Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimenti Daryl Morey, il gm rivoluzionario che ha cambiato i Rockets: scelta giusta per i Sixers?

Daryl Morey, il gm rivoluzionario che ha cambiato i Rockets: scelta giusta per i Sixers?

di Dennis Izzo
Morey

La lunga storia d’amore tra Daryl Morey e gli Houston Rockets si è conclusa lo scorso 15 ottobre, dopo quattordici anni a dir poco intensi. L’ex general manager dei texani ha poi impiegato meno di due settimane per trovare un nuovo incarico, accettando la proposta dei Philadelphia Sixers. Il gm della franchigia sarà sempre Elton Brand, che ha da poco rinnovato il suo contratto, con Morey che andrà a ricoprire il ruolo di President of Basketball Operations. Per sostituirlo a Houston, invece, è arrivato Rafael Stone, già vice president of Basketball Operations dei Rockets e tra gli uomini più influenti del front office dei due volte campioni NBA.

Approdato ai Rockets nel 2006 e divenuto general manager della franchigia texana l’anno successivo, Daryl Morey ha sin da subito impresso la sua mentalità alla squadra. Amante delle advanced stats e delle analytics di ogni genere e laureato in informatica alla Northwestern University di Evanston, nell’Illinois, il classe 1972 ha anche ottenuto un master in business administration al MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston, una delle università più prestigiose e importanti al mondo, per poi lavorare per un triennio nella dirigenza dei Boston Celtics.

A Houston, la carriera di Daryl Morey ha subito una svolta degna di nota: il general manager, infatti, ha sempre avuto il coraggio di osare e di dare credito alle proprie idee, rischiando spesso e volentieri più del dovuto e rendendosi protagonista di scelte a dir poco rivoluzionarie, che hanno in molti casi ispirato altri colleghi o dato luogo a un cambiamento generale in alcuni aspetti del gioco. Basti pensare a una delle prime grandi mosse di Morey, forse quella che simboleggia meglio di tutte la sua esperienza in Texas: la trade per James Harden.

Il primo colpaccio targato Morey: l’arrivo di James Harden a Houston

All’alba della stagione 2012/13, con i Rockets reduci da tre stagioni consecutive senza disputare i playoffs (peggio avevano fatto soltanto tra il 1999 e il 2003, con quattro mancate partecipazioni di fila) e intenzionati a tornare a competere nel minor tempo possibile. A pochi giorni dalla prima palla a due della stagione, Daryl Morey convinse gli Oklahoma City Thunder a cedere la loro stella emergente in cambio di Kevin Martin, Jeremy Lamb, due prime scelte e una seconda scelta al draft.

Da quel momento in poi, i Rockets sono riusciti a ottenere ben otto qualificazioni consecutive ai playoffs, battendo il loro precedente primato di sette apparizioni di fila tra il 1992 e il 1999 e diventando la squadra con la striscia più elevata ad oggi, complice il mancato accesso dei San Antonio Spurs alla scorsa post-season. Oltre a ciò, Houston è arrivata tra le prime quattro a Ovest in ben sei occasioni su otto, riuscendo anche ad arrivare prima col miglior record della sua storia nella stagione 2017/18 (65 vittorie e 17 sconfitte), anno in cui sfiorarono l’impresa coi Golden State Warriors di Durant, Curry, Thompson e Green, arrendendosi soltanto dopo sette gare (e un infortunio occorso a Chris Paul in gara 5) al cospetto di un’autentica corazzata, una delle squadre più forti della storia, se non addirittura la più forte in assoluto.

Nel frattempo, i Rockets hanno rappresentato una delle squadre più atipiche e particolari della NBA moderna, soprattutto dopo la scelta di affidare la panchina a Mike D’Antoni nell’estate 2016: con l’arrivo dell’ex Baffo, Harden è stato impiegato anche come playmaker, mettendo in mostra le sue numerose abilità in cabina di regia (miglior passatore con 11.2 assist di media nel 2016/17), per poi diventare un attaccante letale, da molti ritenuto il migliore dell’epoca moderna e uno dei più grandi della storia, capace di vincere l’MVP nel 2018 e il titolo di miglior scorer nello stesso anno (30.4 punti), nel 2019 (36.1 punti, il dato più alto dai 37.1 punti messi a referto da Michael Jordan nel 1986/87) e nella scorsa stagione (34.3 punti).

james harden 76ers

Mike D’Antoni e James Harden.

Con la coppia Morey-D’Antoni, inoltre, i Rockets hanno iniziato a cambiare pelle rispetto agli anni precedenti, iniziando a puntare tantissimo sul tiro da tre e sui cosiddetti ‘punti facili‘, ossia quelli generati dalle conclusioni al ferro e dai tiri liberi, abolendo (quasi) del tutto i tiri dal midrange, cui lo stesso Harden faceva spesso e volentieri ricorso prima dell’arrivo dell’ex allenatore dei Phoenix Suns del run & gun e del seven seconds or less. Nel corso della off-season 2017, Morey si è reso autore di un altro colpo a effetto, assicurandosi Chris Paul dai Los Angeles Clippers tramite sign-and-trade (ai californiani, in cambio Patrick Beverley, Lou Williams, Sam Dekker, Montrezl Harrell e una prima scelta del Draft 2018). L’arrivo di CP3 a Houston fa storcere il naso a molti addetti ai lavori, che ritengono la convivenza sul parquet tra The Point God e James Harden quasi impossibile: grazie al lavoro di Morey e D’Antoni, però, i due si intendono a meraviglia e sviluppano in men che non si dica un’ottima intesa sia dentro che fuori dal campo, facendo vivere ai Rockets la miglior annata della loro storia in regular season e portandoli a una sola partita da quelle Finals che i texani non disputano dal 1994, anno in cui si imposero sugli Orlando Magic.

Dopo aver quasi scritto la storia con la coppia Harden-Paul, però, i Rockets hanno fatto fatica a ripetersi, anche e soprattutto a causa di alcune scelte di Daryl Morey che, a differenza di quelle legate agli arrivi dei due giocatori menzionati poc’anzi, non hanno ripagato: su tutte, spicca quella di Carmelo Anthony, firmato proprio nell’estate 2018 al minimo salariale, ma mandato via dopo appena dieci partite di una regular season cominciata malissimo per Houston (11-4 il record dei texani a inizio dicembre). Dopo aver perso nuovamente coi Golden State Warriors, stavolta in semifinale di Conference, Morey ha provato a stravolgere nuovamente le carte in tavola. Il gm, infatti, ha dapprima scambiato Chris Paul per Russell Westbrook con gli Oklahoma City Thunder nell’estate 2019, ricomponendo la coppia Harden-Westbrook, già ammirata dal 2009 al 2012 proprio ad OKC, per poi rendersi protagonista della mossa più rivoluzionaria della sua carriera prima della trade deadline, ossia la decisione di puntare sullo small ball estremo, con un quintetto titolare composto da cinque tiratori e nessun lungo di ruolo tra starting lineup e panchina (eccezion fatta per il veterano Tyson Chandler, utilizzato però col contagocce e soltanto nella prima parte di stagione).

Lo scorso febbraio, prima della trade deadline, con Clint Capela ceduto agli Atlanta Hawks nell’ambito di una trade a quattro squadre, Daryl Morey ha deciso di riportare a Houston Robert Covington, individuando in lui il giocatore perfetto per il sistema di gioco di Mike D’Antoni e rendendo l’ex Minnesota Timberwolves l’unico ‘lungo’  a disposizione del coach. Un esperimento coraggioso, che ha in parte funzionato, esaltando le caratteristiche di Russell Westbrook (medie di 31.7 punti, 8.2 rimbalzi, 5.5 assist e 1.7 recuperi col 55% dal campo e il 38.5% da dietro l’arco tra febbraio e aprile per l’ex Thunder), ma ha al contempo limitato, seppur in parte, James Harden.

Covington

Robert Covington.

Quest’ultimo, infatti, ha dovuto per forza di cose rinunciare a una delle sue armi preferite, l’alley-oop al lungo sotto canestro (i suoi lob a Capela erano ormai divenuti un cult in quel di Houston), ha perso tanti possessi, giocando molto più off the ball e ha avuto maggiori difficoltà a liberarsi dai raddoppi sistematici attuati da tutte le difese avversarie per rendergli le cose più complicate, pur facendo registrare comunque numeri pazzeschi (31 punti, 6.7 rimbalzi, 8 assist e 2.2 palle recuperate col 46.5% al tiro in 21 partite tra regular season e playoffs con lo small ball).

L’ultima annata a Houston e l’appodo a Philadelphia

L’avventura dei ‘piccoli’ Rockets si è conclusa molto presto, con un’eliminazione al secondo turno per 4-1 contro i futuri campioni dei Los Angeles Lakers (peggior sconfitta in post-season dal 2016 per i texani), capaci di adattarsi allo small ball e mettere in evidenza i limiti di Houston sotto le plance (ben 45.4 rimbalzi e 6.2 stoppate di media per i gialloviola nelle cinque gare della serie delle semifinali di Conference, appena 32.6 rimbalzi e 3 stoppate per i texani).

Un finale di stagione a dir poco amaro e deludente per i Rockets, che avevano già sofferto più del dovuto contro gli Oklahoma City Thunder al primo turno, imponendosi soltanto negli attimi conclusivi di gara 7, e in particolare per il general manager Daryl Morey, che a ottobre 2019, prima dell’inizio dell’annata 2019(2020, si era detto convinto che i suoi Rockets avrebbero trionfato al termine dell’anno, soprattutto in virtù della momentanea uscita di scena dei Golden State Warriors, costretti a fare i conti con i gravi infortuni occorsi a Klay Thompson e Stephen Curry e le partenze di Kevin Durant e Andre Iguodala.

Un anno che per Morey era già iniziato in maniera piuttosto tribolata, con l’incidente diplomatico con la Cina mai del tutto risolto. Il tweet per esprimere sostegno alla protesta dei manifestanti di Hong Kong contro il governo cinese, infatti, è costato caro al 48enne originario del Wisconsin, tanto da far storcere il naso anche al proprietario dei Rockets Tilman Fertitta e pesare economicamente e non solo su tutta la lega, che con la Cina ha intensi rapporti commerciali da anni. In molti si aspettavano il licenziamento di Morey, ma il commissioner Adam Silver non ha mai preso in considerazione quest’ipotesi, al pari di Fertitta, e il general manager è rimasto in carica fino all’annuncio delle dimissioni, motivate con l’intenzione di riavvicinarsi alla famiglia nella East Coast. Ed è proprio da qui che la carriera di Morey ripartirà, con una nuova ed affascinante ad attenderlo dietro l’angolo: quella ai Philadelphia Sixers, che come i Rockets sono a caccia dell’anello dopo aver tentato l’assalto al titolo più volte negli ultimi anni.

Reduci da una pesantissima eliminazione per 4-0 al primo turno coi Boston Celtics, i Sixers non hanno ancora intravisto la fine del cosiddetto The Process, ossia il culmine del loro progetto di ricostruzione durato ben cinque anni (tanking sfrenato dal 2012 al 2017, arco temporale in cui Philly non ha mai preso parte ai playoff, dedicandosi alla collezione di scelte al Draft e giovani talenti con cui accorciare i tempi per tornare a competere). Con la giovane e talentuosa coppia composta da Ben Simmons e Joel Embiid e l’arrivo di Jimmy Butler dai Minnesota Timberwolves nella prima parte della stagione 2018/2019, i Sixers sembravano finalmente pronti a spiccare il volo e a dominare la Eastern Conference, ma non tutto è andato secondo i piani.

Dopo una vittoria piuttosto agevole contro i Brooklyn Nets al primo turno (4-1), infatti, i sogni di gloria della franchigia della città dell’amore fraterno si sono spenti contro i futuri campioni dei Toronto Raptors (ironia della sorte, è proprio ciò che è accaduto ai Rockets di Morey negli ultimi tre anni, in particolare nel 2018), con i canadesi capaci di imporsi all’ultimo istante di gara 7 grazie a un buzzer beater di Kawhi Leonard. Proprio come Houston, Philly ha poi faticato a ripercorrere quelle orme, anche e soprattutto a causa delle partenze di Jimmy Butler e J.J. Redick, passati rispettivamente ai Miami Heat e ai New Orleans Pelicans. La scelta di offrire il massimo salariale a Tobias Harris, rinnovando l’ex Detroit Pistons e Los Angeles Clippers invece di Butler, e Al Horford sembra aver mandato definitivamente a monte i piani dei Sixers, che nel frattempo hanno a libro paga al massimo salariale anche Ben Simmons e presto dovranno fare i conti col rinnovo di Joel Embiid, il cui contratto scadrà nel 2023. A riportare entusiasmo e speranza, però, è l’arrivo di Doc Rivers in panchina: separatosi dai Clippers dopo sette anni, il già campione NBA coi Boston Celtics nel 2008 ha accettato una sfida tanto complicata quanto intrigante, venendo raggiunto poche settimane dopo da Daryl Morey.

I due hanno visioni e idee piuttosto differenti in materia cestistica: Rivers è un cultore della fase difensiva e del gioco di squadra (tant’è che il suo motto preferito è Ubuntu, un proverbio della cultura africana che sta a significare “io sono perché noi siamo”), mentre Morey ha reso la sua filosofia basata sul tiro da tre e la quasi totale eliminazione del tiro dalla media distanza e del gioco in post, la cosiddetta Moreyball, un autentico marchio di fabbrica.

L’head coach e il President of Basketball Operations dei Sixers, dunque, dovranno necessariamente trovare la giusta via di mezzo per far sì che Philadelphia riesca a centrare un obiettivo che si allontana sempre di più. Per farlo, entrambi dovranno individuare i problemi alla base delle difficoltà della squadra e fare tutto ciò che è nelle loro possibilità per risolverli e ridare vitalità a una franchigia che lo scorso anno non è mai riuscita a dare l’impressione di poter ripetere quanto di buono fatto vedere nel 2018/19.

Un nuovo inizio per Daryl Morey, ma l’obiettivo è sempre lo stesso

Presentato ufficialmente alla stampa dai Sixers lunedì scorso, Morey ha parlato dell’imminente inizio di un nuovo capitolo della sua carriera in NBA, trattando molti dei temi legati alle ambizioni personali e della squadra e alla necessità di adattarsi al nuovo contesto, magari rinunciando ad alcune delle estremizzazioni, tecniche e non, cui ha fatto spesso e volentieri ricorso nei quattordici anni trascorsi a Houston. “Il mio obiettivo è portare questa squadra alla vittoria dell’anello, per cui faremo tutto quello che sarà necessario fare per centrare questo traguardo. Abbiamo un’ottima base di partenza, con due stelle giovanissime come Simmons e Embiid.”, le parole dell’ex general manager dei Rockets in conferenza stampa.

Quest’ultimo ha poi parlato anche della sua intenzione di intervistare Doc Rivers per il ruolo di head coach dei texani prima che trovasse l’accordo con Philadelphia: “Avrei voluto avere un colloquio con Doc per offrirgli la panchina dei Rockets, ma mi rispose che aveva già accettato la proposta dei Sixers. Dopo poche settimane l’ho raggiunto io a Philadelphia, nonostante la mia intenzione iniziale fosse di concedermi un anno sabbatico. Con Doc ho parlato a lungo, entrambi siamo molto eccitati guardando al potenziale di questa squadra.”

Doc Rivers lascia i Clippers

Doc Rivers, nuovo head coach dei Philadelphia Sixers.

Stando a numerosi rumors, Morey vorrebbe portare con sé a Philadelphia il suo pupillo James Harden, già accostato ai Sixers prima del suo arrivo. I Rockets, però, non hanno intenzione di lasciarlo partire, in quanto hanno recentemente confermato di voler continuare a puntare al titolo. Stesso obiettivo per Morey, seppur in un nuovo contesto: sarà la volta buona per uno dei personaggi più rivoluzionari del mondo della palla a spicchi a stelle e strisce?

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