Washington Wizards, si farà di tutto per arrivare al GM Raptors, Masai Ujiri

I Toronto Raptors sono ad un passo da un titolo storico. Sono infatti in vantaggio per 3-1 sui due volte campioni in carica dei Golden State Warriors nelle Finali NBA. La squadra di Toronto non è stata formata tramite scelte alte al Draft o approdi di giocatori importanti tramite il mercato dei free-agents. Piuttosto, il roster attuale è stato costruito tramite le mosse abili del GM della franchigia: Masai Ujiri, oggi nel mirino dei Washington Wizards.

Da quando è salito in carica come General Manager dei canadesi, nel 2013, è stato in grado di migliorare costantemente la squadra. L’ha trasformata, dall’essere una delle tante che lottano ogni anno per un posto playoff nella Conference orientale, in una squadra ad un passo dal titolo. Ci è riuscito senza mai rinunciare a lasciare spazio ad impegno e miglioramento in campo, non avendo mai puntato a perdere di proposito per accaparrarsi prime scelte al Draft. E’ stato, piuttosto, in grado di mettere insieme questo gruppo tramite scambi azzeccati e scelte basse sviluppate sapientemente in grandi giocatori: vedi Pascal Siakam, protagonista delle Finali attuali, selezionato con la numero 27 del 2016.

Toronto Raptors 2018/2019

Il fiore all’occhiello del curriculum dell’executive di Toronto, ad oggi, è rappresentato dallo scambio che nella scorsa estate ha portato in Canada Kawhi Leonard. Il giocatore, diventato l’idolo di tutta una nazione, è giunto ai Raptors tramite un accordo con i San Antonio Spurs. Ujiri spedì in Texas l’allora giocatore franchigia Demar Derozan e il giovane Jacob Poeltl in cambio di Leonard e di Danny Green. Oggi, per quanto i due stanno facendo in questi playoff, l’affare, all’epoca visto come un azzardo, è considerato un successo assoluto e un’intuizione da maestro.

La situazione di Washington è tragica: non hanno grandi assetti, giovani o scelte che siano, e devono subire il peso di alcuni contratti particolarmente gravosi. Su tutti quello da 170 milioni di dollari di John Wall, che non scadrà prima del 2023. Il playmaker sta attualmente affrontando un infortunio al tendine di achille, che lo potrebbe tenere lontano dal parquet per l’intera prossima stagione. Per la franchigia, Ujiri potrebbe essere l’uomo giusto per ricostruire qualcosa di solido dalle macerie degli Wizards.

Secondo quanto riportato da Jack Baer, per Yahoo Sports, la società sarebbe pronta a fare follie per accaparrarselo. Sarebbero disposti a promettergli, infatti, uno stipendio da almeno 10 milioni annui e una parte azionaria e di controllo sulla “Monumental Sports and Entertainment“, società che controlla non solo gli Wizards, ma anche la Capitol One Arena e la squadra di hockey della città, i Capitals.

Dovesse arrivare un’offerta del genere, per quanto fatto bene a Toronto, sarebbe davvero difficile rifiutarla, per Ujiri. Ad oggi, tuttavia, non si hanno ancora notizie ufficiali, ed il GM sembrerebbe ancora impegnato a tifare per i suoi Raptors nelle Finals. Senza dubbio, dopo la conclusione della stagione, si avranno notizie più certe a riguardo.

Bradley Beal non chiederà una trade, ma il tempo a Washington stringe

Bradley Beal trade

La mancata nomina di Bradley Beal in uno dei primi tre quintetti NBA per la stagione 2018\19 ha reso per la star degli Washington Wizards un poco meno vantaggiosa economicamente una permanenza nella capitale, e per contro un poco più facile la strada per una trade per le squadre interessate al talento da Florida.

Il contratto di Bradley Beal scadrà solo nel 2021, ma il giocatore è già in potere di rinegoziare con la sua squadra d’appartenenza un rinnovo contrattuale al massimo salariale. Il mancato ingresso in uno dei tre quintetti All-NBA ha vanificato per Beal la possibilità di richiedere la “supermax extension” (Designated Veteran Player Extension) agli Wizards, e dunque la possibilità di ottenere un contratto ancora più vantaggioso.

In caso di nomina, Beal sarebbe stato eleggibile per un’estensione quinquennale da 191 milioni di dollari (quella che spetterà a Damian Lillard dei Portland Trail Blazers, ad esempio). L’ex Florida Gators potrà ora invece “accontentarsi” di un contratto da 158 milioni di dollari complessivi. I circa 30 milioni in meno, uniti allo stato disastrato delle finanze e del roster attuale dei suoi Washington Wizards, potrebbero presto aprire uno spiraglio per Bradley Beal, e per squadre interessate ai suoi servigi.

Beal, 26 anni e reduce da una stagione da 25.6 punti, 5 rimbalzi e 5.6 assist a partita, non chiederà, almeno in questa fase, agli Washington Wizards di essere lasciato libero.

Ma il tempo per la squadra della capitale per raccogliere i cocci di un’annata negativa sotto (quasi) ogni aspetto, stringe. Gli Wizards sono al momento ancora privi di un general manager, dopo la cacciata dello storico Ernie Grunfeld ed il “no” incassato da Tim Connelly, demiurgo dei nuovi Denver Nuggets.

Coach Scott Brooks è sopravvissuto alla stagione, Kelly Oubre Jr, Markieff Morris, Otto Porter Jr si sono invece trasferiti presso altri lidi per ragioni salariali. In estate i contratti dei neo acquisti Jabari Parker (team option) e Bobby Portis scadranno, assieme a quelli dei giovani Tomas Satoransky e Thomas Bryant, uniche note positive – eccetto Beal – della stagione degli Wizards.

Dwight Howard, apparso per sole 9 partite nel 2018\19, sarà invece ancora a libro paga per un’altra stagione ed oltre 5 milioni di dollari. Jeff Green è in scadenza e destinato a cambiare aria, così come Trevor Ariza.

In un contesto di totale ricostruzione (sulla quale aleggia come un ectoplasma il contratto al massimo salariale dell’infortunatissimo John Wall), Bradley Beal è la sola certezza. La draft lottery 2019 ha riservato a Washington la sola nona chiamata assoluta, con la quale gli Wizards cercheranno un giocatore di impatto immediato, che assieme alla prima scelta 2018 Troy Brown Jr possa sostituire i veterani in partenza.

In qualsiasi momento dunque, magari già a stagione in corso, Bradley Beal potrebbe guardarsi attorno e richiedere una trade che, a 26 o 27 anni d’età e nel fiore della freschezza agonistica, possa valorizzare il grande talento offensivo della guardia da Florida.

Non sarebbe una mossa priva di precedenti: i colloqui tra i New Orleans Pelicans e le potenziali acquirenti per lo scontento Anthony Davis si riavvieranno a breve. Appena due stagione fa, il 27enne Paul George fece sapere a suoi Indiana Pacers di non avere alcuna intenzione di firmare la ricchissima supermax extension, chiedendo ed ottenendo una trade.

Quali squadre potrebbero permettersi già da oggi di “tentare” sia Bradley Beal che degli Washington Wizards in cerca di sollievo (salariale)? I Los Angeles Lakers sono pronosticati quale meta “logica” per un attaccante come Beal, ma qualsiasi trattativa che coinvolga – come contropartita – Brandon Ingram dovrà gioco forza concludersi prima della fine della stagione 2019\20, al termine della quale l’ex scelta assoluta numero 2 dei Lakers sarà eleggibile per la “rookie scale extension” (una scelta difficile per un giocatore di talento ma finora poco continuo come Ingram).

Gli Oklahoma City Thunder potrebbero permettersi un approccio più “conservativo” ed impostare una trattativa che coinvolga i contratti di giocatori come Steven Adams, Jerami Grant, Terrence Ferguson e\o del lungodegente Andre Roberson, sommati alla scelta numero 21 del prossimo draft.

La terza eliminazione consecutiva al primo turno di playoffs dei Thunder ha reso evidente la mancanza di attacco e tiro dalla lunga distanza dell’attuale roster in casa OKC. Le difficoltà fisiche di un Russell Westbrook ormai 30enne hanno iniziato a fare capolino in alcuni momenti della stagione, e l’infortunio alla spalla di Paul George ha di fatto sancito la fine dei sogni di gloria dei Thunder già a febbraio.

Un big three che comprenda anche Bradley Beal – sebbene atipico – avrebbe il pregio tecnico di alleviare ancora di più la pressione difensiva su Westbrook, ed il potenziale costo dell’operazione parrebbe sostenibile per la franchigia, che perderebbe certo il suo centro titolare (l’ottimo Steven Adams), e due giocatori (Grant, Ferguson) i cui minuti sarebbero però coperti dalla star degli Wizards. La prima scelta 2019,  o la futura disponibilità dei Thunder di accettare di accollarsi l’ultimo anno di contratto di Dwight Howard (se non – con un’operazione più complessa – quello monstre di Ian Mahinmi) potrebbero “addolcire la pillola” per Washington, qualora Bradley Beal dovesse decidere di cercare altrove una situazione degna del suo talento.

NBA Jersey Stories – Wizards, da Jordan agli Anni Zero

Con l’arrivo del nuovo millennio, molte delle sgargianti divise degli Anni ’90 sparirono dalla circolazione. Squadre come Toronto Raptors, Vancouver Grizzlies e Phoenix Suns optarono per un ‘ammodernamento’ del loro look, decretando di fatto la fine di un’epoca. A Washington, si scelse di procedere in maniera leggermente diversa: non sarebbero cambiate solo le maglie, sarebbe cambiato tutto. I nuovi Wizards guidarono la città attraverso un decennio caratterizzato da follie e sogni infranti, leggende in declino e stelle nascenti, ma soprattutto dall’inaspettata ascesa e dalla brusca caduta di uno dei massimi esponenti della ‘Generazione X’. Erano gli Wizards degli Anni Zero.

Juwan Howard (a sinistra) e Chris Webber con le divise dei Washington Bullets, utilizzate fino al 1997
Juwan Howard (a sinistra) e Chris Webber con le divise dei Washington Bullets, utilizzate fino al 1997

I Washington Bullets non erano la prima incarnazione della franchigia capitolina. Quando debuttarono in NBA, nella leggendaria stagione 1961/62, si chiamavano Chicago Packers, ma un anno dopo furono rinominati “Zephyrs” per cancellare ogni accostamento con i Green Bay Packers, arci-rivali dei Chicago Bears nella NFL. Nella ‘Windy City’, però, non c’era ancora terreno fertile per una squadra di basket professionistico. Nel 1963, la franchigia si spostò a Baltimore, dove assunse il nome “Bullets”. Già utilizzato dai primi Baltimore Bullets agli albori della NBA (sparirono nel 1954), era un omaggio alla Phoenix Shot Tower, storico monumento cittadino. Un nome che seguirà il club, dieci anni più tardi, anche a Washington. Negli Anni ’70, i Washington Bullets avevano conosciuto il loro momento di massimo splendore, vincendo un titolo NBA (1978) e perdendo altre tre finali. Con l’addio dei pilastri Wes Unseld ed Elvin Hayes, la squadra era sprofondata in una mediocrità apparentemente eterna. Nemmeno rimettere insieme le due punte di diamante dei ‘Fab Five’ di Michigan, Chris Webber e Juwan Howard, era servito a smuovere le acque. Nel 1997, terminata rapidamente (con un netto 3-0 in favore dei Chicago Bulls) l’unica apparizione ai playoff dal lontano 1988, scattò la rivoluzione.

In realtà, il processo di ‘aggiornamento’ della franchigia era iniziato qualche anno prima. In una città dall’elevato tasso di criminalità e omicidi come Washington, il termine “Bullets” non richiamava più il deposito munizioni di Baltimore. Nel novembre del 1995, l’assassinio del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, amico di vecchia data del proprietario Abe Pollin, diede la spinta definitiva: la franchigia avrebbe cambiato nome. Come da prassi, fu indetto un sondaggio tra i tifosi per decidere la nuova denominazione. Da un novero di soluzioni non proprio irrinunciabili (tra cui spiccava Washington Express, in arrivo al binario cinque) emerse Washington Wizards; a partire al 1997, sarebbe stata la nuova identità della squadra. Quello stesso anno vennero inaugurati un nuovo palazzetto, l’MCI Center, e le nuove divise, che ripresero i colori (azzurro, bianco e oro) adottati due anni prima dai Washington Capitals, franchigia NHL di proprietà dello stesso Pollin. La svolta ‘stilistica’ non fu accompagnata da un rilancio sportivo. Le ottime prestazioni di Webber (nominato per la prima volta All-Star nel 1997) non bastarono per tornare ai playoff, così il giocatore venne spedito a Sacramento in cambio di Mitch Richmond e Otis Thorpe. Mentre C-Webb trascinava i Kings verso vette inesplorate, gli Wizards sprofondavano nei bassifondi della Eastern Conference.

Nel gennaio del 2000, la franchigia diede il benvenuto a una figura piuttosto rilevante: Michael Jordan. Ritiratosi ufficialmente un anno prima, ‘His Airness’ non era riuscito ad allontanarsi del tutto dal mondo NBA, per il quale tanto aveva fatto e dal quale tanto aveva ricevuto. L’idea di entrare a far parte di uno staff dirigenziale lo stuzzicava fin dall’inizio della sua ‘pensione dorata’, ma le alternative non erano molte. I rapporti con il front-office dei Chicago Bulls non erano mai stati idilliaci, e il brusco smantellamento della squadra aveva raffreddato ulteriormente la relazione con il general manager, Jerry Krause. Gli Charlotte Hornets, squadra ‘di casa’ per MJ, erano in odore di trasferimento a New Orleans, per cui non se ne fece nulla, per il momento (Jordan acquisterà le prime quote degli allora Charlotte Bobcats nel 2006). Se la reunion con Phil Jackson ai Los Angeles Lakers era stata più una suggestione, che una reale possibilità, l’ipotesi più concreta fu Milwaukee, ma i Bucks non intendevano cedere all’ex-giocatore alcuna quota minoritaria, cosa che invece accettò Pollin. Sebbene tra la star e il proprietario degli Wizards non corresse proprio buon sangue (i due avevano avuto qualche contrasto in occasione del lockout nel 1998/99), accostare il nome di Michael a quello della squadra appariva come un’imperdibile occasione di rilancio. Così, Jordan divenne socio e president of basketball operations della franchigia.
La sua fu una presenza ingombrante fin da subito: innanzitutto, si fece accompagnare da una cerchia di fedelissimi (perlopiù collaboratori del suo storico agente, David Falk), che vennero considerati fin dal loro arrivo come una sorta di ‘clan’, poi cedette gli elementi di spicco del roster, Juwan Howard e Rod Strickland. Mike non si limitava alle operazioni manageriali: spesso si allenava con la squadra, finendo spesso per mettere in imbarazzo i giocatori più giovani. Mentre Washington perdeva una partita dopo l’altra (chiuderà tredicesima a Est nel 2000, quattordicesima l’anno dopo), tra gli appassionati cresceva un dubbio: non è che il miglior giocatore degli Wizards sia quello che siede alla scrivania?

Michael Jordan, agli Wizards dal 2001 al 2003
Michael Jordan, agli Wizards dal 2001 al 2003

La risposta arrivò il 25 settembre 2001. Dopo aver speso la prima scelta assoluta al draft per selezionare Kwame Brown e dopo aver affidato la panchina a Doug Collins (predecessore di Jackson ai Bulls e pupillo di MJ), Michael Jordan annunciò il suo secondo ritorno in campo. Giustificò la sua decisione con la memorabile espressione “For the love of the game” e comunicò che il suo stipendio (1 milione di dollari annui, ovvero il minimo salariale) sarebbe stato devoluto alle famiglie colpite dagli attentati al World Trade Center e al Pentagono. Nel rispetto del regolamento NBA, cedette le sue quote e lasciò il ruolo dirigenziale, ricevendo da Abe Pollin una garanzia: una volta appese definitivamente le scarpe al chiodo, la poltrona sarebbe stata ancora lì.
Di colpo, gli Wizards divennero una delle principali attrazioni NBA. L’MCI Center fece registrare un tutto esaurito dopo l’altro, le maglie bianco-azzurre numero 23 andarono a ruba e molti fan di vecchia data si riavvicinarono alla lega che avevano abbandonato con il ritiro del loro eroe.
Se sul piano del marketing l’operazione-Jordan fu un trionfo assoluto, a livello prettamente sportivo le cose non migliorarono più di tanto. Il quasi quarantenne MJ mostrò di non aver perso lo smalto di un tempo. Giocò due stagioni a 21.2 punti di media, fu il miglior realizzatore degli Wizards nel 2001/02 e aggiunse alla sua leggendaria collezione di gemme una gara da 51 punti (il 29 dicembre 2001, contro i ‘suoi’ Charlotte Hornets), a cui ne seguì una da 45 (due giorni dopo, contro i New Jersey Nets), e una prestazione da 43 punti fatta registrare il 21 febbraio 2003, quattro giorni dopo il suo quarantesimo compleanno. L’All-Star Game di Atlanta (l’ultimo giocato in carriera) fu organizzato in suo tributo, e la sua ultima partita, al First Union Center di Philadelphia, terminò con una standing ovation e con le lacrime di tifosi e avversari.

Con tutti i riflettori puntati sul numero 23, però, i compagni più giovani faticavano ad emergere. Kwame Brown non riuscì a reggere il peso della prima scelta e la pressione derivata dalla presenza di Jordan, guadagnandosi presto l’indelebile etichetta di ‘bidone colossale’. Richard ‘Rip’ Hamilton, stella nascente della squadra, fu notevolmente limitato dal rientro di MJ e, nel settembre del 2002, fu spedito ai Detroit Pistons nella trade che portò a Washington Jerry Stackhouse. Nel biennio ‘griffato’ Air Jordan, gli Wizards non riuscirono a qualificarsi per i playoff.
Il divorzio tra la superstar e la sua ultima franchigia fu piuttosto traumatico. Una volta smessa la divisa, la poltrona promessa da Abe Pollin non c’era più. Esasperato dagli scarsi risultati della squadra e dall’eccessiva influenza di MJ e del suo entourage in ambito dirigenziale, il proprietario, nello stupore generale, licenziò Michael Jordan. Seppur sorprendente, quella non fu l’unica mossa che, nell’estate del 2003, diede una svolta epocale alla franchigia: coach Collins fu rimpiazzato da un altro Jordan, Eddie (non imparentato con Michael), Ernie Grunfeld fu nominato general manager e, con lo spazio salariale liberato dai recenti scambi, venne messo sotto contratto Gilbert Arenas, da poco eletto Most Improved Player Of The Year. Stavano per iniziare gli Anni Zero.

Caron Butler, Gilbert Arenas e Antawn Jamison, i 'Big Three' degli Wizards Anni 2000
Caron Butler, Gilbert Arenas e Antawn Jamison, i ‘Big Three’ degli Wizards Anni 2000

Dopo un interessante biennio collegiale ad Arizona, culminato con la finalissima NCAA del 2001 (persa contro Duke), Arenas era stato scelto per trentunesimo dai Golden State Warriors nello stesso draft in cui gli Wizards avevano chiamato Kwame Brown. A suo dire, scelse il numero zero “come i minuti in cui dicevano avrei giocato in NBA”. Quella versione degli Warriors era tremenda: nonostante un roster giovane e talentuoso, in cui spiccavano Jason Richardson, Antawn Jamison e Larry Hughes, chiuse la stagione 2001/02 come fanalino di coda della Western Conference. L’anno successivo, Gilbert si impose come ‘secondo violino’ alle spalle di Jamison e mostrò i primi lampi da ‘realizzatore seriale’; passò dai 10.9 punti di media dell’anno da rookie ai 18.3 del 2002/03, guadagnandosi il premio come giocatore più migliorato. A causa delle norme contrattuali dell’epoca, Golden State non poteva permettersi di rinnovargli il contratto, così Arenas divenne free-agent e si accordò con gli Wizards.

A Washington, dove Gilbert si riunì con Larry Hughes e Antawn Jamison, nacque il mito di ‘Agent Zero’. Tra il 2004 e il 2007, Arenas si affermò come una delle stelle più luminose del firmamento NBA. Convocato a tre All-Star Game consecutivi e incluso per tre volte in un All-NBA Team, nel 2005/06 chiuse la regular season a 29.3 punti di media. I suoi anni d’oro furono impreziositi anche da numerosi clutch shots e da una leggendaria performance da 60 punti contro i Lakers di Kobe Bryant, che a sua volta rispose con 45. Per l’occasione, gli Wizards indossavano la dorata alternate jersey, che fece sporadiche apparizioni sui parquet NBA tra il 2006 e il 2009.
Intorno al ‘tascabile’ fenomeno, la dirigenza costruì una buonissima squadra. Nel 2004, Jamison (fresco di nomina a Sixth man Of The Year) arrivò da Dallas in cambio di un Jerry Stackhouse in fase calante. L’anno dopo, il ‘povero’ Kwame Brown fu spedito ai Lakers (passare dalle ‘angherie’ di Jordan a quelle di Bryant non dev’essere proprio un gran modo per rilanciare la propria carriera), in cambio di Caron Butler. Approdato nella NBA dopo una giovinezza tragica, segnata da violenza, droga e carcere (racconterà tutto nella notevole autobiografia Tuff Juice), Butler andò a formare con Arenas e Jamison il più improbabile dei ‘Big Three’, manifesto perfetto di quella generazione ‘dannata’.
Guidati dai tre All-Star, gli Wizards divennero ospiti fissi dei playoff. Nonostante una Eastern Conference non proprio irresistibile, però, non riuscirono mai ad andare oltre il secondo turno del 2005. L’anno dopo furono eliminati al primo round dagli emergenti Cleveland Cavaliers di LeBron James, che buttarono fuori Washington anche nel 2007. Quella stagione fu segnata da parecchi infortuni in casa Wizards. Jamison, Butler e Arenas accusarono problemi alle ginocchia. L’ala da North Carolina se la cavò con dodici gare di stop, ma agli altri due andò decisamente peggio. Una volta rientrato, ‘Tuff Juice’ si fratturò una mano, giocando appena 63 partite in regular season. L’infortunio di ‘Agent Zero’, subito a causa di un contatto fortuito con Gerald Wallace dei Bobcats, ebbe conseguenze nefaste: fu necessaria un’operazione al menisco, perciò la stella fu costretta a chiudere anzitempo la stagione. Forse non fu chiaro fin da subito ma, per quegli Wizards, il treno era ormai passato.

Arenas con la maglia 'alternate' degli Wizards, introdotta nel 2006
Arenas con la maglia ‘alternate’ degli Wizards, introdotta nel 2006

Gli infortuni si rivelarono un problema insormontabile per gli uomini di Eddie Jordan. Gilbert Arenas giocò le prime otto partite della stagione 2007/08, salvo poi tornare sotto i ferri per una nuova operazione al ginocchio; per lui era già iniziata la discesa agli inferi. Il centro Etan Tomas saltò addirittura l’intera annata per un intervento a cuore aperto, mentre Caron Butler perse 24 incontri per una serie di problemi all’anca. Ciò non gli impedì di disputare il secondo All-Star Game consecutivo, in coppia con Antawn Jamison. i due trascinarono nuovamente Washington ai playoff, ma ancora una volta arrivò lo ‘spauracchio’ LeBron James a infrangere le ambizioni di gloria.
In estate, sia Jamison che Arenas firmarono dei sontuosi rinnovi contrattuali: 50 milioni di dollari in quattro stagioni per il primo, addirittura 111 milioni in sei anni per ‘Agent Zero’. Mosse inevitabili, per quanto i due avevano dato alla causa, ma che colpiranno la franchigia come un terribile boomerang. Gilbert, alle prese con nuove operazioni al ginocchio, non mise piede in campo fino al 29 marzo 2009. Gli Wizards, privi per tutta la regular season anche del lungo Brendan Haywood, colarono a picco: 19 vittorie e 63 sconfitte, peggior record dal 2000/01. A metà di quella stagione fallimentare, coach Eddie Jordan venne esonerato. Dopo aver affidato la panchina ad interim all’assistente Ed Tapscott, venne ingaggiato Flip Saunders, ex-timoniere dei Minnesota Timberwolves.

Se il 2008/09 era sembrato terribile, l’annata seguente fu un vero e proprio incubo. Il 24 novembre, Abe Pollin morì all’età di 85 anni, 45 dei quali passati come proprietario degli Wizards. Esattamente un mese dopo, venne alla luce il primo di una serie di episodi che fecero calare definitivamente il sipario sugli ‘Anni Zero’ della franchigia. Si scoprì che Gilbert Arenas aveva introdotto delle armi da fuoco negli spogliatoi dell’ormai Verizon Center. Non solo: una lite con il compagno Javaris Crittenton, incentrata su alcune scommesse clandestine, era sfociata in una sorta di ‘duello western’. Le intenzioni dei due non furono mai del tutto chiarite, così come non fu mai appurato se le armi fossero effettivamente scariche, come dichiarato dai protagonisti. In ogni caso, David Stern non poté soprassedere: i due giocatori furono sospesi a tempo indeterminato. Per Crittenton, la vicenda rappresentò l’ingresso nel tunnel della criminalità; oggi la sua fedina penale ‘vanta’ condanne per aggressione, spaccio, attività di stampo squadristico (ai tempi dei Lakers si era unito a una gang di Los Angeles), tentato omicidio e omicidio volontario, reato per il quale sta tuttora scontando 23 anni di reclusione. A Gilbert Arenas non andò altrettanto male. Se la ‘cavò’ con due anni di libertà vigilata e l’obbligo di frequentare corsi di recupero, ma la sua carriera NBA era comunque al capolinea. Quando rientrò, all’inizio della stagione 2010/11, in campo si vide solo l’ombra del vecchio ‘Agent Zero’, e non solo per il nuovo numero 9 sulla maglia. Dopo sole 24 partite, fu ceduto agli Orlando Magic, in cambio di Rashard Lewis.

John Wall con la nuova divisa, introdotta dagli Wizards nel 2011
John Wall con la nuova divisa, introdotta dagli Wizards nel 2011

Nel frattempo, gli Wizards erano profondamente cambiati. La vicenda-Arenas aveva messo una pietra tombale sulle ambizioni della squadra, che nel febbraio 2010 stravolse completamente il roster. Butler e Haywood furono ceduti ai Dallas Mavericks, mentre Jamison raggiunse LeBron James a Cleveland. La stagione si concluse con il quintultimo peggior record della lega (26-56), ma la draft lottery riservò la più gradita delle sorprese: Washington ottenne la prima scelta assoluta, con la quale selezionò John Wall, esplosiva point guard da Kenntucky. Con la partenza di Arenas, Wall si prese definitivamente il posto in quintetto e il titolo di uomo-franchigia, ridando ai tifosi qualche speranza per un futuro migliore. Quando Ted Leonsis acquisì la maggioranza del club, optò per una definitiva svolta generazionale, che sarebbe partita da un cambio di look. Gli Wizards tornarono ai classici colori bianco-rosso-blu, abbandonando per sempre le maglie-simbolo di quegli ‘anni mutevoli’, tanto esaltanti, quanto sciagurati.

Wizards, nuovo parterre esclusivo alla Capital One Arena

parterre Capital One Arena

Per gli Washington Wizards questa non è stata una delle migliori stagioni degli ultimi anni. Anzi, in pre-season, gli uomini di coach Scott Brooks erano dati come una possibile outsider ad Est, visto il trio Wall-Beal-Howard a roster. Gli infortuni, però, hanno tagliato presto fuori la franchigia della capitale, la quale non è nemmeno riuscita a trovare un posto per i playoffs.

Purtroppo per i fan degli Wizards la stagione 2019-2020 non sarà probabilmente migliore, ma gli spettatori più facoltosi avranno almeno un nuovo luogo dove discutere di fanta-basket o di come sia stato possibile riuscire intasare a quel modo uno dei salary cap più onerosi dell’intera lega. Questo perché nella Capital One Arena verrà aggiunto un parterre a bordo campo di 300 metri quadrati (fonte Monumental Sports & Entertainment).

Jim Van Stone, President of Business Operations e Chief Commercial Officer del team di Washington, ha reso pubblico questo progetto. Van Stone ha anche dichiarato:

Washington DC è una delle città meglio collegate con il resto del mondo tra quelle americane. Per questo, il nuovo spazio alla Capital One Arena sarà il luogo ideale per lo sviluppo del nostro business, oltre che un’opportunità di incontro tra i tifosi. Questo parterre è il posto perfetto per i fan che vorranno socializzare tra loro, parlando di basket e non solo

Questo nuovo spazio sarà ribattezzato “The District” e, secondo la MSE, quello della Capital One Arena sarà il parterre più grande presente in un’arena NBA. In più la nuova area sarà accessibile a tutti i possessori del biglietto VIP di tutte le gare casalinghe degli Washington Wizards.

NBA Rumors: Masai Ujiri prossimo al trasferimento agli Wizards?

Nonostante i playoffs non siano ancora conclusi e le Finals siano ormai imminenti, gli NBA Rumors continuano ad essere più vivi che mai. Le ultime voci, nello specifico, riguardano l’attuale President of Basketball Operations dei Raptors Masai Ujiri, il quale sarebbe in procinto di abbandonare il Canada.

I RUMORS SU UNO TRA I MIGLIORI DIRIGENTI DEL PANORAMA NBA

Ujiri è nato il 1 Gennaio 1970 ed è di origini nigeriane. Dal 2013 è il GM dei Raptors, dopo 3 anni passati ai Nuggets.

In particolare, l’NBa Executive of the Year 2012-2013 sembrerebbe intenzionato a porre fine al suo lungo ciclo a Toronto, per spingersi verso una nuova sfida. Una delle mete che sembrerebbero pronte ad accoglierlo risulta essere, secondo Greg Brady di SportsNet 500, gli Washington Wizards, i quali sono reduci da un campionato piuttosto deludente.

Non vorrei alimentare voci su Ujiri agli Wizards che poi risulterebbero totalmente infondate. Ci sono molte squadre che vogliono sistemare il proprio roster e la propria dirigenza, ma secondo me ci sono ragionevoli possibilità che l’attuale executive dei Raptors vada a Washington. E’ possibile

Allo stato attuale, il classe 1970 Ujiri è uno dei migliori dirigenti del panorama cestistico americano. Da quando è arrivato ufficialmente nel grande Nord, infatti, i Raptors hanno effettuato un graduale miglioramento delle proprie prestazioni. Tale processo è poi culminato quest’anno grazie alla conquista delle NBA Finals, per la prima volta nella storia della franchigia. Ciò è stato possibile grazie alla grande intuizione del dirigente nigeriano, ossia il molto chiacchierato scambio estivo che ha portato Kawhi Leonard a Toronto. 

Ora però, l’ex GM dei Denver Nuggets, dopo il successo riscontrato in Canada, potrebbe accettare l’offerta per una nuova avventura, forse ancora più ardua di quella già intrapresa in passato approdando ai Raptors. Come già evidenziato in precedenza, infatti, Washington è in un momento di profonda crisi ed è alla ricerca della sua identità: con l’innesto di Ujiri una ricostruzione vincente potrebbe essere raggiungibile.

Gli Wizards offrono un contratto a Tim Connelly, presidente dei Denver Nuggets

wizards connelly nuggets

Alla ricerca del nuovo capo del front office dopo la cacciata di Ernie Grunfeld, gli Washington Wizards puntano tutto su Tim Connelly, President of Basketball Operations dei Denver Nuggets.

Come riportato da varie fonti tra cui Shams Charania e David Aldridge di The Athletic, gli Wizards hanno offerto a Connelly quattro anni di contratto ed una posizione “di primissimo piano” nel front office della squadra.

Gli Washington Wizards avevano ricevuto nei giorni scorsi il via libera da NBA e Nuggets per i colloqui con Tim Connelly.

Connelly è ai Denver Nuggets dal 2013 e da due stagioni ricopre l’incarico di President of Basketball OperationsSotto la sua direzione, il front office dei Nuggets ha selezionato giocatori come Jamal Murray, Gary Harris, Malik Beasley e soprattutto la stella della squadra Nikola Jokic.

Il proprietario degli Wizards Ted Leonsis aveva annunciato all’indomani del licenziamento di Grunfeld l’intenzione di attrarre a Washington “un grande nome” per l’incarico di general manager, affidando nel frattempo l’interim a Tommy Sheppard.

Tim Connelly aveva rinnovato il suo contratto con i Denver Nuggets lo scorso febbraio, adeguamento di cui cifre e durata non sono state rese note.

Washington Wizards in cerca di un GM: Rosas dei Rockets tra i candidati

Washington Wizards

I Washington Wizards sono in cerca di un nuovo general manager che vada a sostituire l’ormai ex Ernie Grunfeld.

Il primo nome sulla lista è quello di Gersson Rosas, che è stato intervistato per il posto da GM a Washington, come riportato da Fred Katz di The Athletics.

Sempre nella giornata di Lunedì gli Wizards hanno intervistato anche l’ex general manager degli Atlanta Hawks Danny Ferry, secondo quanto riferito da Candace Buckner del Washington Post. Ferry è stato il GM provvisorio dei New Orleans Pelicans prima dell’assunzione di David Griffin.

Gli Wasgington Wizards hanno una lista formata da 4 candidati per il posto di general manager. Oltre a Ferry e Rosas, ci sono anche i nomi di Tommy Sheppard, attuale presidente ad interim della squadra, e quello di Tim Connelly, President of Basketball Operations dei Denver Nuggets.

Secondo quanto riportato da Adrian Wojnarowski di ESPN, oltre a questi quattro nomi c’è anche quello di Troy Weaver, attuale executive degli Oklahoma City Thunder.

Rosas è attualmente Vice-President of Basketball Operations degli Houston Rockets e potrebbe essere un forte candidato per un posto vacante ai Minnesota Timberwolves. Per Rosas la stagione appena passata è stata la 16esima con i Rockets, la quinta nel suo attuale ruolo. Rosas è stato osservatore nazionale e internazionale e Player Development Assistant a Houston, ed è stato anche, per un breve periodo, general manager dei Dallas Mavericks nel 2013, prima di tornare a Houston.

La stagione degli Washington Wizards

In questa stagione gli Washington Wizards non hanno raggiunto i playoffs. Tra le cause, il grave infortunio di John Wall e alcuni giocatori che non hanno reso quanto ci si aspettava. Gli Wizards hanno terminato la stagione all’undicesimo posto nella Eastern Conference, con un record di 32 vittorie e 50 sconfitte, nonostante un roster che all’inizio dell’anno sembrava potesse arrivare tranquillamente in zona playoffs.

Dwight Howard esercita la sua player option, rimarrà agli Wizards

Howard-Wizards: esordio stagionale a rischio per il big man di Washington

Dwight Howard eserciterà la sua player option da 5.6 milioni di dollari complessivi e rimarrà agli Washington Wizards per una seconda stagione.

A riportare la notizia e Zach Lowe di ESPN, che cita fonti interne alla squadra. Dwight Howard aveva chiuso già a novembre una delle stagioni più deludenti della storia recente degli Washington Wizards, a causa di un problema alla schiena che ha richiesto un intervento chirurgico.

Per Dwight Howard solo 9 partite nella stagione 2018\19 (12.8 punti e 9.2 rimbalzi a partita in 25.6 minuti d’impiego). Stagione chiusa con un record di 32-50 dagli Wizards, e funestata dai problemi fisici di John Wall e dagli stravolgimenti del roster (via Otto Porter Jr e Kelly Oubre Jr, dentro Bobby Portis, Trevor Ariza e Jabari Parker), e terminata con il licenziamento dello storico general manager Ernie Grunfeld.

In assenza di Howard, coach Scott Brooks ha trovato minuti di qualità dal secondo anno da Indiana University Thomas Bryant, in scadenza di contratto ed eleggibile per una qualifying offer annuale da 3 milioni di dollari.

Gli Wizards dovranno inoltre affrontare in estate le scadenze contrattuali di Bobby Portis, Jabari Parker (team option sul secondo anno di contratto dell’ex Chicago Bulls) e Tomas Satoransky.

Wizards, cacciato Grunfeld è Tim Connelly dei Nuggets l’uomo giusto?

wizards connelly nuggets

Washington Wizards, sarebbe Tim Connelly, President of Basketball Operations dei Denver Nuggets, il profilo ideale per sostituire Ernie Grunfeld, lo storico GM cacciato nella serata di martedì.

La notizia è riportata da Fred Katz di The Athletic. Connelly è ai Denver Nuggets dal 2013 e da due stagioni ricopre l’incarico di President of Basketball Operations. Sotto la sua direzione, il front office dei Nuggets ha selezionato giocatori come Jamal Murray, Gary Harris, Malik Beasley e soprattutto la stella della squadra Nikola Jokic.

I Denver Nuggets occupano attualmente la seconda posizione nella Western Conference, alle spalle dei Golden State Warriors. Tim Connelly ha iniziato la sua carriera NBA proprio agli Washington Wizards, diventando nel 1999 video coordinator della squadra allora allenata da Mike D’antoni ( poi cacciato) e Dan Issel.

Il proprietario degli Wizards Ted Leonsis ha annunciato l’intenzione di attrarre a Washington “un grande nome” per l’incarico di general manager, affidando nel frattempo l’interim a Tommy Sheppard.

Tim Connelly aveva rinnovato il suo contratto con i Denver Nuggets lo scorso febbraio, adeguamento di cui cifre e durata non sono state rese note.

Gli Washington Wizards licenziano il GM Ernie Grunfeld dopo 16 stagioni

Gli Washington Wizards hanno licenziato lo storico General Manager Ernie Grunfeld, da 16 stagioni a capo del front office della squadra della capitale.

A riportare la notizia è Shams Charania di The Athletic via Twitter. Grunfeld sarà rimpiazzato ad interim da Tommy Sheppard, attuale Vice-President of Basketball Operations della squadra.

Grunfeld, 64 anni, era agli Washington Wizards dal 2003, anno in cui diventò President of Basketball Operations della squadra dopo 4 anni passati ai Milwaukee Bucks, in qualità di General Manager. Grunfeld è diventato negli anni uno degli executive NBA più longevi di sempre, ed il secondo più longevo nella storia della franchigia di Washington.

Gli Washington Wizards (32-46) stanno per chiudere una delle stagioni più fallimentari della storia recente, iniziata con una serie di sconfitte e proseguita con gli infortuni di Dwight Howard (schiena) e della star John Wall (out per la stagione a dicembre dopo un’operazione al piede, e poi vittima di un incidente domestico che gli ha causato la rottura del tendine d’Achille della gamba sinistra).

Una serie di scambi condotti a ridosso della trade deadline dello scorso 7 febbraio aveva rivoluzionato il roster della squadra ed alleggerito uno dei payroll più pesanti ed onerosi dell’intera NBA.

Dopo l’arrivo di Trevor Ariza (in cambio di Kelly Oubre Jr) da Phoenix lo scorso dicembre, Grunfeld aveva spedito in febbraio Otto Porter Jr ai Chicago Bulls in cambio di Jabari Parker e Bobby Portis.

Gli Wizards si attiveranno già nelle prossime settimane per la ricerca di un successore. Così in un comunicato ufficiale il proprietario della squadra Ted Leonsis:

Come riportato da Marc Stein del NY Times, Tommy Shepard è uno dei candidati al ruolo di General Manager dei New Orleans Pelicans, a propria volta alla ricerca di un sostituto per Dell Demps, cacciato a febbraio.

Washington Wizards, Ted Leonsis: “Decisione mia, Scott Brooks non rischia”

Il proprietario degli Wizards Ted Leonsis si assume l’esclusiva responsabilità del cambio al vertice, come riportato da Candace Buckner del Washington Post: “Mi prendo la responsabilità (per l’operazione, ndr), abbiamo fallito ed ho fallito, la decisione è solo mia (…) forse ho fatto degli errori nel modo in cui abbiamo investito i nostri soldi. Per questo, sebbene a farne le conseguenze sia stato anche Ernie Grunfeld, la responsabilità prima del fallimento è mia. E’ quello che i leader maturi fanno, devono fare, anche se non è una cosa piacevole“.

Secondo Buckner, Leonsis ritiene che gli Wizards non avranno alcun problema ad attirare “un grande nome” per il prossimo incarico di general manager, sebbene Tommy Sheppard – da oggi GM ad interim – rimanga un “candidato forte” al ruolo a pieno servizio.

Tra i nomi che sarebbero circolati, oltre ai nomi “classici” di diversi executive NBA di lungo corso come Gersson Rosas degli Houston Rockets (in corsa anche per il posto di general manager a New Orleans), anche i profili di Chauncey Billups – già accostato all’epoca del licenziamento di Tom Thibodeau a Minnesota – e di Malik Rose. L’ex giocatore dei San Antonio Spurs è stato in passato General Manager degli Erie BayHawks (team affiliati di G-League degli Atlanta Hawks) ed è attualmente Assistant General Manager dei Detroit Pistons.

Rimarrebbe al momento salda la posizione di coach Scott Brooks, nonostante la stagione negativa della squadra.

Nba Paris Game 2020, ora è ufficiale: sarà Charlotte vs Milwaukee

Nba Paris Game 2020, ora è ufficiale: sarà Charlotte vs Milwaukee

Nba Paris Game 2020 ufficializzata in queste ultime ore dalla Nba. Dopo Londra la nuova casa della Nba in Europa dal prossimo anno sarà in Francia.

Nba Paris Game 2020: le parole dei protagonisti

Dopo il successo del Mexico City del recente passato e dell’iniziativa europea svoltasi a Londra fino allo scorso gennaio, l’Nba ha deciso di “traslocare” per la partita che si svolgerà nel Vecchio Continente come già si vociferava da tempo.

Stando a quanto riportato in queste ultime ore, l’ Nba ha deciso come nuova sede l’affascinante ‘Ville Lumiére‘ come sede del match di regular season da svolgersi in Europa.

A tutto ciò si aggiunge anche la decisione delle due squadre che nel prossimo gennaio 2020 si sfideranno a Parigi: saranno i Milwaukee Bucks guidati da Giannis Antetokounmpo e soci a sfidarsi contro gli Charlotte Hornets del patron Micheal Jordan.

Il primo ad esprimere grande gioia sullo spostamento della sede europea è proprio Mr. Micheal Jordan, che ai microfoni diTheScore.com’, ha comunicato il grande entusiasmo del front-office di Charlotte intorno all’evento del prossimo anno:

Ho disputato molte partite di pre-season nella mia carriera in Francia e sono contento dell’entusiasmo che si respira qui. Noi abbiamo anche due stelle della pallacanestro francese come Nicolas Batum e Tony Parker, pronte a portar maggior supporto al nostro team in una giornata davvero speciale”.

D’altro canto, anche il leader tecnico del team del Wisconsin Giannis Antetokounmpo, ha espresso la sua felicità riguardo la scelta dei Milwaukee Bucks come avversario dei sovracitati Charlotte Hornets di coach Steve Clifford:

“L’opportunità nel disputare il primo storico match di regular season in quel di Parigi rappresenta un grande onore per noi. A Londra c’è stato grande spettacolo lo scorso gennaio, quindi toccherà a noi rendere speciale anche questa prima storica partita per la fan base presente a Parigi”.

Suns, Booker è il più giovane a segnare 50 punti in due gare di fila, ma non basta

Phoeix Suns, a 22 anni e 148 giorni, Devin Booker diventa il più giovane giocatore nella storia della NBA a segnare almeno 50 punti in due partite consecutive.

Ai 59 punti rifilati agli Utah Jazz nella serata di martedì, nonostante la sconfitta, si sono aggiunti i 50 punti messi a referto contro gli Washington Wizards alla Talking Stick Resort Arena di Phoenix, Arizona.

124-121 per gli ospiti il risultato finale. Gli Wizards di Bradley Beal (28 punti) e di un Thomas Bryant da 18 punti e 19 rimbalzi prevalgono solo nel finale. Suns in vantaggio di 5 punti a 4:03 dal termine (112-107), prima della rimonta Wizards ispirata da Jabari Parker e Beal.

Jamal Crawford (12 punti e 7 assista fine gara) da dietro l’arco impatta la gara sul 121-121 a 17 secondi dal termine, ma un gioco da tre punti a 2 secondi dalla sirena finale di Thomas Bryant, trovato da Bradley Beal, fissa il punteggio sul 124-121 Washington prima dell’errore di Troy Daniels.

Altra gara offensiva di livello assoluto per Booker, ed altra sconfitta per i Phoenix Suns (17-59), che vedono la fine di un’altra stagione fallimentare, che ha però portato in dote alla squadra allenata da coach Igor Kokoskov il talento di giocatori come DeAndre Ayton via draft, e di Kelly Oubre Jr e Tyler Johnson (entrambi out per infortunio) via trade.

Per il figlio dell’ex Olimpia Milano e Pesaro Melvin una prova da 19 su 29 al tiro (3 su 9 da dietro l’arco dei 3 punti), con 10 rimbalzi in 37 minuti di impiego. La sua seconda partita consecutiva da almeno 50 punti a referto ha introdotto Booker in un club ristretto di marcatori: Kobe Bryant, James Harden, Allen Iverson, Bernard King e Antawn Jamison (statistica riferita all’epoca post-fusione tra NBA e ABA).

Booker è diventato inoltre solo il secondo giocatore ad aver raggiunto o superato quota 50 punti per più di una gara in stagione, assieme a James Harden (“fermo” a 8). Per Devin Booker la sfida di Phoenix è la terza escursione sopra quota 50 punti in carriera, in una stagione sinora condotta a 26.2 punti, 6.7 assist e 4.2 rimbalzi di media a partita.