Rockets-Jimmy Butler: Houston molto aggressiva nel cercare di convincerlo

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Rockets-Jimmy Butler due strade diverse che potrebbero coincidere nel prossimo futuro. Jimmy è free agent, unrestricted, dai Sixers. Testerà il mercato e potrebbe voler tornare a giocare nella sua Houston. Ecco che continuano a susseguirsi i rumors in casa texana: i Rockets sarebbero veramente aggressivi su Jimmy Butler per portarlo alla corte di Mike D’Antoni.

Si prospetta una free agency di grandi cambiamenti in casa Houston Rockets. Nonostante il general manager Daryl Morey abbia recentemente dichiarato che Chris Paul non lascerà la squadra, infatti, in molti riportano che CP3 non sia più contento alla corte di Mike D’Antoni, in particolar modo a causa di un rapporto ormai logoro con l’uomo franchigia James Harden. L’ex point guard dei Los Angeles Clippers potrebbe dunque partire, una mossa che avrebbe senso anche e soprattutto alla luce del quadriennale al massimo salariale firmato dal classe ’85 la scorsa estate (160 milioni fino al 2023, di cui circa 35 guadagnati nella passata stagione).

“Chris Paul vuole andarsene dagli Houston Rockets, non è felice.”, ha rivelato il giornalista di ESPN Stephen Smith in merito alla situazione del nove volte All-Star in quel di Houston. Stando a numerosi rumors, pare che quest’ultimo abbia avuto un confronto acceso con Harden dopo l’eliminazione in sei gare per mano dei Golden State Warriors nei recenti playoff.

Houston Rockets-Jimmy Butler: Harden fa da mediatore

Duello tra James Harden e Jimmy Butler nella sfida tra Houston Rockets e Philadelphia Sixers in regular season.

Il Barba, dal canto suo, sarebbe in contatto con Jimmy Butler per convincerlo a raggiungerlo agli Houston Rockets, squadra della sua città natale. Il prodotto di Marquette University, reduce da un’annata più che positiva con la maglia dei Philadelphia Sixers – i quali possono offrirgli un quinquennale al massimo salariale da 188 milioni di dollari – si trova attualmente a Tomball, in Texas, e potrebbe prendere seriamente in considerazione Houston come sua prossima meta.

Dal punto di vista tecnico, Butler potrebbe essere il giocatore ideale per far coppia con Harden e rilanciare le quotazioni degli Houston Rockets in ottica titolo. Resta però da capire la fattibilità dell’operazione, anche perché se Chris Paul restasse in Texas, i Razzi dovrebbero sborsare un’esorbitante luxury tax per potersi permettere di ingaggiare l’ex Chicago Bulls e Minnesota Timberwolves. In questo senso, il fatto che sia nato a Houston e che con i Rockets potrebbe avere la chance di competere concretamente per l’anello sono i due fattori che fanno ben sperare la franchigia texana.

Gli Houston Rockets, però, dovranno fare attenzione alla concorrenza: oltre ai già citati Sixers, infatti, anche i Los Angeles Lakers della neonata coppia LeBron James-Anthony Davis potrebbero puntare alla guardia free agent, così come i Brooklyn Nets, i New York Knicks e i Los Angeles Clippers.

Houston Rockets: Chris Paul vuole restare, è caccia alla terza stella

Al termine di una stagione in cui, per il secondo anno consecutivo, gli Houston Rockets sono usciti di scena dai playoff per mano dei Golden State Warriors, stavolta per 4-2 in semifinale di Conference, numerosi rumors di mercato hanno riguardato la franchigia texana in queste prime settimane di off-season.

Tra questi, molti erano incentrati sulla possibile partenza di Chris Paul, anche e soprattutto in virtù dell’età che avanza (34 anni compiuti lo scorso 6 maggio), del rendimento che cala gradualmente e dell’esorbitante contratto che l’ex play di New Orleans Hornets e Los Angeles Clippers percepisce in quel di Houston (poco più di 124 milioni fino al 2022).

Nonostante le tante indiscrezioni, i gravi infortuni occorsi a Kevin Durant e Klay Thompson (il primo salterà ufficialmente tutta la stagione 2019-2020, il secondo potrebbe rientrare in tempo per i playoffs) hanno indebolito considerevolmente la squadra che da cinque anni a questa parte domina la Western Conference, proprio quei Golden State Warriors che si sono rivelati l’unico vero ostacolo di rilievo tra gli Houston Rockets e il loro obiettivo di riportare il titolo NBA in Texas.

In attesa che la free agency apra ufficialmente i battenti, un’altra possibile rivale degli Houston Rockets nella corsa all’anello ha annunciato un colpo che potrebbe cambiare gli equilibri della Western Conference e della lega in generale: i Los Angeles Lakers, infatti, si sono assicurati Anthony Davis via trade, affiancando l’ex Pelicans a LeBron James. Houston, dal canto suo, lavora sottotraccia per migliorare la squadra e compiere quell’ulteriore passo di qualità per diventare la prima forza a Ovest.

Houston Rockets su una terza stella, Paul verso la conferma

Houston Rockets
Chris Paul, trasferitosi due anni fa agli Houston Rockets, potrebbe restare alla corte di D’Antoni anche l’anno prossimo.

In questo senso, i Razzi avevano comunicato di essere disposti ad ascoltare offerte per tutti i giocatori presenti nel proprio roster e sotto contratto per la stagione 2019-2020, eccezion fatta ovviamente per l’MVP in carica James Harden, reduce dalla miglior annata della sua carriera e insostituibile uomo franchigia per Houston. Tra i papabili partenti spicca Clint Capela, che per età e contratto risulta essere uno dei giocatori di punta più facili da piazzare altrove e piace molto ai Boston Celtics.

E Paul? Le voci riguardanti la sua intenzione di partire, magari per tornare a L.A., stavolta sponda giallo-viola, e giocare per la prima volta in carriera al fianco del suo grande amico LeBron James, sono state smentite dal general manager degli Houston Rockets Daryl Morey. “Non è affatto vero che Chris Paul abbia chiesto di essere scambiato, né che noi vogliamo cederlo. La nostra intenzione è quella di aggiungere un’altra stella a questo gruppo.”, ha dichiarato infatti quest’ultimo in merito alle mosse di mercato che vedranno protagonista la squadra texana.

Con il proprietario Tilman Fertitta che circa un mese fa ha annunciato di essere disposto a pagare la luxury tax per migliorare il roster a disposizione di Mike D’Antoni – che potrebbe rinnovare con i texani – e la quasi certezza della permanenza di Chris Paul, le strade possibili per arrivare a una terza stella, non avendo grossa disponibilità economica per agire in free agency, portano alle trade dei vari Clint Capela, Eric Gordon e P.J. Tucker, che potrebbero essere scambiati per aggiungere al quintetto un altro giocatore in grado di spostare gli equilibri e rendere ancor più competitivi gli Houston Rockets.

D’Antoni sui fattori decisivi della serie coi Warriors: “Male a rimbalzo e in transizione”

Per il secondo anno di fila, il quarto nelle ultime cinque stagioni, gli Houston Rockets di D’Antoni si sono arresi al cospetto dei Golden State Warriors nei playoff. Il 4-3 incassato nelle finali di Conference dello scorso anno, con Chris Paul assente per infortunio in gara-6 e gara-7), sembrava aver dimostrato che i Razzi fossero ormai riusciti a raggiungere il livello dei campioni in carica e che bastasse qualche rinforzo per batterli.

Le due squadre si sono ritrovate una contro l’altra anche in questa post season, stavolta però in semifinale di Conference. Dopo quattro partite piuttosto equilibrate (due vittorie per i Warriors alla Oracle Arena, altrettanti successi per i Rockets al Toyota Center), gli uomini di Steve Kerr sono riusciti a prevalere e chiudere la pratica proprio nel loro momento più complicato, con l’infortunio di Kevin Durant nel bel mezzo di gara-5.

La perdita dell’MVP delle scorse due edizioni delle Finals, però, non ha indebolito i californiani, con Steph Curry e Klay Thompson che tra gara-5 e gara-6 hanno alzato l’asticella e sono saliti in cattedra per regalare ai Warriors la quinta finale di Conference consecutiva (seconda squadra nella storia a riuscirci dopo i Boston Celtics di Bill Russell). Non sono da meno Draymond Green e Andre Iguodala, protagonisti di numerose giocate decisive, soprattutto nella metà campo difensiva. 

Chi si aspettava che l’infortunio di Durant in gara-5 indirizzasse la serie in favore dei Rockets, come avvenuto lo scorso anno dopo il forfait di CP3 per le ultime due partite della serie, è stato spiazzato dalla reazione di gran carattere degli Splash Brothers e degli altri punti fermi di un sistema super efficiente.

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D’Antoni con Chris Paul e James Harden, i due principali punti di riferimento dei suoi Houston Rockets.

D’Antoni analizza pregi e difetti dei suoi Rockets

Nel corso della serie contro Golden State, Houston ha palesato evidenti difficoltà sotto canestro, con Clint Capela uscito spesso e volentieri sconfitto dai duelli sotto le plance con Draymond Green e il sorprendente Kevon Looney: 10 rimbalzi di media per il centro svizzero, ma appena 0.5 le stoppate per gara. Oltre a ciò, i Razzi non hanno mai avuto la possibilità di impiegare con continuità Kenneth Faried, con D’Antoni che ha dovuto reinserire Nenê nelle rotazioni.

Alla guida dei Rockets dal 2016 e ormai in procinto di rinnovare il proprio accordo contrattuale con la franchigia texana per un altro paio di stagioni (il suo contratto attuale scadrà l’anno prossimo), l’ex Baffo ha analizzato i problemi vissuti dai suoi nel corso dell’appassionante e combattuta serie contro i Dubs (appena 6 i punti di scarto medio tra le due squadre), soffermandosi sulle difficoltà a rimbalzo e la poca efficienza delle ripartenze offensive. 

“Non abbiamo fatto il nostro dovere a rimbalzo, concedendo loro troppi tiri. Non puoi regalare tutti quegli extra possessi ai Warriors e noi lo abbiamo fatto troppo spesso. Se avessimo fatto meglio a rimbalzo, avremmo avuto più opportunità in transizione di quelle che abbiamo avuto. Nella metà campo difensiva Golden State è davvero brava. Penso che la combinazione delle nostre difficoltà a rimbalzo e delle mancate opportunità in transizione abbia fatto la differenza. Il mix di questi due aspetti ci è stato fatale.”, ha spiegato coach D’Antoni.

L’head coach dei Razzi si è poi espresso anche in merito agli aspetti positivi del gioco dei suoi Rockets, mettendo in luce l’efficienza al tiro e la grinta in difesa: “Probabilmente abbiamo tirato meglio di loro per gran parte della serie e siamo stati anche molto bravi in difesa. Loro hanno fatto numerose giocate individuali decisive sul finire di gara-6, in particolare Steph con un paio di tiri. Klay nel primo tempo e Steph nel secondo hanno dimostrato di avere una mentalità vincente e noi non siamo stati in grado di portargliela via.”, ha chiosato in merito il due volte Coach of the Year.

Los Angeles Clippers: Jerry West resta consulente

Il sipario sulla stagione dei Los Angeles Clippers è calato qualche settimana fa, dopo l’emozionante cavalcata ai playoff conclusasi al primo turno contro i ben più quotati campioni in carica dei Golden State Warriors, che hanno dovuto sudare le proverbiali sette camicie per liberarsi dei talentuosi e spensierati losangelini e qualificarsi al secondo turno. La squadra guidata da coach Doc Rivers era reduce da un’annata particolarmente deludente sul piano dei risultati, ma l’encomiabile lavoro svolto la scorsa estate dal general manager Jerry West le ha permesso di rimettersi in carreggiata in men che non si dica.

West ha dato fiducia a Rivers, che sembrava destinato a lasciare, confermandolo alla guida tecnica della squadra, ha puntato sui rookie Shai Gilgeous-Alexander e Landry Shamet, quest’ultimo arrivato dai Philadelphia Sixers nell’ambito della trade che ha portato Tobias Harris in Pennsylvania, ma soprattutto sulla personalità di Patrick Beverley, l’esperienza di Danilo Gallinari e il micidiale apporto di Lou Williams e Montrezl Harrell in uscita dalla panchina. La sopracitata cessione di Harris, avvenuta poco prima della trade deadline, sembrava potesse tagliare le gambe ai Clippers in ottica playoff, ma la squadra ne è uscita paradossalmente rafforzata.

Los Angeles Clippers pronti per un’estate movimentatissima

Jerry West insieme a Steve Ballmer, proprietario dei Los Angeles Clippers che lo convinse ad approdare a L.A. nel 2017.

Dopo una stagione vissuta all’insegna dell’entusiasmo, però, per i Los Angeles Clippers è arrivato il momento di scegliere se alzare l’asticella e diventare a tutti gli effetti una contender, oppure rimanere nel limbo delle squadre intriganti e belle da vedere, ma che non hanno tutte le carte in regola per dire la loro fino in fondo. In questo senso, l’obiettivo dei californiani è chiaro: nell’ormai imminente free agency, i Clippers avranno a disposizione lo spazio salariale necessario per mettere sotto contratto due top free agents al massimo salariale (tra cui spiccano i vari Kawhi Leonard, Kyrie Irving, Jimmy Butler, Klay Thompson e Kevin Durant) e non sembrano intenzionati a lasciarsela sfuggire. A supportare il proprietario Steve Ballmer e Lawrence Frank ci sarà ancora, nelle vesti di consulente, l’intramontabile Jerry West, la cui competenza è necessaria per proseguire l’ottimo lavoro iniziato circa due anni fa.

Ripartire da lui appare la decisione più logica e razionale. 81 anni da compiere a breve (il prossimo 28 maggio), il classe ’38 è stato inserito nella Hall of Fame nel 1980, dopo una gloriosa carriera sull’altra sponda di Los Angeles, quella gialloviola, e si è ripetuto da dirigente, portando gli stessi Lakers alla conquista di ben 7 titoli tra il 1982 e il 2002 e vincendo in due occasioni il premio di Executive of the Year (1995 e 2004). Dopo sei anni trascorsi ai Golden State Warriors (due anelli  vinti tra il 2011 e il 2017 e il merito di aver selezionato Klay Thompson al Draft 2011 con l’undicesima scelta e di essersi opposto, tre anni più tardi, alla sua cessione in cambio di Kevin Love), West è approdato ai Los Angeles Clippers nel 2017, riuscendo ad accontentare le richieste di trade di Chris Paul prima e Blake Griffin poi e rinunciando a DeAndre Jordan, ma senza ricorrere al tanking, come dimostra il record di 90-74 (decimo posto con 42-40 lo scorso anno e ottava posizione con 48-34 in questa stagione).

 

Phoenix Suns: Josh Jackson arrestato a Miami dopo aver tentato la fuga

Phoenix Suns

I Phoenix Suns sono reduci da un’annata decisamente deludente e priva di soddisfazioni degne di nota (non una novità per loro), avendo concluso la regular season all’ultimo posto a Ovest con un record di appena 19 vittorie e ben 63 sconfitte (peggio di loro hanno fatto soltanto i New York Knicks, ultimi a Est con 17-65). I loro guai, però, non sembrano limitarsi al parquet. Stando a quanto riportato dal giornalista Andy Slater tramite il suo profilo ufficiale Twitter, infatti, il sophomore Josh Jackson è stato arrestato per aver tentato di accedere alla VIP Area del Rolling Loud Music Festival di Miami pur essendo sprovvisto del pass che gliel’avrebbe consentito.

Phoenix Suns pronti a prendere provvedimenti per l’arresto di Josh Jackson?

Phoenix Suns costretti a fare i conti con l’arresto di Josh Jackson, che ha provato a accedere a un party in quel di Miami senza averne il permesso.

Non appena è stato ammanettato dai poliziotti presenti all’ingresso, il classe ’97 ha tentato di divincolarsi e fuggire, venendo comunque catturato, ed è ora accusato anche di resistenza all’arresto. Selezionato con la quarta scelta assoluta al Draft 2017 dai Phoenix Suns, Jackson ha messo a referto 11.5 punti, 4.4 rimbalzi e 2.3 assist col 41% al tiro in poco più di 25′ a partita in uscita dalla panchina, partendo in quintetto in appena 29 delle 79 giocate nel corso del suo secondo anno nella lega.

Il nativo di San Diego era già noto alle forze dell’ordine per un episodio avvenuto nel 2017, quando violò una proprietà privata e entrò in un programma stragiudiziale che fece risultare l’infondatezza delle accuse a suo carico. Stavolta, però, la sua responsabilità è evidente e i Phoenix Suns, dal canto loro, non hanno preso posizione né rilasciato alcun commento in merito alla vicenda che ha coinvolto Josh Jackson. Il prodotto di Kansas University è stato rilasciato in seguito al pagamento di 1000 dollari di cauzione ed è atteso in udienza il prossimo 10 giugno per esporre l’accaduto di fronte ai giudici.

Non è di certo la prima ed ultima volta che un episodio del genere vede come suo protagonista un giocatore di NBA. In molti altri casi, le franchigie si limitano a multare il “cattivo” di turno, ma non è raro assistere a provvedimenti decisamente più duri. La vicenda è al vaglio dei Phoenix Suns, che in breve comunicheranno la propria decisione, ma che al contempo hanno la testa rivolta all’imminente Draft e alla free agency, tanto che hanno già scelto il nuovo allenatore, affidando la panchina a Monty Williams, che subentra allo sloveno Igor Kokoskov.

Golden State alle Finali di Conference, Rockets sconfitti in gara-6

hoston rockets nuovo logo

Gli Houston Rockets escono sconfitti dal Toyota Center in gara-6 delle semifinali della Western Conference contro i Golden State Warriors, perdendo per 118-113 al termine di un match molto combattuto, l’ennesimo di una serie vissuta dall’inizio alla fine all’insegna dell’equilibrio, in cui ha fatto la differenza la maggior cura per i dettagli da parte degli uomini di Steve Kerr.

Nonostante l’assenza di Kevin Durant, infortunatosi sul finire del terzo quarto di gara-5 (KD verrà rivalutato la settimana prossima), i campioni in carica riescono ad archiviare la pratica in sei partite e a conquistare l’accesso alle Finali di Conference per la quinta volta consecutiva. Decisivo, in particolar modo, l’apporto degli Splash Brothers, che combinano per 60 punti: 27 col 50% al tiro (10/20) e il 54% da tre (7/13) per Klay Thompson e 33 per Stephen Curry, quest’ultimo autore di una gara a due facce.

Dopo un primo tempo da 0 punti e 2 falli commessi (chiuderà a 4), infatti, il due volte MVP segna tutti i suoi 33 punti nel terzo (10) e quarto quarto (23), tirando col 60% dal campo (9/15) nella ripresa e segnando 11 liberi. Golden State, però, non si regge soltanto sulle spalle del duo Curry-Thompson, ma anche e soprattutto su quelle di un collettivo duro a morire e che tira fuori il meglio di sé proprio nei momenti più complicati, quelli in cui soltanto chi è abituato a vincere sa come farcela.

Da segnalare anche le prove di Shaun Livingston e Kevon Looney, che combinano per 25 punti in uscita dalla panchina: 11 punti col 67% al tiro (4/6) in 14’ per il primo, 14 punti, 5 rimbalzi, un recupero e una stoppata col 75% dal campo (6/8) in 20’ per il secondo. Proprio la second unit risulta essere, a sorpresa, una delle armi vincenti dei Warriors, con ben 33 punti col 54% al tiro (13/24) per i sopracitati Looney e Livingston insieme ai vari Bell (4), Cook e Jerebko (2 a testa), mentre Andre Iguodala mette a referto 17 punti e ben 5 steals col 54.5% dal campo (6/11) e il 62.5% da tre (5/8).

Golden State cinica nei momenti che contano, Houston esce di scena con tanti rimpianti

Avvio da incubo per Steph Curry in gara-6, ma il numero 30 di Golden State si fa perdonare con 33 punti nel secondo tempo.

La second unit dei Rockets, dal canto suo, fa registrare appena 17 punti col 37.5% al tiro (6/16) tra Austin Rivers (9 punti con 3/6 dal campo e 2/3 da tre in 18’), Gerald Green (6 punti con due triple in 12’) e Nenê (2 punti, 2 rimbalzi e una stoppata con 1/1 dal campo in 9’). Tra le file dei Razzi, inoltre, Chris Paul offre la sua miglior prestazione in questi playoff dopo una prova altamente deludente in gara-5 alla Oracle Arena, ma non basta.

CP3, infatti, chiude a quota 27 punti, 11 rimbalzi e 6 assist col 58% dal campo (11/19) e il 50% dalla lunga distanza (3/6), ben coadiuvato da un James Harden da 35 punti, 8 rimbalzi, 5 assist e ben 4 palle recuperate col 44% al tiro (11/25). Alle loro spalle si attesta P.J. Tucker, che mette a referto 15 punti, 4 rimbalzi, 2 assist e 3 recuperi col 62.5% dal campo (5/8) e il 50% da tre (3/6) e a chiude alla grande dei playoff da incorniciare a livello individuale.

Nonostante la doppia doppia da 10 punti e altrettanti rimbalzi, delude le aspettative Clint Capela, in grado di farsi valere soltanto a sprazzi nel corso della serie con Golden State, nonostante i Dubs non abbiano potuto usufruire dell’apporto dell’infortunato DeMarcus Cousins e abbiano dovuto schierare il quintetto piccolo con Draymond Green centro, mentre Eric Gordon si limita a 9 punti e 4 assist col 40% al tiro (4/10) e il 50% da dietro l’arco (1/2), non riuscendo a incidere come nelle precedenti gare, soprattutto in fase offensiva.

I Warriors, dunque, staccano il pass per le Conference Finals, dove affronteranno la vincente di Portland Trail Blazers-Denver Nuggets (gara-7 tra le due compagini è in programma questa domenica al Pepsi Center di Denver). Golden State ha già messo nel mirino quello che sarebbe il suo quarto titolo nel giro di cinque anni, oltre che il terzo consecutivo, ma stavolta per raggiungere le Finali di Conference ci sono volute ben 12 partite.  

Rockets, Harden e Tucker non bastano. Golden State vince nel finale e trema per Durant

La serie di playoff tra Golden State Warriors e Houston Rockets continua a regalare duelli equilibrati, combattuti e spettacolari in cui ogni possesso è decisivo e il minimo errore può risultare fatale: dopo il 2-2 maturato al termine di gara-4 (prime due vittorie per i campioni in carica tra le mura amiche, risposta immediata dei Razzi al Toyota Center), i Warriors si aggiudicano di misura gara-5, imponendosi per 104-99 alla Oracle Arena. Una vittoria fondamentale per i Warriors, preoccupati per l’infortunio di Kevin Durant.

Quest’ultimo ha lasciato il parquet dopo appena 32′ giocati, in cui ha messo a referto 22 punti, 5 rimbalzi, 4 assist e un recupero con percentuali decisamente basse per un giocatore del suo calibro (44% dal campo con 8/18 e 29% da tre con 2/7). Dopo l’infortunio di KD si sblocca Steph Curry, che realizza 16 dei suoi 25 punti totali negli ultimi 14′ e chiude col 39% al tiro (9/23) e il 27% da oltre l’arco (3/11). Si riscatta ampiamente, invece, Klay Thompson, che dopo aver disputato quattro gare sottotono ritrova sé stesso e fa registrare 27 punti, 4 rimbalzi, un assist e 3 palle recuperate col 55% al tiro (11/20) e il 50% dalla lunga distanza (5/10).

Nel finale risultano decisivi anche Draymond Green – che sfiora la tripla doppia (8 punti, 12 rimbalzi e 11 assist) e piazza la tripla del +5 (94-89), prima di farsi espellere per raggiunto limite di falli – e Kevon Looney, che in uscita dalla panchina cattura ben 9 rimbalzi (di cui 5 offensivi) in 22′ e mette a referto anche 5 punti e una stoppata cruciale ai danni di Chris Paul. Ordinaria amministrazione, invece, per Andre Iguodala, che si limita a fare il suo senza strafare: 11 punti, 4 rimbalzi e 5 assist col 56% dal campo (5/9).

Deludono Paul e Capela per i Rockets, Warriors ok nonostante l’infortunio di Durant

Dopo aver segnato 22 punti in 32′, Kevin Durant è costretto a uscire dal campo per infortunio: Warriors in ansia per lui.

I Rockets, dopo un primo quarto in cui sono costretti a soccombere sotto i colpi dei padroni di casa (31-17 per i Warriors) e un secondo piuttosto equilibrato (parziale di 26-26, si arriva alla pausa lunga sul 57-43 per Golden State), riescono a rimettersi in carreggiata nel terzo quarto, piazzando un 29-15 che rimette tutto in discussione a 12′ dalla fine. Protagonisti della riscossa dei Razzi, capaci di rientrare in partita dopo aver subito parziali di 19-3 prima e 15-0 poi dai Dubs, sono soprattutto James Harden e P.J. Tucker: il primo offre un’altra prestazione degna di nota, con 31 punti, 4 rimbalzi, 8 assist, ben 4 recuperi e una stoppata con un ottimo 62.5% al tiro (10/16), mentre il secondo conferma il suo straordinario momento di forma e chiude con una doppia doppia da 13 punti, 10 rimbalzi, un assist, 2 palle recuperate e una stoppata col 56% dal campo (5/9) e il 60% da tre (3/5).

In uscita dalla panchina, invece, danno il proprio apporto alla causa Nenê (6 punti in 4′ con 2/2 al tiro e 2/2 dalla lunetta) e Iman Shumpert (11 punti e 2 rimbalzi con 4/7 dal campo e 3/6 dalla lunga distanza in 16′), mentre Austin Rivers delude ampiamente le aspettative (1/6 al tiro e 0/4 da tre). Eric Gordon parte malissimo rispetto alle precedenti gare della serie, segnando appena una delle prime sette triple tentate, ma nel finale ne infila ben due su tre e si riscatta parzialmente, chiudendo a quota 19 punti con percentuali al tiro molto basse (36% dal campo con 5/14 e 30% da dietro l’arco con 3/10).

A deludere, però, sono anche e soprattutto Chris Paul e Clint Capela, entrambi assenti dal match dal primo all’ultimo minuto di gara-5 e incapaci di mettere in difficoltà i Warriors. CP3 non riesce mai a fare la differenza su entrambi i lati del campo, né a dare l’impressione di poter dare una svolta alla serata: a fine partita il suo tabellino recita la miseria di 11 punti, 6 rimbalzi, altrettanti assist e 2 recuperi con un pessimo 21% dal campo (3/14) e addirittura 0/6 dalla lunga distanza. Non va meglio al centro svizzero, protagonista ancora una volta di un vero e proprio blackout. Appena 6 punti con un inusuale 30% al tiro (3/10). Il fatto che abbia il plus/minus più alto tra i suoi compagni (+8) e che catturi ben 14 rimbalzi, di cui 5 offensivi, non può bastare a salvarlo. Due assenze che pesano tantissimo per i Rockets, il cui gioco – sia in attacco che in difesa – si basa moltissimo sui sopracitati Paul e Capela.

Dettagli, questi, che fanno tutta la differenza del mondo e che permettono ai Warriors di far loro una gara risicata e tirata fino all’ultimo. Houston, dal canto suo, ha il rimpianto di non aver sfruttato a dovere l’assenza del suo pericolo numero uno, Kevin Durant, per la parte finale di gara, alla pari dell’espulsione per sei falli di Draymond Green. Ad ogni modo, i Rockets restano ancora in corsa e possono giocarsi le proprie concrete possibilità di passaggio del turno in gara-6 davanti al pubblico del Toyota Center, per forzare una gara-7 che sarebbe sicuramente spettacolare. L’unica certezza di un duello che non smette di regalare emozioni, polemiche e colpi di scena è proprio questa: lo spettacolo, tra Warriors e Rockets, non manca mai.

Rockets ok al cardiopalma, Warriors ancora ko in Texas e serie sul 2-2

Importantissimo successo per gli Houston Rockets, che bissano la vittoria di gara-3 imponendosi per 112-108 al Toyota Center contro i Golden State Warriors, al termine di un match molto combattuto, l’ennesimo di una serie a dir poco equilibrata: due vittorie per i campioni in carica, altrettante affermazioni per i Razzi dopo quattro partite. In quel di Houston, è ancora una volta James Harden a fare la voce grossa, ma il Barba, come di consueto, è in ottima compagnia.

L’MVP in carica chiude con una sontuosa doppia doppia da 38 punti, 10 rimbalzi, 4 assist e 2 stoppate col 45% al tiro (13/29), supportato in fase offensiva dal solito Eric Gordon, autore di 20 punti, 4 rimbalzi, un assist, un recupero e una stoppata, pur tirando piuttosto male sia dal campo (6/17) che dalla lunga distanza (2/12). A dare il loro contributo alla manovra offensiva, inoltre, vi sono anche Chris Paul e Austin Rivers, che mettono a referto rispettivamente 13 punti, 8 rimbalzi, 5 assist, una palla recuperata e una stoppata e 10 punti, 6 rimbalzi, 3 assist e 2 recuperi in 33′ in uscita dalla panchina.

Sugli scudi P.J. Tucker, che si rende protagonista della solita prestazione fenomenale in fase difensiva e si fa valere anche in attacco, facendo registrare una doppia doppia da ben 17 punti, 10 rimbalzi, 3 assist, 2 palle recuperate e una stoppata col 50% al tiro (6/12 dal campo e 3/6 da tre) e il miglior plus/minus dei suoi (+11). Il classe ’85 ex Raptors e Suns è una pedina a dir poco irrinunciabile per il sistema di gioco di coach Mike D’Antoni e lotta su ogni pallone con una grinta da applausi. L’arma in più dei Rockets è rappresentata proprio dal veterano col numero 17 sulle spalle, così come dai vari Gordon, Rivers e Shumpert.

Rockets ancora bene in casa, Warriors sconfitti di misura

James Harden si ripete con una formidabile prestazione da 38 punti, 10 rimbalzi, 4 assist e 2 stoppate per rimettere in equilibrio la serie tra i suoi Houston Rockets e i Warriors.

I Warriors, dal canto loro, perdono ancora una volta la sfida sotto i tabelloni (50-43 il conto dei rimbalzi in favore dei Rockets) e tirano con un decisamente deludente 24% dalla lunga distanza (8/33), riuscendo comunque ad avere, in ben due occasioni, la chance per rimettere in parità l’incontro a pochi secondi dalla sirena del quarto periodo, con Kevin Durant prima e Stephen Curry poi che sbagliano i rispettivi tentativi da dietro l’arco, regalando la vittoria ai padroni di casa, con Chris Paul che la ipoteca dalla lunetta. KD si rende comunque autore di ben 34 punti, 7 rimbalzi, 5 assist, un recupero e una stoppata col 54.5% dal campo (12/22), mentre Curry chiude con 30 punti, 4 rimbalzi, 8 assist e un recupero col 48% al tiro (12/25).

I due, però, lasciano a desiderare dalla lunga distanza, insieme a Klay Thompson: le tre stelle dei Warriors, infatti, tirano con uno scarso 27% da tre (7/26, di cui 2/6 Durant, 1/6 Thompson e 4/14 Curry). La guardia californiana numero 11 mette a referto 11 punti, 7 rimbalzi, un assist e una palla recuperata, risultando uno dei quattro giocatori di Golden State a chiudere la gara in doppia cifra, al pari dei due sopracitati Durant e Curry e di Draymond Green (doppia doppia da 15 punti, 10 rimbalzi, 5 assist, 2 recuperi e una stoppata con 6/11 al tiro). Balzo all’indietro notevole per Andre Iguodala, che totalizza appena 7 punti, 8 rimbalzi e 3 assist col 33% dal campo (3/9) e il 25% da tre (1/4).

Gli Houston Rockets, dunque, fanno il loro dovere in una gara che dovevano necessariamente vincere per tenere vive le loro speranze di qualificazione e di rivincita personale contro i Golden State Warriors, che li hanno già eliminati dai playoff nel 2015 (4-1 in finale di Conference), nel 2016 (4-1 al primo turno) e nel 2018 (4-3 in finale di Conference) e che avrebbero potuto ipotecare il passaggio del turno con almeno un successo nelle due partite disputate al Toyota Center.

Houston Rockets ancora in corsa, Harden e compagni abbattono i Warriors

Grandissima vittoria per gli Houston Rockets, che in gara-3 si impongono per 126-121 all’overtime contro i Golden State Warriors e tengono aperta la serie. Un ko tra le mura amiche, dopo i primi due riportati alla Oracle Arena, infatti, avrebbe potuto condannare i Razzi a un’uscita di scena in largo anticipo. Col successo di gara-3, invece, i Rockets possono ancora sperare, anche perché avranno la possibilità di rimettere in parità la serie nella prossima sfida, in programma nella notte tra domani e dopodomani sempre al Toyota Center. Al di là del punteggio finale, spicca la gran personalità con cui Houston è riuscita a imporsi su Golden State.

I campioni in carica si sono aggrappati alla solidità e alla tenacia di Draymond Green e Andre Iguodala (tripla doppia da 19 punti, 11 rimbalzi, 10 assist e 2 stoppate per il primo, 16 punti, 5 rimbalzi, 3 assist, un recupero e 3 stoppate per il secondo), ma soprattutto allo strapotere di Kevin Durant, autore di ben 46 punti, 3 rimbalzi e 6 assist col 60% da dietro l’arco (6/10). Dopo un primo tempo difficile, concluso con appena il 36% al tiro (5/14), KD ha tirato col 53% dal campo (9/17) tra secondo tempo e overtime, permettendo ai suoi di credere nell’impresa fino alla fine, senza successo. Per i Warriors si tratta della prima sconfitta assoluta in una gara che Green chiude in tripla doppia (il loro record in queste occasioni era addirittura 27-0). 

Male, invece, gli Splash Brothers, soprattutto Steph Curry, fermatosi a 17 punti col 30% dal campo (7/23) e il 22% da tre (2/9), con Klay Thompson che in difesa dà un buon contributo, ma in attacco non va oltre 16 punti col 33% dalla lunga distanza (2/6). Gli Houston Rockets, dal canto loro, perdono tanti palloni, soprattutto nel finale del quarto quarto (13 turnovers totali), ma riescono a sopperire agli errori con grande spirito di squadra e un carattere da vendere.

Eric Gordon è l’arma in più degli Houston Rockets: per l’ex Sesto uomo ben 30 punti con 7/14 da tre.

Il cuore e la grinta degli Houston Rockets tengono aperta la serie

Houston, del resto, ha tanta voglia di rifarsi dopo i ko di gara-1 e gara-2 e non intende lasciare nulla al caso. Oltre al solito James Harden, che disputa la sua miglior partita in questi playoff, chiudendo a quota 41 punti, 9 rimbalzi, 6 assist e un recupero (nonostante i suoi occhi non siano ancora al top, soprattutto quello destro), si fanno valere in particolar modo Eric Gordon – che mette a referto ben 30 punti col 55% al tiro (11/20) e il 50% dalla lunga distanza (7/14) e un gran recupero ai danni di Klay Thompson, risultando ancora una volta una pedina insostituibile – e Clint Capela, che fa registrare una doppia da 13 punti, 11 rimbalzi e una super stoppata su un tentativo di Iguodala.

Molto bene anche P.J. Tucker, che in attacco non è un’arma in più, ma in difesa è un autentico ago della bilancia: per lui 7 punti, ben 12 rimbalzi (di cui 5 offensivi), 3 assist e 2 stoppate. Tutto sommato positiva anche la prova di Chris Paul, che mette a referto 14 punti, 8 rimbalzi, 7 assist, una palla recuperata e una stoppata col 50% dal campo (4/8), ma la differenza la fa anche e soprattutto la second unit. Ben 21 punti, infatti, i punti combinati da Iman Shumpert (10 con 3/5 dalla lunga distanza in 18’), Nenê (3 punti, 4 rimbalzi e tanta fisicità sotto le plance) e Austin Rivers (8 punti, 4 rimbalzi e una stoppata in 28’ con 3/6 dal campo e 2/4 da tre), mentre la panchina dei Warriors ne totalizza appena 7 (3 per Livingston, 2 a testa per Looney e McKinnie).

Controllo agli occhi per James Harden: ecco le sue condizioni

Nel corso della recente sconfitta in gara-2 sul campo dei Golden State Warriors, gli Houston Rockets hanno dovuto fare i conti con l’infortunio della propria stella James Harden, colpito duramente agli occhi, seppur in maniera involontaria, da Draymond Green in occasione di un contatto tra i due nei pressi del canestro avvenuto . Il Barba è rientrato immediatamente negli spogliatoi, per poi fare ritorno sul parquet con gli occhi vistosamente gonfi e rossi.

Nonostante il dolore e la scarsa vista, il classe ’89 nativo di Los Angeles ha regolarmente concluso la partita, peraltro mettendo a referto cifre di tutto rispetto: 29 punti, 7 rimbalzi, 4 assist e una palla recuperata col 47% al tiro (9/19) e il 43% da dietro l’arco (3/7) in poco più di 34′. Il detentore del premio di MVP non poteva lasciare soli i suoi compagni, ma le sue condizioni apparivano tutt’altro che ottimali, con Harden che spesso strizzava gli occhi sanguinanti e li teneva al riparo dalle luci dell’arena durante i timeout.

Il rossore degli occhi di James Harden in gara-2: il Barba ha risentito in maniera evidente dello scontro con Draymond Green nel primo quarto.

James Harden gioca col sangue agli occhi…e non è soltanto un modo di dire!

Dopo aver sbagliato i primi tre tiri tentati, Harden ha migliorato nettamente le sue percentuali dal suo rientro in campo, con il problema agli occhi che non ha minimamente influito sulla sua prestazione. Tuttavia, gli Houston Rockets erano molto preoccupati, anche perché la sua presenza nel resto della serie è fondamentale per tenere vive le speranze dei Razzi, attualmente sotto 2-0 e chiamati a rispondere a tono ai Warriors, spinti dal supporto del pubblico del Toyota Center di Houston in gara-3 e in gara-4.

Il numero 13 si è recentemente sottoposto a un controllo agli occhi, con entrambe le cornee che ne sono risultate non danneggiate. Un’ottima notizia, non soltanto per i Rockets, ma anche per i tifosi di James Harden e per tutti gli sportivi e appassionati che ci tengono a vederlo ancora sul parquet in questi playoff. La franchigia texana ha fatto sapere che l’infortunio riportato dal proprio leader e principale punto di riferimento in gara-2 non dovrebbe condizionarlo nel prosieguo della serie contro i campioni in carica di Golden State.

Houston Rockets ko sul filo di lana, Warriors ok in gara-1 tra le polemiche

I Golden State Warriors si aggiudicano gara-1 delle semifinali di Conference contro gli Houston Rockets, non senza polemiche. I campioni in carica, infatti, si impongono per 104-100 tra le mura amiche, al termine di una gara molto combattuta e con tanti errori da entrambe le parti (20 palle perse e appena il 32% da dietro l’arco con 7/22 per i Dubs, 42% al tiro con 31/74 e 30% da tre con 14/47 per i Razzi). A far discutere, però, sono soprattutto le tante sviste arbitrali, che fanno infuriare in particolar modo gli ospiti. Tante, infatti, le situazioni in cui Houston protesta per le mancate chiamate, collezionando numerosi falli tecnici. In particolare, spiccano un intervento da flagrant foul di Klay Thompson su una tripla dell’MVP (molto simile al fallo scriteriato di Zaza Pachulia che causò l’infortunio di Kawhi Leonard nelle Finali di Conference del 2017 tra GSW e San Antonio Spurs) e un fallo di Draymond Green su un tentativo da dietro l’arco per il possibile pareggio sempre di Harden.

Nel primo tempo, i Warriors tirano molto meglio degli ospiti, che si affidano spesso e volentieri a possessi in isolamento e a conclusioni dalla lunga distanza che non sortiscono gli effetti sperati. Ciò nonostante, la sfida è molto tirata e i Rockets riescono a rimanere a contatto con gli avversari, concludendo la prima frazione di gioco sul 53-53. Nella ripresa, il copione non cambia, con Houston che continua ad affidarsi a una difesa tutto sommato positiva, con Kevin Durant tenuto al 44% dal campo (11/25) e Stephen Curry al 30% da dietro l’arco (3/10).

KD chiude comunque a quota 35 punti, 5 rimbalzi, 3 assist, una palla recuperata e una stoppata, risultando l’unico tra le file della franchigia della Baia a scollinare i 20 punti. Steph Curry, infatti, si ferma a 18, facendo registrare anche 7 rimbalzi, 4 assist e un recupero, rendendosi però autore del canestro da tre punti che vale il +5 nel finale (103-98), mentre Klay Thompson mette a referto 13 punti, 4 rimbalzi, 3 assist e 2 steals e Andre Iguodala dà un ottimo contributo in quintetto, rendendosi autore di 14 punti, 4 rimbalzi, 2 assist e una stoppata con l’86% dal campo (6/7) e il 50% da tre (1/2). Molto positiva anche la prova offerta da Draymond Green, che sfiora la tripla doppia: per lui 14 punti, 9 rimbalzi, altrettanti assist, un recupero e una stoppata con un ottimo 78% al tiro (7/9).

Scelte sbagliate e mancati falli per i Rockets, i Warriors vincono di misura

Le proteste di James Harden, furioso per le tante chiamate mancate dagli arbitri sui suoi tiri da dietro l’arco.

I Rockets, dal canto loro, mandano appena tre giocatori in doppia cifra, con James Harden che risulta il miglior marcatore della serata insieme al sopracitato Durant: per il Barba 35 punti, 4 rimbalzi, 6 assist e ben 3 recuperi, ma appena il 32% dal campo (9/28) e il 25% dalla lunga distanza (4/16). Percentuali decisamente migliori per Chris Paul, che tira col 56% dal campo (5/9) e il 50% da dietro l’arco (3/6) e mette a referto 17 punti, 3 rimbalzi, 4 assist e 3 palle recuperate, e per Eric Gordon, autore di ben 27 punti, 4 rimbalzi e 2 stoppate col 53% al tiro (10/19) e un 31% da tre (4/13) per certi versi positivo, se si considera che aveva iniziato la sua gara tirando 0/6 da oltre l’arco.

Partita particolarmente complicata per Clint Capela, che non riesce a farsi valere né in attacco né in difesa: il pick and roll con Paul e Harden non funziona, la difesa dei Warriors lo ingabbia e ha la meglio sotto le plance, limitandolo a 4 punti, 6 rimbalzi e 2 assist col 50% al tiro (1/2). P.J. Tucker offre il solito apporto determinante nella metà campo difensiva, con ben 4 palle recuperate e tanta grinta e energia, ma in attacco è pressoché nullo (0/4 dal campo e 0/3 dalla lunga distanza). In uscita dalla panchina, invece, l’unico in grado di fare una prestazione positiva è Nenê, che fa registrare 8 punti, 2 rimbalzi, un assist e ben 3 palle recuperate col 100% al tiro (3/3) e ai liberi (2/2) in 14′, mentre Danuel House e Iman Shumpert mettono a referto appena 3 punti col 25% da tre (1/4) in 21′.

Nella notte tra domani e dopodomani andrà in scena gara-2, una partita che appare già fondamentale per capire in che direzione potrà andare una serie che si prospetta ancora lunga e combattuta. I Warriors sperano di ritrovare Steph Curry e Klay Thompson al top della forma per portarsi sul 2-0 e dare maggior supporto a Kevin Durant, mentre i Rockets dovranno cercare di evitare i tanti, troppi errori commessi al tiro e di non farsi prendere dal nervosismo, anche perché la sfida con i campioni in carica, soprattutto alla Oracle Arena, si combatte anche sul piano mentale e certe leggerezze possono fare la differenza.

Houston Rockets in semifinale, Utah Jazz eliminati ancora

Gli Houston Rockets staccano il pass per le semifinali di Conference per il terzo anno consecutivo, battendo nuovamente gli Utah Jazz per 4-1, stesso punteggio con cui si era chiusa la serie di semifinale di Conference dello scorso anno. Al Toyota Center, infatti, i Razzi si impongono per 100-93 al termine di una gara molto combattuta, sfruttando in particolar modo una solidissima difesa, spesso bistrattata (12 palle recuperate e altrettante stoppate per i padroni di casa).

Gli ospiti, dal canto loro, mandano ben cinque giocatori in doppia cifra, ma continuano a deludere e non poco dalla lunga distanza (24% con 9/38). Doppia doppia da 17 punti, 11 assist e 3 palle recuperate col 47% dal campo (7/15) per Ricky Rubio, 11 punti, 6 rimbalzi, 9 assist e 3 recuperi per Joe Ingles, doppia doppia da 15 punti e 10 rimbalzi per Jae Crowder, ma soprattutto 18 punti (top scorer dei suoi), 5 rimbalzi e 2 assist col 61.5% al tiro (8/13) e il 50% da dietro l’arco (2/4) in 33′ in uscita dalla panchina per Royce O’Neale. Delude ampiamente le aspettative Donovan Mitchell, che si ferma a 12 punti, 6 rimbalzi, un assist e una palla recuperata con pessime percentuali al tiro (18% dal campo con 4/22 e 0% da tre con 0/9), mentre incide meno del solito Rudy Gobert, che chiude a quota 9 punti, 10 rimbalzi e 2 stoppate con appena il 37.5% dal campo (3/8).

Tutto come un anno fa: Rockets avanti, Jazz spazzati via 4-1

Gli Houston Rockets festeggiano l’accesso alle semifinali di Conference per la terza stagione consecutiva.

Tra le file dei Rockets, il miglior marcatore è come di consueto James Harden, che parte malissimo al tiro ma riesce a riscattarsi ampiamente col prosieguo della gara, un po’ come avvenuto già in gara-3, mettendo a referto 26 punti, 6 rimbalzi, 6 assist, 3 palle recuperate e 4 stoppate col 38.5% al tiro (10/26) e offrendo una prova maiuscola nella metà campo difensiva. Serata più che positiva anche per Chris Paul, che pur non tirando benissimo (37.5% dal campo con 6/16) dà il suo solito contributo alla causa, facendo registrare 15 punti, 8 rimbalzi, 5 assist e 3 recuperi. Discorso simile per P.J. Tucker, che in difesa è l’arma in più dei texani e in attacco non si tira indietro (8 punti, 9 rimbalzi, un assist, una palla recuperata e ben 4 stoppate per lui), mentre Clint Capela stravince il duello con Gobert e chiude con una doppia doppia da 16 punti, 10 rimbalzi, 2 assist e 3 stoppate con l’86% dal campo (6/7).

Menzione speciale per Eric Gordon, sempre più continuo nelle prestazioni e imprescindibile pedina nello scacchiere di D’Antoni. L’ex Sesto uomo mette a referto 15 punti, 3 rimbalzi e altrettanti assist, ma si fa valere anche in fase difensiva (2 recuperi e una stoppata) e tira con un più che positivo 50% da dietro l’arco (4/8). A mettere la propria firma sulla vittoria finale ci pensano anche Danuel House, autore di 7 punti, 4 rimbalzi e una palla recuperata col 100% da tre (2/2) in 20′ in uscita dalla panchina, e Nenê, che risponde presente alla sua prima apparizione nel corso di questi playoff: per lui ben 8 punti e 4 rimbalzi col 100% dal campo (3/3) e dalla lunetta (2/2) in appena 9′.