Lo avete sentito il boato per Sasha Djordjevic e Danilovic in campo insieme? Ecco. Questo è una sintesi accurata, ma pur sempre una sintesi di quello che questi due (anzi, Questi Due) sono stati sul campo. Iniziamo dalla fine? Ma sì, dai.
E se io vivo da Partizan: Sasha Djordjevic e Danilovic
L’anno di grazia è il 1992. Pochi mesi prima che i mostri della NBA si palesino sui parquet catalani e mettano in campo la Squadra del Sogno.
La Jugoslavia è in guerra, il governo centrale di Belgrado è diviso tra le azioni militari tra il fronte croato e quello bosniaco.
La Jugoslavia è in guerra e si sente, tant’è che la FIBA ha lasciato in apnea la futura nazionale serba.
Poi ci sono loro: Sasha e Sasha. Djordjevic e Danilovic. Non sono amicissimi, e diciamo che durante la loro carriera agonistica non si ameranno mai troppo.
Ma restiamo al 1992, anzi alla fine del 1991.
Sasha e Sasha sono il dynamic duo del Partizan. Uno si chiama Aleksandar e ci sta, l’altro è stato battezzato Predrag ma è chiamato Sasha. Il perché si perde nel tempo.
Quello dove i due fustacchioni è un Partizan che ha perso Divac, Paspalj, Grbovic. La dirigenza ascolta Nikolic e dà le chiavi in mano a Sasha e Sasha.
In panchina un ex giocatore convinto a diventare coach. Zelimir Obradovic. Ah.
In quel 1992, prima del Dream Team, appare il Partizan. Coppa Campioni, con Loncar, Rebraca, Saric, oltre a Sasha e Sasha.
Italiani e serbi, una razza, una faccia
Poi nel futuro di entrambi ci fu l’Italia. Djordjevic nella capitale economica, Danilovic nella capitale cestistica.
Danilovic fece grande la Bologna di Messina, di Bucci e quella del Messina-bis. Arrivò a Bologna, Gianfranco Civolani gli chiese cosa ne pensasse di dover sostituire Sugar Ray Richardson, Sasha prese cappello e quasi se ne andò. Quasi.
Djordjevic non vinse mai lo scudetto in Italia, nemmeno quando arrivò sulla sponda opposta a quella dell’altro Sasha.
Però ebbe miglior fortuna in NBA, al contrario dell’altro, che arrivò a Miami, ci rimase due anni prima di dire che lui era più troppo bravo dei compagni e che non lo stimolava.
Poi dissero basta, perché il tempo passa per tutti.
Danilovic dopo un allenamento nella stagione 2000/2001, lasciando il testimone a Ginobili, che da lui fece in tempo a prendersi una lavata di capo, però.
Sasha Djordjevic durò fino al 2005, poi Ruben Douglas gli strappò l’ultima chance di scudetto italiano. Tempo otto mesi e tornò a Milano, come coach al posto di Lino Lardo, però.

Sasha Djordjevic
Lì, su quella panchina, lui c’è sempre stato, Danilovic invece non ha mai avuto la tentazione.
Ha sempre preferito fare il presidente, del Partizan, dal 2007 fino al malore del 2015. Ora è tornato, e dal dicembre 2016 è presidente della federazione serba.
Con l’altro come ct.
Ah.

e tempo non di guerra”. Logico e fisiologico quindi che un popolo abituato alle ricostruzioni riesca a porre velocemente e bene le basi per il rilancio di quella che è la selezione di punta dell’intero movimento sportivo locale. Undicesimi ad Atene 2004 e Tokyo 2006, noni all’Eurobasket casalingo del 2005: segnali scoraggianti, preludio al quattordicesimo posto di Spagna 2007. Da lì, la risalita: le qualificazioni all’Europeo polacco che videro i serbi superare l’Italia, l’argento immediato nel 2009 contro la Armada Invencible e in un batter d’occhio siamo arrivati fino al 2016.
Già, la tradizione, quella che se avessimo seguito anche noi, ora staremmo festeggiando il viaggio olimpico. Perché i serbi, al contrario di noi, sono a Rio perché hanno seguito il solco tracciato da chi è venuto prima di loro. Noi e il nostro postmodernismo fatto di showtime, penetrazioni a testa bassa, isolamenti, triple, cose fatte strane, siamo rimasti a casa, mentre la Serbia ha raggiunto il risultato con le sue antichità sempre attuali: nella propria metà campo aiuto e recupero, difensori distanti dall’attaccante ma non troppo, marcatura fisica solo nella zona della palla e sotto canestro, mentre in attacco movimento costante di uomini e pallone, circolazione interno-esterno ed esterno-interno, e giocatori che, prendendo posizione, lasciano sguarnita una porzione del campo che occupata in corsa dal tagliante diventa non difendibile. Sasha Djordjevic con pochi semplici accorgimenti, ha impostato una nazionale che inseguiva l’obiettivo a cinque cerchi dal 2004. Oltre a questo, alla fine ha fatto la differenza l’identità volitiva della Serbia più forte di sempre, che è



