla non decide di servire centralmente Drummond e provocare scompiglio nel pitturato. Il capitolo AD, comunque, lo trattiamo in un secondo momento.
Come è intuibile, le avversarie hanno preso le contromisure agli uomini del Michigan, così non è raro che predispongano già dal tiro un abbozzo di difesa per evitare cattive sorprese sul ribaltamento di campo. Nema problema: se non c’è spazio per una conclusione immediata, la palla viene riportata in punta dove si riorganizza il gioco.
E la riorganizzazione solitamente prevede due opzioni: la piratata diretta al ferro o il penetra-e-scarica. In entrambi i casi, arma non impropria, ma anzi alquanto efficace, è Tobias Harris: dinamico e fisicamente prestante, attacca bene dal palleggio, colpisce dalla media e lunga distanza e si inventa ogni tanto persino quell’arresto di forza che fa scendere qualche lacrima ai nostalgici.
La difesa dei Pistons, poi, è solida, con cinque uomini focalizzati sul lato forte che a volte sembrano una muraglia umana non valicabile. Lo stesso Harris, poi, tiene benissimo le incursioni avversarie, mentre Morris è un mastino che marca in modo asfissiante il proprio uomo e ha l’esplosività per stargli dietro nel caso questi gli sgusci via.
Le difficoltà sotto il proprio canestro, e qui arriviamo ai difetti di Detroit, iniziano quando l’opponente di turno escogita il modo per aggirare la muraglia e materializzare la palla nell’anello dei rossoblù. Sul pick&roll centrale permane una sorta di insicurezza su quale distanza tenere, e il risultato, ma in generale, anche su blocchi lontano dalla palla, i cambi spesso non sono efficaci perché l’attaccante girare a suo vantaggio il mismatch. Gli aiuti-e-recuperi lenti e i taglianti dietro persi in stile Vispa Teresa aggravano ulteriormente la situazione. Come se non bastasse, ci si mette di mezzo anche Andre Drummond.
Chiariamolo subito: Drummond nella NBA dei quintetti piccoli e dei centri proporzionati a questi ultimi è un gioiello. È fisico, atletico, imponente, roccioso. O meglio, sarebbe, perché fino a questo momento è parso accontentarsi di quanto riusciva a raccogliere. In difesa è lento, letargico, e sarebbe pure passabile nei casi in cui mette il corpaccione ed esegue il tagliafuori, ma quando questo non succede è un più che altro un peso. Lui e Baynes sono due centri piuttosto plantigradi, tant’è che forse (absit ignuria verbis) complessivamente e fatte le debite proporzioni il miglior lungo dei Pistons in questo 2016/2017 è stato John Leur: alto, magro come un chiodo, perché capace di essere pericoloso in più modi. Ma lui è un’ala forte, mentre sui due centri di ruolo per ora il giudizio è da rimandare. Il confronto con il Monroe (ma davvero non serviva?) arzillo e in grado di mettere palla per terra è impietoso, ancorché lo stesso prodotto di Georgetown non sia a onor del vero privo di difetti.
Tornando a Drummond l’Howard sotto Van Gundy era tutta un’altra cosa, in difesa e in attacco. Il che ci porta a concludere che anche quei Magic erano tutta un’altra cosa rispetto a questi Pistons. Se vi è scappato un “Capitan Ovvio al salvataggio” è comprensibile, ma con l’ultima affermazione l’intenzione era semplicemente puntualizzare come, se un’impostazione come quella ha fruttato solo una finale nazionale e una di Conference con una squadra dai valori tecnici superiori, lascia perplessi che a Detroit abbiano voluto replicare l’esperienza avendo a disposizione un roster meno forte.
Quella di Gores e Van Gundy è una strada a senso unico: scommettere, per limiti oggettivi di mezzi (leggi: grandi giocatori), su una struttura che forse ti porterà lontano o forse fallirà. Dipende come andrà a finire. In ogni caso, il proprietario prenderà appunti.
Ready to go: Detroit Pistons
“Ci siamo, questa è la stagione di Detroit”. Quante volte ce lo siamo detti, di qua e di là dall’Oceano. Talmente tanta era la quantità di talento abbacinante o anche solo potenziale nel roster dei Pistons, invece sono arrivati solo nella passata stagione dopo anni, peraltro con discreto strangultone. Anni di posti tra il decimo e il dodicesimo, una miseria per una franchigia tradizionalmente grande e di successo, nel primo decennio del 2000.
CAMBIAMENTI DI GIOCO
Quest’anno l’obiettivo è salire ancora di un gradino, chissà poi cosa arrivi. Il tonnellaggio non manca sotto le plance, contando Drummond, Marjanovic, Harris, Jovanovic ed Ellenson, e suona paradossale considerando che coach Stan Van Gundy ha raggiunto il proprio zenit personale ad Orlando affiancando a un lungo tradizionale (Howard) quattro esterni, di cui una point forward (Turkoglu). Ma chi si ferma è perduto, e dunque il buon Stan dovrà ripartire dai tanti lunghi. Il compito di attivare loro così come gli altri esterni spetta a Reggie Jackson, esterno nativo di… Pordenone.
PREVISIONI DETROIT PISTONS
Le ambizioni nella (poco, pare) ridente Motown verranno soprattutto definite dal rendimento degli esterni, non si scappa. Caldwell-Pope, Ish Smith, Marcus Morris, Lorenzo Brown dovranno essere in grado di colpire con costanza da fuori o in avvicinamento quando Jackson li metterà in azione o quando riceveranno lo scarico del lungo raddoppiato. Il potenziale è tanto, il valore assoluto elevato, bisognerà che l’idea dei Pistons si traduca in azione. Se no sarà la solita vecchia musica. Quella che a Detroit sono stanchi di ascoltare.
I Detroit Pistons battono ancora una volta i Cleveland Cavaliers (2 a 1 per la squadra della Motor City in questa stagione) e si riavvicinano a Bulls ed Hornets, ovvero le squadre che occupano gli ultimi posti validi per i playoff. 96 a 88 il risultato finale, top scorer Kyrie Irving con 30 punti, dietro di lui Kevin Love con 24, ma a stupire tutti non sono stati quello o quel giocatore nè tanto meno i Big Three. A stupire tutti sono stati i componenti dello starting five dei Pistons: insieme, i “5”, hanno totalizzato la bellezza di 86 punti su 96, lasciando alla panchina solo 10 punti (tutti segnati tra l’altro dal Rookie Stanley Johnson ). 23 Reggie Jackson, 19 Kentavious Caldwell-Pope (con 8 su 10 dal campo), 16 Andre Drummond, 14 Tobias Harris, 14 Marcus Morris. I 3 panchinari, oltre a Johnson, entrati ma non a segno (Hilliard, Blake e Baynes) hanno collezionato insieme uno 0 su 6 dal campo che non ha influito più di tanto sul risultato ma ha contribuito a far entrare questa partita nei record dei Pistons. La squadra di Detroit, prima di questo match, aveva vinto una sola partita nelle ultime quattro stagioni ove la panchina aveva totalizzato solo 10 punti. Quando fu? 18 Novembre 2015 (quindi questa stagione), e gli avversari furono ancora una volta i Cavs. Insomma in caso di approdo ai playoff da parte dei Pistons ed in caso di sfida contro la squadra di Cleveland, Tyron Lue dovrà tenere conto del fattore bench… Forse è meglio marcarli un po’ meno e concedergli qualche punto in più e magari qualcuno in meno ai titolari, così da potersi portare a casa anche queste partite.
