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Da solista a corista: waiting for Carmelo Anthony

di Enrico Paterniti
Carmelo Anthony

Se Samuel Beckett fosse stato in vita in questi nostri tempi probabilmente non avrebbe scritto opere teatrali, avrebbe però trovato altri modi per esprimere la sua vena artistica. Se lo scrittore irlandese fosse stato un opinionista sportivo, la sua celebre opera Waiting for Godot avrebbe preso una forma diversa divenendo Waiting for Melo.                                                                                                                                                Le qualità di Carmelo Anthony sono ormai note a tutti. Giocatore dal talento sopraffino e dall’eleganza cristallina alla cui vista gli esteti della pallacanestro si esaltano in quanto appagati dall’esecuzione lineare e ritmica di ogni suo fondamentale. Ma se lo sport fosse solamente predisposizione natia, il 33enne di Oak Hill Academy avrebbe già raggiunto molteplici dei traguardi a cui punta da sempre ogni professionista NBA: il premio di Most Valuable Player e il Larry O’Brien Trophy su tutti. Perché il numero 7 di OKC non è riuscito a conquistare questi trofei? Perché siamo ancora qui ad aspettare Melo?

Carmelo Anthony Thunder

Hoodie Melo.

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Il carico di queste ultime che ha dovuto sopportare Melo sin da quando ha calcato per la prima volta il parquet della Lega si è rincarato di stagione in stagione. Inizia dalla high school a Baltimora e a Oak Hill con la conquista di vari premi individuali e di squadra; passa per Syracuse, conducendo la sua università alla prima vittoria storica del torneo NCAA; arriva fino a Denver e nella Grande Mela, dove Carmelo Anthony si palesa al mondo come realizzatore pungente, attaccante inarrestabile (attualmente è considerato offensivamente il migliore dell’NBA insieme a KD da molteplici addetti), primo violino in un team solitamente costruito attorno a lui.

Quest’estate la sua immagine è stata ridefinita: da solista di una melodia newyorkese che ha stonato molteplici volte a corista di un complesso tutto nuovo nello stato di Oklahoma. Mentre ai Golden State Warriors il direttore Steve Kerr ha formato un orchestra con movimenti sincronicamente perfetti dove gli interpreti hanno ormai assunto così tanta consapevolezza da produrre un motivetto armonioso e limpido, privo di strafalcioni ed inesattezze; ad OKC non sta riecheggiando una musica eufonica per gli spettatori del Chesapeake Energy Arena. In campo è stato narrato un copione ambivalente: alla linearità di Paul George, integrato perfettamente nel sistema, vi si è contrapposta la disfunzionalità del nostro Carmelo Anthony.

Dopo aver visto un Melo versione Hoodie in molti credevano che egli fosse mentalmente pronto ad una metamorfosi strutturale. Effettivamente a livello statistico qualcosa è cambiato: non ha mai segnato così poco (17.7 punti a partita), non ha mai tirato così raramente (poco più di 15 tiri a partita), non ha mai avuto percentuali di tiro così basse (42.3%). Questi dati sono sintomo di un adattamento che necessità di gradualità. E’ una difficoltà fisiologica, comune di ogni essere umano, il doversi completamente reinventare una volta arrivati in acque sconosciute. E’ lo scoglio che sta cercando di superare Carmelo Anthony, attorno a cui aleggiano i dubbi e i rimproveri dei tifosi di OKC antitetici alle speranze e alle credenze dei fans del talento ex Nuggets. Solamente il tempo sarà in grado di offrirci risposte su quanto ancora sarà lungo questo periodo di transizione (o se questo è semplicemente l’arrivo). Tuttavia, fermarsi al ricorrente cliché che una stagione è significativa per giudicare in positivo o in negativo l’andazzo di un team è un errore da non fare.

Credere nella piena integrazione di Anthony non vuol dire pensare che questo sia l’anno buono per la squadra di Billy Donovan. Impossibile che accada ciò in una Western Conference composta da squadre già rodate e assestate come GS e Houston. Pensare che Oklahoma abbia buone speranze dall’anno prossimo è invece una riflessione più che lecita. La liceità a cui si sta facendo riferimento è direttamente collegata al numero 7 di OKC nato a Brooklyn. Un paragone non troppo azzardato è quello con Dwyane Wade nella stagione 2010/11 a Miami. Prima di dover reinterpretare il suo gioco in funzione dell’arrivo di LeBron è servito del tempo. I risultati a livello di squadra sono stati ambigui: si è vinto sin da subito in una Eastern Conference scarna di talento e di big team, si è dovuta aspettare la stagione successiva, invece, per la vittoria dell’anello con un Wade che da comprimario è risultato più che decisivo.

Strafalcioni della partita contro Cleveland di Carmelo Anthony Situazioni in cui è messo in condizioni in cui può e deve punire.

 

E’ questo il ruolo che deve assumere Carmelo Anthony. Quello che lo stesso ha saputo perfettamente interpretare a Londra, in occasione delle Olimpiadi del 2012. Per ottenere questo traguardo serve costanza negli allenamenti personali (Hoodie Melo ne è un ottima prova) ma occorre anche mentalità che l’ex Knicks ha dimostrato di avere saltuariamente e a propria discrezione nell’arco della sua carriera. Bisogna, infine, che coach Donovan abbia le idee chiare sul percorso da adottare affinché Anthony si trasformi in un giocatore che possa punire la difesa giocando meno possessi ma che risulti contemporaneamente più efficiente.

Nell’opera di Beckett non si sa niente sul conto di Godot, egli non appare mai nella scena. Si limita a mandare ogni giorno un ragazzo che dice ai due protagonisti: “Oggi non verrà, ma verrà domani”. Per quanto sono disposti a sentire questa frase i tifosi di OKC? Non per molto ancora e Melo lo dovrebbe sapere. That’s why we are waiting for Melo.

 

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1 commento

Davide Anguzza 25 Gennaio 2018 - 12:59

Paragonare Godot a Melo è un po’ una blasfemia. Ad malora.

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