“Solo tu puoi sapere se hai vinto, sotto la doccia. Se hai dato tutto hai vinto, se no hai perso. Il tabellone è un’altra cosa”
John Wooden
Affermava Arrigo Sacchi che l’Olanda di Crujiff non avesse avuto bisogno di vincere per convincere. Il tecnico romagnolo certamente riteneva di aver fatto un complimento alla rivoluzione orange, ma per certi versi una tale frase partiva da una premessa implicita sbagliata, ovvero che per convincere ci fosse bisogno, appunto, di vincere.
A tutti piace trionfare e a nessuno piace perdere, diciamocelo chiaro e tondo. E tuttavia c’è differenza tra vincere ed essere vincenti. La filosofia che vuole che la vittoria sia l’unica cosa che conta e che i perdenti non li ricordi nessuno è in realtà un po’ spocchiosetta e cialtrona, se non altro perché chi ha emesso tali perle di saggezza ha avuto continuativamente le risorse per puntare a un trofeo.
Un trofeo però è un trofeo, e benché lo si possa orgogliosamente mostrare alla fine è solo il risultato di uno sforzo sul campo, che però non è stato l’unico. Venendo al basket NBA, i Sacramento Kings di inizio millennio sono stati una squadra che ha convinto e, di fatto, vinto pur senza avere un alloro in bacheca, perché magari della serie 4-3 con i Lakers si continuerà a parlare vita natural durante e, per dire, quella tra Houston e Orlando del 1995 si meriterà solo un accenno.
E magari la corona di re, a loro che erano Kings nel nome, forse stava persino un po’ stretta.
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Raffaele Camerini, il cui vero mestiere è lecito sospettare sia l’appassionato NBA con netta preferenza per i colori grigio-viola, è stato abbastanza cristallino: “La vera bravura della gestione Petrie-Adelman fu quella di costruire un roster in cui ogni giocatore preso singolarmente sapeva giocare a basket, a livello di tecnica, comprensione del gioco, adattamento, spaziature in campo”.
Sintesi cesellata alla perfezione, e allo stesso tempo introduzione appropriata per un’analisi sulla squadra che mise in difficoltà i Lakers per due anni e li fece addirittura tremare nel terzo, ed erano i lacsutri bicampioni in procinto di realizzare il loro three-peat, una volta superato l’ostacolo della capitale californiana.
Narra la leggenda popolare che l’attacco venda i biglietti e che la difesa vinca le partite. Sarà, però la qualità, il dinamismo non eccessivamente veloce e la sostanza dell’offensiva dei Kings sono arrivati a un passo dal successo contro un’altra squadre che per giunta era tutt’altro che a trazione posteriore, Una qualità che trovava nel Princeton Offense uno sbocco naturale, grazie alla libertà vigilata che il sistema di Pete Carrill è nato per garantire.
La costruzione dell’attacco iniziava già da subito con una guardia (inteso nel senso statunitense di “guard”, quindi entrambi i ruoli del back-court) a portar palla e l’altra che accompagnava, e spesso vi era persino un terzo elemento a coprire le spalle.
Da lì tutto era possibile, a cominciare da un tentativo di corsa al primo down, come si direbbe nel football, ovvero un passaggio immediato per chi era posizionato in ala o sulle tacche, il quale valutava in una frazione di secondo lo spazio per l’eventuale attacco immediato: se c’era si andava dentro, se no si tornava fuori.
Diventava tutto più facile, poi, se chi riceveva era Chris Webber, ovvero un sette piedi di mani morbide e intelligenza tagliente. L’ala forte per eccellenza di quel periodo agiva di fatto da point forward, come sarebbe successo (ma come “3” e non come “4”) sette anni dopo ad Orlando a quell’Hedo Turkoglu che all’epoca era invece suo compagno ai Kings.
Una volta ricevuto il primo passaggio, e constatata eventualmente la chiusura degli spazi da parte della difesa, Webber faceva ripartire l’azione, di norma facendo ritornare la palla ala o in punta, spesso a Bibby.
Da lì le opzioni che si potevano sviluppare erano potenzialmente infinite: il taglio dietro tipico del sistema princetoniano, l’incursione al ferro o con palleggio-arresto-tiro, il nuovo passaggio a Webber che serviva Stojakovic per il quale aveva bloccato lo stesso Bibby, il pick&roll in ala con zingarata e scarico per i cecchini appostati sul perimetro sul lato debole, o un solo cecchino aperto con un penetratore sul lato debole liberato con un blocco.
Blocco che non di rado era portato da Divac o Pollard, due lunghi che sapevano muoversi lontano dal pitturato, ed eventualmente mettere palla per terra, così come di farsi rispettare sotto canestro. Una squadra dalle mani buone, ma non soft, perché nessuna palla veniva data per persa, c’era sempre lo scatto per recuperarla, il balzo per impedire una ripartenza facile.
Si diceva della difesa, qualche paragrafo fa, e anche lì non è che i Kings fossero deficitari. La tendenza vedeva la retroguardia reale essere fisica, specie al centro, aggressiva non sul portatore di palla ma sui ricevitori per far sì che l’azione rivale si congelasse, perdesse secondi preziosi per trovare uno sbocco.
Per lo stesso motivo riempiva il lato forte, anche battezzando il tiratore da fuori sul lato debole, ma sempre contestando il tiro. Sui pick&roll, poi, seguiva e non cambiava, e quando Sacramento era forzata allo switch comunque si passava sotto per non perdere colpi nella rapidità d’intervento.
Un sistema che, va ribadito, era potenzialmente insuperabile ma che fu superato da un’altra squadra insuperabile. Quei Kings avevano giocatori nati per essere re, e che sul campo, in fondo lo furono. Con o senza corona.



