I Charlotte Hornets erano contenti dei propri movimenti in offseason. Alla luce dell’indebolimento generale delle rivali ad Est, con una trade è arrivato Dwight Howard, per formare un letale asse play-pivot con Kemba Walker. Tutt’intorno, una serie di ragazzi giovani, utili ed interessanti: il tuttofare Batum, il realizzatore Lamb, il difensore Kidd-Gilchrist, il tiratore Marvin Williams ed il freschissimo talento di Malik Monk. Tutto apparecchiato per una regular season che portasse ai playoff senza troppi intoppi. A quanto pare, la franchigia di Jordan, con tifosi e non solo, ha fatto i conti senza l’oste. Dopo le prime quattordici partite, il record parla di un insufficiente 5-9. E, nella notte, è arrivata l’ultima, imbarazzante sconfitta contro la peggior versione dei Bulls delle ultime stagioni. In North Carolina ci sono dei problemi tecnico-tattici e noi proviamo ad illustrarli.
“Quando i problemi nascono in attacco”. Una delle frasi più ricorrenti delle telecronache di coach Dan Peterson. Casualmente, citazione che si adatta perfettamente al difficile inizio di stagione degli Charlotte Hornets. La squadra di coach Clifford è solo ventesima nella Lega per punti segnati a partita (104.9). Ed ancora più eloquente è la classifica degli assist, che vede i calabroni ventiseiesimi in graduatoria con appena 19.6 passaggi vincenti a sera. Sia chiaro, la difesa non è tra le migliori del campionato (quindicesima con 106.9 punti concessi), ma non pare essere il problema principale del team. Come previsto, ruota tutto intorno all’asse formato da Walker e Howard (23.8 e 13.7 di media), con Lamb e Kaminsky a fornire un ottimo contributo in termini di realizzazioni (15.9 e 10.9). Piccolo dettaglio: nessun altro, tra gli Hornets, segna più di 9 punti a partita. Si può parlare di gerarchie chiare, ma, in realtà, anche di pochissima pericolosità in uscita dalla panchina. A deludere, soprattutto, è Malik Monk, sì giovane, ma anche dotato di un talento offensivo che dovrebbe consentirgli di dare di più a partita in corso. Alla poca distribuzione delle responsabilità offensive si aggiunge un dato particolare: Charlotte guadagna moltissimi viaggi in lunetta (28.5 tiri a match), ma converte i liberi appena con il 68.8%, peggior dato della NBA. Kemba Walker predica nel deserto e chiede soccorso.

Kemba Walker, nei Charlotte Hornets, per adesso in attacco si sente solo o quasi.
Parlavamo dello scarsissimo numero di assist degli Charlotte Hornets. Altro dato interessante: di quelle 19.6 assistenze medie, ben 14.2 escono dalle mani di Walker, Batum e Lamb. Gli altri nove giocatori costantemente in rotazione sommano un totale di 5.4 assist a partita. Cosa indica questo? Attacco stagnante. Le uniche soluzioni provengono da ciò che può si può creare dall’uno contro uno dei tre sopracitati o dal pick and roll di Walker e Howard. Non che questo sia necessariamente cattivo basket, come hanno dimostrato i Cavaliers delle scorse stagioni, ma si deve adattare al contesto. E quello degli Hornets non pare quello migliore.
L’attacco sui giochi a due degli Hornets produce, ma non basta.
La percentuale da tre punti dei comprimari, se si esclude Marvin Williams, non supera mai il 36% e questo fa sì che le difese avversarie possano chiudersi sui migliori realizzatori del team di Clifford senza troppo preoccuparsi degli altri. L’importanza del tiro da tre punti per Charlotte è testimoniata anche dalle cifre: la squadra tira col 40.2% nelle vittorie e appena il 33.3% nelle sconfitte. Non è quindi un movimento di palla scadente per mancanza di intenzioni, ma per mancanza di pericolosità di molti elementi. Quando saliranno le percentuali dei comprimari, le stelle potranno (e dovranno) far circolare maggiormente la sfera e questo riporterà l’attacco degli Charlotte Hornets a livelli adeguati per raggiungere i playoff.

