I tifosi dei Washington Wizards, da qualche stagione, sono fiduciosi che la loro squadra possa fare bene, guidata da talenti come John Wall e Bradley Beal, oltre che da buoni o ottimi gregari. Eppure qualcosa va sempre storto: quel passo finale, quello che porta alle finali di Conference, non viene mai compiuto, vuoi per sfortuna (gli infortuni di Wall), vuoi per demeriti (la fragilità dello spogliatoio). Comunque la si voglia vedere, i proclami non sono ciò che rende grande una franchigia, perché a parole è sempre tutto facile (che saggezza per colui che disse che “tra il dire e il fare…”), ma i fatti sono spesso una storia molto differente. A volte, d’altronde, capita anche che gli dei della pallacanestro premino la perseveranza, in questo caso dei Wizards e di tutto l’Est in generale: hanno condotto, per la prima volta, il dominatore LeBron James nella Conference occidentale, lasciando quella orientale priva del suo padrone incontrastato. Un’occasione unica per Boston, per Toronto, per Philadelphia e per i Maghi (astenersi scettici) della capitale, che hanno avuto la prontezza di muoversi bene sul mercato, pur optando per qualche scommessa.
WASHINGTON WIZARDS: LA SCOMMESSA HOWARD
Sacrificato Marcin Gortat sull’altare di un’efficiente riserva di John Wall, ossia Austin Rivers, ai Washington Wizards serviva necessariamente un pivot titolare. Doveva essere un giocatore esperto, buon difensore e, soprattutto, capace di giocare il pick and roll con efficacia: l’occasione di Dwight Howard, appena tagliato dai Nets, era la migliore sul mercato ed è stata prontamente colta. L’ultima stagione trascorsa agli Hornets parla di cifre di tutto rispetto per Superman: 16.6 punti e 11.2 rimbalzi, che confermano il trend positivo che aveva ritrovato già in quel di Atlanta. Rispetto a Gortat, Howard porta a Washington una maggiore dose di atletismo ed esplosività, quelle caratteristiche da rim protector che ai Wizards tanto necessitano per fare un deciso salto di qualità nel pitturato.
Per i Wizards le capacità di difendere il ferro di Howard possono essere una manna dal cielo.
Altro aspetto sicuramente rilevante potrà essere il fatto che il lungo ex Orlando troverà un playmaker con caratteristiche simili a Kemba Walker, con cui tanto si è trovato bene a Charlotte: anche Wall, infatti, ama attaccare il ferro e costruire per sé e per i compagni dal proprio incredibile uno contro uno. Howard potrà lavorare sui suoi scarichi, sui pocket pass e sui rimbalzi offensivi generati dai necessari aiuti difensivi, sfruttando anche lo spazio aperto da tiratori notevoli sul perimetro, quali Beal, Morris e Porter. Il vero dubbio può essere la sua condizione mentale, vera limitazione ad una carriera che prometteva decisamente meglio; starà a coach Brooks saperne sfruttare al meglio le caratteristiche, con la consapevolezza di avere in mano un centro che potrebbe essere il tassello decisivo di un quintetto già molto interessante.
Howard sa lavorare bene d’intesa coi compagni in ambito pick and roll.
JEFF GREEN E LA SINDROME DELLA PANCHINA
La sindrome della panchina affligge i Washington Wizards da ormai diverse stagioni ed è sovente il motivo che impedisce loro di superare l’ostacolo che li separa dalle franchigie dell’élite della Lega. E’ una panchina troppo corta e spuntata sotto il profilo offensivo, incapace di offrire minuti di qualità. Se il problema del playmaker di riserva è stato ovviato dall’arrivo di Austin Rivers, mancava ancora un giocatore in grado di produrre punti mentre i titolari si riposano. La chance si è presentata con la scadenza del contratto di Jeff Green con i Cavaliers. Altro giocatore esperto, che ha avuto una carriera ricca di alti e bassi, capace però di ritrovare un ruolo preponderante nell’ultima stagione. I 10.8 punti in uscita dalla panchina parlano chiaro: il talento di Green non è scomparso e può far solamente comodo alla truppa di coach Brooks, che si avvale così di un giocatore anche duttile, che può fungere anche da ala forte in situazioni di quintetti piccoli, casistica in cui coach Lue lo ha utilizzato con frequenza. Anche qui a far la differenza sarà l’aspetto psicologico, per un giocatore che ha fatto fatica a ritrovarsi dopo un delicatissimo intervento al cuore, ma che ora pare aver ritrovato fiducia.
Nella Eastern Conference il Re ha lasciato sguarnito il suo prestigioso trono, aprendo un’interessante corsa alla sua conquista. Con le giuste mosse tecnico-tattiche anche i Washington Wizards possono inserirsi in questa nobile ed incerta competizione, per mantenere finalmente quelle promesse ormai troppo vacue fatte ai loro tifosi e per ritrovare l’amore di una città tanto severa quanto paziente. Nella capitale il momento può e deve essere ora, la stagione 2018/2019.

