Kenneth Faried sta stupendo tutti a Houston, è rinato in quel di Houston, ma facciamo un passo alla volta. La stagione degli Houston Rockets non è iniziata nel verso giusto, anche e soprattutto a causa di alcune scelte di mercato rivelatesi frettolose o errate. Il general manager Daryl Morey, detentore del premio di Executive of the Year, non ha di certo brillato nella scorsa free agency, lasciandosi scappare pedine fondamentali quali Trevor Ariza e Luc Mbah a Moute e dando fiducia a Carmelo Anthony, con cui i Razzi hanno tagliato ogni rapporto dopo appena dieci partite di regular season.
Morey, però, è uno dei migliori gm della lega e ha saputo rifarsi alla grande nel corso della stagione, mostrando grandissimo coraggio nel dare una chance a giocatori che sembravano destinati a rappresentare altri fallimenti dopo quello già citato di Melo, tra cui il classe ’93 Danuel House, messosi in mostra più in G-League che in NBA nei suoi primi anni di carriera, la guardia Austin Rivers, protagonista di un avvio stagionale tutt’altro che positivo tra le file dei Washington Wizards, e il lungo Kenneth Faried, ben lontano dai fasti di Denver e utilizzato col contagocce in quel di Brooklyn.
Proprio quest’ultimo si è rilanciato in maniera pressoché impressionante alla corte di Mike D’Antoni. Ingaggiato per sopperire all’assenza di Clint Capela e per aumentare la fisicità dei Rockets, soprattutto per ciò che concerne la presenza sotto le plance su entrambi i lati del campo, il classe ’89 si è rivelato molto più che una semplice aggiunta positiva. Il nativo di Newark, infatti, è già imprescindibile per Houston, essendosi adattato in brevissimo tempo a un sistema di gioco del tutto nuovo per uno come lui.
In molti sostenevano che Faried avrebbe avuto difficoltà a dire la sua sotto la guida di D’Antoni, soprattutto dopo che non era riuscito a imporsi con i Brooklyn Nets, disputando appena 12 partite con medie di 5.1 punti e 3.7 rimbalzi in soli 9.8′ a gara a New York. In Texas, invece, la ventiduesima scelta al Draft 2011 ha messo a referto sin qui i numeri migliori della sua carriera: 15.8 punti, 9.9 rimbalzi, 1.1 assist, 0.7 palle recuperate e una stoppata per partita col 60% al tiro e il 46% da dietro l’arco (career-high per punti, rimbalzi, stoppate, percentuale dal campo e dalla lunga distanza).
Grinta, cuore e muscoli: The Manimal is back!

Kenneth Faried, autore di ben dieci doppie doppie nelle prime quindici gare con la maglia degli Houston Rockets.
Per lui, inoltre, sono ben dieci le doppie doppie collezionate in quindici presenze, che lo rendono il primo giocatore a riuscire nell’impresa con la maglia degli Houston Rockets dopo Charles Barkley nel 1996-1997. Dopo aver giocato le prime dodici partite in maglia biancorossa da centro titolare, Faried si è accomodato in panchina nella gara in casa dei Los Angeles Lakers per far posto al rientrante Capela, salvo poi tornare tra i titolari nel match vinto alla Oracle Arena contro i Golden State Warriors (doppia doppia da 20 punti, 10 rimbalzi e 2 assist col 50% da tre per lui).
L’ex Nuggets ha dato un ottimo apporto in coppia con Capela, tanto da guadagnarsi la conferma di D’Antoni per la sfida vinta per 119-111 tra le mura amiche contro gli Atlanta Hawks (doppia doppia da 13 punti, 10 rimbalzi e 2 stoppate col 50% al tiro). L’eccezionale apporto sin qui garantito alla causa texana lo rende già uno dei beniamini dei tifosi dei Rockets, nonché una pedina fondamentale di cui coach D’Antoni non può proprio fare a meno.
Eppure, fino a pochi mesi fa Houston sembrava decisa a puntare su ben altri nomi, tra cui ad esempio Kent Bazemore e Markieff Morris, ma Morey ha tirato fuori ancora una volta il coniglio dal cilindro e regalato ai Rockets un giocatore perfetto per il loro sistema. Basti pensare che Faried, non uno specialista del tiro da tre, abbia già messo a segno 6 triple su 13 tentativi, dopo che tra Denver e Brooklyn ne aveva realizzate appena 3 su 25 tentate.
Insomma, contrariamente a ciò che in molti hanno sostenuto negli ultimi mesi, The Manimal non è affatto un giocatore incapace di evolvere il proprio stile di gioco e può recitare un ruolo di primo piano in un contesto altamente competitivo: se a Houston è tornato il sorriso, molto lo si deve anche al ragazzone originario del New Jersey che ha ritrovato sé stesso e che ha dimostrato di essere uno che non molla mai, non soltanto sul parquet.

