Forse è tutto iniziato quel primo giugno del 2011, lo stesso giorno la vedova di Bill Davidson raggiunse l’accordo con Tom Gores per la cessione dei Detroit Pistons all’imprenditore nato a Nazareth (ma fermiamo qui eventuali paragoni biblici). Quello stesso giorno, in uno degli scherzi del destino più velenosi della storia della NBA, annunciava il suo ritiro Shaquille O’Neal, che dalla franchigia del Michigan era stato battuto (lui e tutti i Lakers, chiaramente) nel 2004 nell’atto conclusivo.
Forse è superfluo, o forse no, ricordare che in quelle Finals i californiani erano usciti talmente sconquassati dentro lo spogliatoio, prima che sul campo dagli avversari, che sull’altare di Kobe erano sacrificati gli altri due volti principali del ciclo vincente: uno Shaq, l’altro Phil Jackson.
Ecco, tornando a quel primo giugno, Gores si prese in mano una patata parecchio torrida. La squadra non incocciava nell’appuntamento poststagionale da soli due anni, quando aveva preso uno sweep abbastanza amaro dai Cavaliers entrati ai playoff papi (Mike Brown allenatore dell’Anno, LeBron James MVP del viaggio su ottantadue tappe) e usciti frustrati cardinali per mano dell’Orlando furiosa.
Le umiliazioni successive, con lo zenit raggiunto attraverso lo sciopero-più-risate contro coach Kuester del 2010/2011, avevano fatto scendere la catena a tutto l’ambiente detrotiano. Quelle successive, forse, pure. Anche se, a quasi sei anni di distanza, Gores pare aver preso appunti.
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Nel 2014, dopo aver cambiato Lawrence Frank, rimasto in carica due anni, Maurice Cheeks, che mangiò il panettone ma non arrivò al Mercoledì delle Ceneri, nella primavera del 2014 è giutno alla corte dei Pistons Stan Van Gundy. Contratto di cinque anni, carica presidenziale e la netta sensazione che in lui fossero riposte tutte le speranze di rilancio rossoblù.
Non immotivate, peraltro. Se tornate su, giusto di qualche riga, trovare un riferimento en passant alla Orlando del 2009, che vedeva sulla panchina proprio SVG. Al timone dei Magic, il coach si guadagnò le Finals. Il suo era un basket gagliardo, con Nelson a condurre la transizione, Redick a bombardare da fuori, Turkoglu a creare dall’ala, Rashard Lewis ad allargare il campo lasciando il pilone Dwight Howard a fare il bello e il cattivo tempo dentro l’area. I Lakers erano però troppo concentrati, e Kobe (altro protagonista già incontrato) non voleva lasciarsi l’occasione di pareggiare le dita occupate dell’ex-frenemy Shaq (idem). Risultato, 4-1 per i Lakers e tanti applausi per i Magic.
Sotto Van Gundy, i Pistons sono tornati a giocarsi la fase a eliminazione diretta lo scorso maggio, ma dal 2009 al 2016 non è mutata manco una virgola: 4-0 contro i Cavs teste di serie ad Est. Aspettando un paio di mesi, sapremo se Detroit arriverà, dopo nove anni, a portare a casa una gara di playoff, giusto per togliersi una scimmia (che non è nuda, e non balla) dalla spalla, verosimilmente sempre contro quelli dell’Ohio.
Quanto visto finora potrebbe finire nella categoria “bene non benissimo”. Per carità, la franchigia del Michigan ad oggi supera una concorrente ben attrezzata, i Bucks, una tignosa, gli Hornets, e una tremendista, gli Heat, e questo anche tagliando fuori New York dal discorso playoff, pratica pericolosa perché se c’è un posto dove possono succedere miracoli è proprio Quello Lì. Il problema è che i difetti dei Pistons sono vistosissimi, sempre uguali e forse irrisolvibili, di certo irrisolti ad oggi.
Partiamo però dai pregi, giusto per non sembrare catastrofisti, dato che in fondo Motown ha popolato i sogni di molti fedeli alla spicchiata con quel ciclo fantastico ad inizio millennio. Van Gundy ha dato ordine, e un ordine: correre, correre bene, correre ogni volta che si presenta la chance.
E Detroit corre. Che sia rimessa da fondo o recupero della sfera da rimbalzo, il portatore di palla, di solito Reggie Jackson, cerca subito l’uomo che ha rapidamente occupato la fascia laterale allargando il campo, e allo stesso tempo costringendo la difesa avversaria a non avere (virtualmente) il tempo di risistemarsi perché un pericolo è subito portato in ala. E quella è una posizione infida, perché da lì chi ha ricevuto può decidere di attaccare il ferro e cercare appoggio con l’opposizione non a puntino della difesa, o di sparare da tre direttamente. Questo, ovviamente, quando il meneur con la palla non decide di servire centralmente Drummond e provocare scompiglio nel pitturato. Il capitolo AD, comunque, lo trattiamo in un secondo momento.
Come è intuibile, le avversarie hanno preso le contromisure agli uomini del Michigan, così non è raro che predispongano già dal tiro un abbozzo di difesa per evitare cattive sorprese sul ribaltamento di campo. Nema problema: se non c’è spazio per una conclusione immediata, la palla viene riportata in punta dove si riorganizza il gioco.
E la riorganizzazione solitamente prevede due opzioni: la piratata diretta al ferro o il penetra-e-scarica. In entrambi i casi, arma non impropria, ma anzi alquanto efficace, è Tobias Harris: dinamico e fisicamente prestante, attacca bene dal palleggio, colpisce dalla media e lunga distanza e si inventa ogni tanto persino quell’arresto di forza che fa scendere qualche lacrima ai nostalgici.
La difesa dei Pistons, poi, è solida, con cinque uomini focalizzati sul lato forte che a volte sembrano una muraglia umana non valicabile. Lo stesso Harris, poi, tiene benissimo le incursioni avversarie, mentre Morris è un mastino che marca in modo asfissiante il proprio uomo e ha l’esplosività per stargli dietro nel caso questi gli sgusci via.
Le difficoltà sotto il proprio canestro, e qui arriviamo ai difetti di Detroit, iniziano quando l’opponente di turno escogita il modo per aggirare la muraglia e materializzare la palla nell’anello dei rossoblù. Sul pick&roll centrale permane una sorta di insicurezza su quale distanza tenere, e il risultato, ma in generale, anche su blocchi lontano dalla palla, i cambi spesso non sono efficaci perché l’attaccante girare a suo vantaggio il mismatch. Gli aiuti-e-recuperi lenti e i taglianti dietro persi in stile Vispa Teresa aggravano ulteriormente la situazione. Come se non bastasse, ci si mette di mezzo anche Andre Drummond.
Chiariamolo subito: Drummond nella NBA dei quintetti piccoli e dei centri proporzionati a questi ultimi è un gioiello. È fisico, atletico, imponente, roccioso. O meglio, sarebbe, perché fino a questo momento è parso accontentarsi di quanto riusciva a raccogliere. In difesa è lento, letargico, e sarebbe pure passabile nei casi in cui mette il corpaccione ed esegue il tagliafuori, ma quando questo non succede è un più che altro un peso. Lui e Baynes sono due centri piuttosto plantigradi, tant’è che forse (absit ignuria verbis) complessivamente e fatte le debite proporzioni il miglior lungo dei Pistons in questo 2016/2017 è stato John Leur: alto, magro come un chiodo, perché capace di essere pericoloso in più modi. Ma lui è un’ala forte, mentre sui due centri di ruolo per ora il giudizio è da rimandare. Il confronto con il Monroe (ma davvero non serviva?) arzillo e in grado di mettere palla per terra è impietoso, ancorché lo stesso prodotto di Georgetown non sia a onor del vero privo di difetti.
Tornando a Drummond l’Howard sotto Van Gundy era tutta un’altra cosa, in difesa e in attacco. Il che ci porta a concludere che anche quei Magic erano tutta un’altra cosa rispetto a questi Pistons. Se vi è scappato un “Capitan Ovvio al salvataggio” è comprensibile, ma con l’ultima affermazione l’intenzione era semplicemente puntualizzare come, se un’impostazione come quella ha fruttato solo una finale nazionale e una di Conference con una squadra dai valori tecnici superiori, lascia perplessi che a Detroit abbiano voluto replicare l’esperienza avendo a disposizione un roster meno forte.
Quella di Gores e Van Gundy è una strada a senso unico: scommettere, per limiti oggettivi di mezzi (leggi: grandi giocatori), su una struttura che forse ti porterà lontano o forse fallirà. Dipende come andrà a finire. In ogni caso, il proprietario prenderà appunti.

