Reduci da una stagione a dir poco esaltante, chiusa al primo posto ad Ovest col miglior record della loro storia (65-17) e con un’eliminazione in gara-7 nelle finali di Conference contro i futuri campioni dei Golden State Warriors (4-3), gli Houston Rockets hanno iniziato in maniera tutt’altro che positiva l’annata attualmente in corso.
La recente vittoria per 115-103 contro gli Indiana Pacers al Toyota Center – primo successo tra le mura amiche dopo quattro ko – ha restituito ai Razzi l’efficacia offensiva che sembravano aver perso dopo un avvio da dimenticare: ben 76, infatti, i punti messi a segno nel primo tempo, di cui addirittura 44 nel solo secondo quarto.
Il backcourt Harden-Paul torna a dettare il gioco e a macinare le difese avversarie: 40 punti e 9 assist per il Barba, 26 punti e 5 assist per CP3, per un totale di 66 punti e 14 assist che annichiliscono i malcapitati Pacers.
Un bel segnale per gli Houston Rockets, che ritrovano certezze apparentemente smarrite, dopo ben sei partite stagionali con meno di 100 punti segnati e quattro sotto i 90.
Houston Rockets cammino in salita
Una situazione che apparirebbe paradossale per qualsiasi squadra, figuriamoci per quella che, più di tutte, fonda gran parte dell’efficienza del proprio sistema sull’aspetto offensivo del gioco, anche e soprattutto in virtù della presenza in panchina dello specialista Mike D’Antoni e di quella di uno degli attaccanti più letali della lega sul parquet, James Harden.
Le partenze di Trevor Ariza e Luc Mbah a Moute hanno inevitabilmente indebolito il reparto arretrato e, in questo senso, il ritorno dell’assistant coach Jeff Bzdelik, esperto della difesa che si era ritirato al termine della scorsa stagione, va interpretato come una mossa strategica per non rischiare di compromettere una stagione in cui i Rockets sono chiamati quantomeno a confermarsi.
Dopo un avvio stagionale disastroso sotto quest’aspetto, con una media di 116.7 punti a partita concessi nelle prime sette uscite della regular season 2018-2019 col 49% al tiro per gli avversari, infatti, Houston ha iniziato a carburare in fase difensiva, tanto da subire appena 95,8 punti nelle successive cinque gare, con la percentuale al tiro degli avversari calata al 43,8%.
Houston Rockets il calo offensivo
Nel frattempo, però, ai progressi fatti in difesa non è corrisposto un netto miglioramento in attacco: prima della gara vinta per 115-103 contro i Pacers, infatti, i Rockets avevano una media di appena 101,5 punti segnati per partita, risultando inevitabilmente uno dei peggiori reparto offensivi della lega.
Un paradosso, soprattutto se si fa riferimento al fatto che l’anno scorso Houston avesse fatto registrare 110,5 punti per gara nelle prime dodici partite della regular season, non riuscendo a toccare quota 100 soltanto in due occasioni. Con la vittoria contro i Pacers, la squadra di D’Antoni lancia dunque un messaggio abbastanza chiaro: dopo aver sistemato la difesa, per ritrovare l’attacco è stata intrapresa la strada giusta.
Del resto, oltre allo straordinario quanto illimitato bagaglio offensivo di cui sono dotati James Harden e Chris Paul, Houston può contare su numerose armi in attacco, tra cui in particolar modo le triple dall’angolo di P.J. Tucker, la straordinaria visione di gioco del Barba e di CP3 e gli efficacissimi pick and roll del primo con Clint Capela
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Il caso Carmelo Anthony: come finirà in casa Houston Rockets?
A queste si è aggiunto l’ottimo arsenale di Carmelo Anthony, approdato agli Houston Rockets con un contratto annuale al minimo salariale per i veterani di 2,4 milioni di dollari. Melo, che ha accettato di partire dalla panchina dopo 1054 gare consecutive da titolare nella lega, ha espresso soltanto a sprazzi il meglio del proprio repertorio, tanto da far registrare 15.5 punti a partita col 44,5% dal campo e il 37% da tre nelle sue prime otto apparizioni in quel di Houston. In particolare, nelle quattro partite contro Utah Jazz (22 punti), Los Angeles Clippers (24 punti), Brooklyn Nets (28 punti) e Chicago Bulls (17 punti), Melo mette a referto 22.7 punti, 5 rimbalzi e una stoppata per gara col 56% al tiro e il 47% da dietro l’arco.
Insomma, l’ex Nuggets, Knicks e Thunder sembrava essersi finalmente calato appieno nel suo nuovo ruolo di spot up shooter in uscita dalla panchina. La gara che segna la svolta, in senso negativo, nel suo periodo di forma più che positivo, è quella in casa degli Oklahoma City Thunder, con Melo che fa ritorno nella città in cui ha giocato al fianco di Russell Westbrook e Paul George lo scorso anno, senza riuscire a incidere: per lui appena 2 punti con un pessimo 9% al tiro (1/11) e nemmeno una delle sei triple tentate a bersaglio in 20’, sette in meno del rookie Gary Clark.
Proprio quest’ultimo pare aver convinto pienamente coach D’Antoni, che ha speso bellissime parole nei suoi confronti. “È un giocatore NBA, lotta a rimbalzo, è sempre nella posizione giusta e sa tirare molto bene”, ha dichiarato l’ex Baffo in merito al buon impatto del prodotto di Cincinnati, messo sotto contratto da undrafted con un two-way contract. Il due volte Difensore dell’anno e una volta miglior giocatore dell’American Athletic Conference sembra dunque destinato ad avere sempre più minutaggio, cosa che non gioverebbe ad Anthony. L’addio tra le parti sembra ormai cosa fatta, nonostante le timide smentite del general manager Daryl Morey. L’esclusione di Carmelo dalle ultime due gare, ufficialmente per uno stato di malessere generale, ne è la prova: il tempo di Melo a Houston pare ormai definitivamente scaduto, con largo anticipo rispetto ai termini con cui il classe ‘84 e i Rockets avevano raggiunto un accordo lo scorso anno.
Denver e Golden State due occasioni da non sprecare
In attesa di risolvere la situazione relativa al dieci volte All-Star Carmelo Anthony, I Rockets sono concentrati sulla sfida contro i Denver Nuggets, in programma questa notte al Pepsi Center: tra le mura amiche, la franchigia del Colorado ha ottenuto sei successi su otto gare disputate fin qui, perdendo le ultime due, rispettivamente contro i Brooklyn Nets e i Milwaukee Bucks, ma vincendo le prime sei, battendo due contender del calibro dei Golden State Warriors (100-98) e dei Boston Celtics (115-107). Attualmente terza forza ad Ovest con ben 9 vittorie ed appena 4 sconfitte, i Nuggets sono una delle squadre più intriganti dell’intera lega, potendo contare su un folto nucleo di giovani pronto a dire la sua: in esso, spiccano il centro serbo Nikola Jokic e la point guard canadese Jamal Murray, due dei principali punti di riferimento di un gruppo che può contare anche sull’esperienza di Paul Millsap e, in attesa del suo rientro dall’infortunio, di Isaiah Thomas, sesto uomo di lusso della franchigia del Colorado. Dopo il duello con Denver in trasferta, i Rockets torneranno al Toyota Center per affrontare i campioni in carica dei Golden State Warriors per la prima volta dopo le finali di Conference dello scorso maggio: detto dei tanti cambiamenti – alcuni peraltro a dir poco inaspettati – cui hanno dovuto far fronte i Razzi, i Warriors, dal canto loro, hanno iniziato meglio dello scorso anno la regular season, anche e soprattutto grazie all’ormai consolidata chimica di squadra e all’apporto dei vari Durant, Curry, Thompson e Green. Pur trattandosi di una semplice gara di cartello di regular season, entrambe ci terranno a fare una bella figura e, soprattutto, a portare a casa la vittoria, in particolar modo i Rockets, che hanno bisogno di dare risposte importanti nel faccia a faccia con il loro principale ostacolo nella lotta al titolo. Dopo aver ritrovato vittoria e certezze nel match interno con i Pacers, Houston ha l’obbligo di proseguire su questa strada per mettere a tacere lo scetticismo nei suoi confronti e dimostrare sul campo di essere ancora la principale alternativa ai Golden State Warriors.
