Heroes and Villains. Eroi e villani. Buoni e cattivi, se vogliamo renderla ancora più semplice. Lo spettacolo contro la normalità. Perché in questo 2023 a vincere è stata la normalità. Tante squadre hanno vinto per la prima volta. Tanti atleti poco spettacolari hanno preso le luci della ribalta, sottraendola a coloro che abbiamo sempre considerato come “eroi”.
Gli “antieroi” sportivi sono esattamente coloro che non hanno il glamour o il talento straripante degli atleti di punta ma che, con coraggio e tenacia, riescono a raggiungere l’impensabile. Queste storie di vittorie improbabili ci ricordano che nello sport, come nella vita, tutto è possibile. Esattamente come il disco di Metro Boomin, che si chiama proprio Heores and Villains.
Possiamo quindi vedere la quarantunesima scelta del draft NBA 2014 diventare campione NBA con medie impensabili. Il Mister Irrelevant del draft NFL 2022 trascinare i San Francisco 49ers al Championship Round (l’ultimo atto prima del SuperBowl). Oppure un ciclista danese vincere il suo secondoTour de France di fila, facendo del “non arrendersi mai” il suo punto di forza. Come ultima scelta, il 2023 prevede poi un centrocampista del Manchester City, campione di tutto, ma che non fa utilizzo dei social network, in un’epoca in cui sappiamo tutto di tutti in tempo zero.
Personaggi che con lo sport sembravano (e forse sembrano ancora) non avere nulla a che fare. Ma che quest’anno si sono presi le luci della ribalta. Ma cosa li rende così speciali?
Nikola Jokic
Se questi antieroi formassero una squadra, Nikola Jokic ne sarebbe il capitano. Un ragazzone serbo di 28 anni, che sembra gasarsi di più per la vittoria della sua scuderia di cavalli che per il titolo NBA. Il primo della sua squadra, i Denver Nuggets. Quei Nuggets che lo scelsero mentre veniva trasmessa la pubblicità di un burrito. Quei Nuggets che investirono in quel ragazzone di Sombor, che poteva avere molte qualità meno che l’atletismo. Del resto, dove pensava di andare un giocatore alto 221 centimetri per 129 kilogrammi?
Nessuno, quella sera del 2014, avrebbe immaginato che Jokic avrebbe dominato la lega in modo così imponente. Peraltro, anche i Nuggets erano in un periodo di completo rebuilding. Il post Carmelo Anthony non si sarebbe scritto da solo. Figuriamoci se a scriverlo sarebbe stato un centro serbo scelto così tardi.
1 titolo NBA, 3 MVP, 1 Finals MVP, 5 All-Star Game, svariate nomine in molteplici quintetti All-NBA e record su record dopo, possiamo dire che Jokic ha riscritto le dinamiche della lega. Tutti hanno paura di lui e dei Denver Nuggets, campioni NBA 2023.
Quel post Carmelo Anthony è stato scritto bene dalla dirigenza della franchigia del Colorado. Perchè, dopo Jokic, sono arrivati a Denver Jamal Murray, Aaron Gordon e Michael Porter Jr. A guidarli dalla panchina, coach Michael Malone, arrivato nel 2015.
A Denver non manca niente per provare a vincere anche l’anno prossimo. Anzi, nella loro normalità trovano giocatori che magari non sono neanche così affascinanti, ma che hanno sviluppato una chimica che rende affascinante la squadra stessa. Il Colorado è divenuto il centro della NBA, scalzando Los Angeles, Boston e San Francisco. Pragmatismo e attesa. Questa è stata la ricetta dei Nuggets per arrivare al successo. Con una spolverata di Jokic sopra.
“E quindi hai vinto il titolo NBA e l’MVP della Finals?” “Sì, ma niente di serio”.
Brock Purdy
Il draft NFL, a differenza di quello NBA, si compone di 7 giri. L’ultimo giocatore scelto è definito Mister Irrelevant, colui che non conta nulla, venendo scelto fra le risate del pubblico. E nell’ilarità generale, anche Brock Purdy sorrideva. Il 30 aprile 2022, aveva finalmente realizzato il suo sogno di bambino: giocare in NFL. E poco importa se era appena stato scelto con l’ultima chiamata disponibile dai San Francisco 49ers. E poco importa se il rischio di essere tagliato fuori era altissimo.
L’investimento della squadra allenata da coach Kyle Shanahan è stato pressoché nullo. Del resto, sei il giocatore più scarso del Draft. Sei l’ultima ruota del carro. E sai perfettamente che solo 5 Mr. Irrelevant hanno giocato più di 50 partite in NFL. Così come sai che, davanti a te, l’head coach sceglierà Trey Lance o Jimmy Garoppolo (due volte vincitore del SuperBowl). Per te c’è appena lo spazio per uno spezzone di partita nella Week 2, contro i Kansas City Chiefs di Patrick Mahomes. Spezzone utile per passare 66 yards e subire un intercetto.
Come nelle grandi storie però arriva il momento in cui si diventa protagonisti. Magari anche inaspettatamente. E il momento arriva il 4 dicembre 2022, nella Week 13 contro i Miami Dolphins. Garoppolo si fa male al piede. Il referto sarà una doccia fredda: stagione finita. Ora tocca a te. Entri e lanci per 210 yards, passi per 2 touchdown subendo un intercetto nella vittoria per 33–17. Tutta l’America parla di te. Non sei più Mister Irrelevant. Sei il quarterback titolare di una squadra gloriosa come i San Francisco 49ers.
Entri poi nella storia ottenendo 3 vittorie consecutive, eguagliando il record di Kurt Warner. Ricevi il premio di rookie della settimana per le tue prestazioni eccezionali, in diverse occasioni. Nell’ultimo turno della stagione regolare, porti i 49ers alla loro decima vittoria consecutiva, ottenendo il secondo miglior record della NFL. Entri nel team All-Rookie. Tutto va a gonfie vele.
Le grandi storie però possono non avere un lieto fine. Se il destino decide che non devi vincere, non puoi opporti. Poco importa se nella finale della NFL (l’ultimo atto prima del SuperBowl) sei contro i Philadelphia Eagles. Il destino si personifica nella figura di Haason Reddick, linebacker della squadra allenata da coach Nick Sirianni, che compie il suo lavoro: limitare il quartebrack avversario placcandolo. Sorte che tocca anche a Purdy che, placcato, cade male sul gomito.
Il finale recita un pietoso 31-7 a favore di Philly. Il sogno SuperBowl è dunque sfumato nel peggiore dei modi, e gli esami strumentali del giorno dopo stravolgono le anime del Levi’s Stadium di Santa Clara: completa rottura dei legamenti del gomito. Purdy deve operarsi.
Ma se Purdy non ha vinto nulla, perché l’abbiamo inserito nella lista? Semplice, perché anche colui che non conta nulla, può arrivare a contare più di tutti. Specialmente se diventerà il QB titolare della sua squadra nella stagione 2023/24.
Austin Reaves
“Mi serviva solo un’opportunità. Avrei potuto essere selezionato alla quarantaduesima chiamata da Detroit. Ma ho rifiutato per Los Angeles”. La notte del draft è sempre una notte particolare per tutti gli addetti ai lavori della NBA. Ma Austin Reaves l’ha sentita più di tutti. Non dimenticherà mai la notte del 29 luglio 2021. Sessanta chiamate in cui nessuno fa il suo nome.
Si offrono i Los Angeles Lakers. Quei Lakers, campioni NBA meno di un anno prima, ma che già mostravano i primi segni di cedimento. Non sarebbero bastate le aggiunte a roster di Russell Westbrook, Dwight Howard, Trevor Ariza, Wayne Ellington e Rajon Rondo. A questi vanno aggiunte le firme di Kendrick Nunn e Malik Monk, l’arrivo di Carmelo Anthony, DeAndre Jordan e Kent Bazemore. Ci si aspettava che i Lakers arrivassero in scioltezza ai playoffs. Ad aprile, alla fine della stagione regolare, la classifica recitava decimo posto, con un record di 33-49. Per la gioia del GM, Rob Pelinka, e della dirigenza.
Ma facciamo un passo indietro. Reaves proviene da Newark, Arkansas. Pieno centro degli Stati Uniti d’America. Uno stato che fa dell’agricoltura la sua principale risorsa economica. Non è un caso che il soprannome di Reaves sia proprio Hillbilly Kobe. Hillbilly, nello slang statunitense, significa “proveniente dalla campagna”. Kobe, invece, non ha bisogno di spiegazioni. Questo singolare soprannome nasce però da Anthony Rini, suo assistente allenatore a Oklahoma State. Austin ci scherza su: “Se mi sento più hillbilly o più Kobe come giocatore? Facciamo cinquanta e cinquanta ragazzi”.
La versione Kobe Bryant di Austin Reaves viene fuori nei playoffs della stagione 2022/23. I Lakers, dopo una partenza a rilento, con appena due vittorie nelle prime dodici partite, cambiano dopo l’All-Star Game, rimontando epicamente fino a raggiungere il settimo posto della Western Conference. Austin diventa veramente un All-Star: nel mese di marzo 2023 la media recitava 18.5 punti e 5.6 assist di media, tirando col 56% dal campo (37.5% da tre).
Ai playoffs non c’è storia: Memphis Grizzlies battuti 2-4, per la gioia di Ja Morant (“We’re fine in the West”) e Dillon Brooks, e Golden State Warriors rimandati a casa col medesimo punteggio. Solo i Denver Nuggets, poi campioni NBA, hanno fermato i Lakers, spazzandoli via per 4-0. I playoffs hanno visto Austin indossare i panni del trascinatore: in 16 partite la media è di 16.9 punti, 4.4 rimbalzi e 4.6 assisit.
La vittoria per lui è stata quella del posto da titolare nel quintetto dei Lakers allenati da coach Darvin Ham, e il rinnovo da 56 milioni di dollari in quattro anni. Da qui, il futuro di Reaves non può che essere ancora più roseo. E c’è già chi lo considera un All-Star.
Jonas Vingegaard
C’è una parola danese che indica perfettamente il vincere di squadra senza credersi superiore a nessuno, criticando l’individualità e il successo. Tale parola è Janteloven e indica, più accuratamente, lo schema comportamentale della cultura nordica indicata da Aksel Sandemose, nel romanzo Un fuggitivo incrocia le sue tracce. In particolare, nello Janteloven, c’è una legge che si addice perfettamente a quanto fatto da Vingegaard: non credere di essere qualcosa di speciale.
E Jonas, danese di Hillerslev, non era assolutamente niente di speciale sulla bicicletta. Anzi, sembrava un passatempo per lui. Un mezzo da utilizzare una volta finita la giornata all’asta di pesce all’ingrosso. Eppure, Jonas tiene sempre aperta la porta al professionismo, tenendosi il lavoro come valida alternativa. Per quanto ci provi, i risultati non arrivano. Ai Mondiali Under 23 di Inssbruck, nel 2018, è solo sessantaquattresimo nella prova in linea. I test fisici danno risultati incredibili. Il potenziale è infinito. Ma a bloccare Jonas c’è un nemico molto potente: l’ansia.
L’anno successivo, approda in Jumbo-Visma. La Jumbo, consapevole dei suoi problemi e consapevole anche dell’esplosione di Tadej Pogacar, mette a disposizione dei membri della squadra un team di supporto psicologico. Che con Vingegaard non funziona. L’aiuto arriva dalla persona più vicina a Jonas in quel momento: sua moglie Trine. E’ la svolta, con la soluzione che arriva facendo un’attività che molto spesso viene data per scontata: parlare. Parlare della gara, del percorso. O anche semplicemente del più e del meno. Parlare per liberare la mente.
Il punto di svolta arriva nel 2020: l’arrivo della figlia Frida gli consente di iniziare grandiosamente un 2021 che lo vedrà diventare uno degli uomini di punta della Jumbo-Visma. La squadra lo responsabilizza, il suo compagno Primoz Roglic lo segue assiduamente e Jonas prende ancora più consapevolezza dei propri mezzi. E, nel Tour de France 2022, arriva la consacrazione: sulle Alpi, mentre Poagacar sembra avviarsi alla terza vittoria consecutiva della Gran Boucle, la Jumbo Visma esegue la strategia perfetta. Jonas vince la tappa e il Tour. A Copenaghen esplode la festa.
Quest’anno Jonas si presenta alla partenza di Bilbao molto più disteso dello scorso anno. Ride, scherza con tutti. Non sembra il Vingegaard del 2021. Infatti, prende la testa della corsa subito, alla sesta tappa, per non lasciarla più. E a poco servono le due vittorie di tappa di Pogacar. A Parigi la classifica recita: primo Vingegaard, davanti a Tadaj Pogacar, secondo con sette minuti e ventinove secondi di distacco.
La sua famiglia l’ha supportato per tutto il Tour. Perché dietro un grande uomo, c’è sempre una grande donna. E, nel caso di Jonas Vingegaard, sono due.
Rodri
“C’è un limite nella vita di uno sportivo, un muro che divide la normalità dall’eccellenza. Può essere un momento o una partita come questa. Se hai la forza di superarlo puoi alzare gli occhi, guardare la luce e pensare di non avere più confini”. Riprendendo una grande frase di Fabio Caressa, si può dire che per Rodrigo Hernandez Cascante, per tutti Rodri, quella partita sia stata la finale di Champions League 2022/23, giocatasi all’Ataturk Stadium di Istanbul il 10 giugno 2023.
E’ giusto però ricordare il percorso fatto per arrivare al superamento del confine. Il percorso di Rodri parte a Majadahonda, una cittadina di 71360 anime nella comunità autonoma di Madrid. Rodri gioca nella squadra cittadina, il Rayo Majadahonda. E’ un predestinato, troppo più forte dei ragazzini della sua età. Tanto che, ad appena 11 anni, piomba su di lui l‘Atletico Madrid. Quell’Atletico Madrid che lo svincolerà qualche anno dopo, ritenendolo troppo gracile. Mai errore fu più grosso.
Il Villareal realizza l’affare portandolo nel suo settore giovanile. Rodri non è più il Rodri dell’Atletico Madrid. Debutta ad appena 19 anni in Copa del Rey (più precisamente nel dicembre 2015, contro l’Huesca) e qualche mese dopo nella Liga. L’ambiente è stimolante, lontano dalle pressioni di Madrid o di Barcellona. Il Villareal chiude al quarto posto, qualificandosi per la UEFA Champions League dell’anno successivo. Per Rodri, 3 gettoni in Campionato e 3 in Copa del Rey.
Facciamo un balzo in avanti nel 2018. Rodri è assoluto titolare nel Villareal. A Madrid però, Diego Simeone (tecnico dell’Atletico), sta compiendo una rivoluzione. Dopo aver vinto l’Europa League, la sua squadra viene smantellata: via Antoine Griezmann, Juanfran, Diego Godín, Filipe Luís e Lucas Hernandez. Oltre a rifarsi la difesa, Simeone si assicura un talento che a Vila-Real sta facendo molto bene: tale Rodrigo Hernandez Cascante. A Madrid c’è tempo per raccogliere 47 presenze con i Colchoneros, prima che su di lui piombi il Manchester City.
Eppure, dietro il Rodri che vediamo in campo, che ha vinto tutto il vincibile in Inghilterra, c’è Rodrigo. Un ragazzo di 27 anni, laureato in economia e management che, pur guadagnando centoventimila sterline a settimana, guida l’auto che gli mette a disposizione il Club e che, pur giocando in una delle squadre più forti al mondo, allenata da uno dei migliori allenatori al mondo, decide di non essere appariscente. Tutt’altro.
Nessun acquisto stravagante, nessuna macchina costosa. Al suo fianco c’è Laura, ragazza conosciuta durante gli anni dell’Università. Entrambi condividono una caratteristica: non usano i social network. Se andate su Instagram, o su Twitter, non troverete alcun Rodri. Le uniche foto insieme sono quelle della serata di Istanbul, dove Laura va ad abbracciare il suo ragazzo, neocampione d’Europa.
Rodri dirà poi di lei: “È stato divertente perché l’ho incontrata, viveva nella residenza studentesca e stava iniziando medicina. Mi ha detto: ‘Cosa ci fa qui questo ragazzo?’. L’ho conosciuta quando ero nella squadra Under 21 del Villarreal, è stato un po’ come quando ho iniziato a fare carriera nel calcio”. Chissà se avrà riletto quelle parole dopo il triplete realizzato quest’anno.

