I Miami Heat, nel momento in cui si scrive, sono quarti nella Eastern Conference, con un record di 29 vittorie e 22 sconfitte, a solo una vittoria e mezza di distanza dai Cleveland Cavaliers terzi. Eppure della squadra di coach Erik Spoelstra si sente parlare davvero poco.
Solo prestando attenzione alla solitamente bistrattata Eastern Conference, pare quasi ovvio che siano i Miami Heat la squadra più ignorata del lotto.
A Philadelphia dopo gli anni di tanking selvaggio attuati dalla visionaria mente di Sam Hinkie (#trustthteprocess), si iniziano a vedere i risultati, e gli occhi di tutta la lega sono puntati sul fantastico duo Embiid-Simmons che promette spettacolo negli anni a venire.Nella pur fredda e solitamente ignorata Milwaukee, c’è una divinità greca che promette di cambiare il basket per il modo in cui lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. Invece ella capitale ci sono sogni di alta classifica, ed il backourt Wall-Beal è uno dei più intriganti di tutta la lega, forse secondo solo agli Splash Brothers che riesedono nella baia. Nonostante la stagione a dir poco turbolenta dei Cavs, il Prescelto alla tenera età di 33 anni sta mettendo insieme numeri da capogiro, ed è probabilmente protagonista della miglior regular season della propria già incredibile carriera. Per Boston ed il gioco di Brad Stevens si sprecano i complimenti, ultimi quelli di Steve Kerr che ha indicato la banda verde come dominatrice degli anni a venire; E poi ci sono la Grande Mela ed i Knicks: vabbè loro sono sempre e comunque sulla bocca di tutti, bastasse il fatto che giocano al Madison Square Garden, e poi ultimamente da queste parti gioca un talento unico, per il quale è stato necessario scomodare una creatura leggendaria, l’unicorno.
A Miami comunque i motivi per camminare a testa alta ci sono tutti. A metà della passata stagione, dopo un brusco avvio frutto di 11 vittorie e 30 sconfitte, sembrava che la proprietà avesse sbagliato davvero tutto, e che l’addio di LeBron avesse lasciato solo macerie. Il caso Chris Bosh, con il giocatore fermato per ben 2 volte per problemi ai polmoni prima del definitivo ritiro, rappresentava perfettamente il momento di disagio vissuto in Florida.
Ma poi qualcosa era cambiato: seconda parte di stagione da squadra di vertice con un incredibile record di 30 vittorie ed 11 sconfitte, e playoff mancati di un soffio all’ultima giornata, in virtù del record negativo nelle sfide con Chicago, con i quali aveva condiviso l’ottavo posto ad Est.
Così nella a dir poco movimentata estate 2017, (Irving, George, Anthony, CP3 giusto per citarne un paio che hanno cambiato casacca ) gli Heat decidevano invece di restare fermi e rifirmare quel gruppo che tanto aveva fatto bene nella passata stagione, aggiungendo il solo Kelly Olynyk in uscita da Boston, per aggiungere grinta sotto le plance.
Gli Heat sono una squadra poco spettacolare, giocano con un ritmo molto basso per le medie attuali NBA ( ventottesimo pace di lega con 96 possessi di media, contro i 103 dei Lakers primi), e fanno della difesa il proprio punto di forza. Proprio la difesa, la sesta nella lega con un defensive rating di 103.8, è il fiore all’occhiello di coach Spoelstra, degno erede del maestro, nonché presidente degli Heat, il leggendario Pat Riley. Gli Heat della gestione Spoelstra hanno timbrato il cartellino per la offseason per ben 7 stagioni su 9 (pre, durante e dopo LeBron), e sono stabilmente una top 10 per efficienza difensiva.
Se nella proprio metà campo le cose vanno bene, i problemi sorgono nella metà campo offensiva. Miami ha problemi a segnare, come dimostra il 102.8 di offensive rating. L’attacco degli Heat un paio di sere fa è riuscito nella mirabolante impresa di far fare bella figura anche ad una delle difese più perforate della lega, come quella dei Cavaliers ( 116 punti subiti di media nel nuovo anno),riuscendo a mettere a segno solo 89 punti contro LeBron e compagni. La squadra manca di un vero e proprio leader offensivo, basti pensare che il miglior marcatore è Goran Dragic con soli 17 punti di media a partita. Proprio il play, tornato finalmente sui livelli che lo avevano fatto conoscere al grande pubblico in maglia Suns, è la stella nonché punto di riferimento di questi Heat. Autore sin qui di un’ottima stagione da 17 punti e 5 assist di media, lo sloveno si è anche guadagnato il primo viaggio all’All Star Game della propria carriera grazie agli infortuni in serie del team Lebron.
L’altra stella della squadra è Hassan Whiteside. Giocatore che cifre alla mano sarebbe da considerare un All Star ( nelle ultime 2 stagioni viaggi a 15 punti, 12 rimbalzi e 3 stoppate di media), ma che continua a dividere la critica e corre pericolosamente sul filo del rasoio tra l’essere considerato un fenomeno o un bust. Whiteside, che prima del clamoroso exploit della stagione 2014/15 girovagava tra campionato cinese, libanese e D-League, era ed è tuttora, il punto focale del progetto Heat, soprattutto considerato il ricco contratto firmato per restare in Florida.
La crescita tanto auspicata è stata però sin qui aldisotto delle aspettative. Non ha svillupato un jumper degno di nota, ed in attacco lontano dal ferro è praticamente inoffensivo. La stazza ed il numero di stoppate lo disegnerebbero come un buon rim protector, e teoricamente un difensore d’elite. Ma le frequenti pause, una lentezza di movimenti importante negli spostamenti laterali e le non brillantissime letture difensive ( uno dei peggiori centri della lega a difendere sul pick and roll) ne fanno un ostacolo sorpassabile. Non a caso coach Spoelstra è stato costretto a lasciarlo in panchina in ben più di una occasione in finali di partita punto a punto.
L’infortunio a Dion Waiters, stagione fuori per problemi alla caviglia, ha privato gli Heat di un giocatore storicamente poco affidabile, ma che con questa maglia aveva trovato una determinata costanza, e che nelle sue serate on fire era in grado di scaldare il pubblico da solo.
Le note liete stagionali per il momento provengono dal rookie Bam Adebayo, che ha approfittato dei problemi fisici di Whiteside per conquistare posto in rotazione e far vedere sprazzi di acerbo talento e grande esplosività. Josh Richardson al terzo anno si è guadagnato lo spot di ala piccola titolare, e sta migliorando in tutte le principali voci statistiche, 44% dal campo, 3 rimbalzi e 3 assist di media, ed un notevole impegno nella propria metà campo con un defensive rating da 102.3.
Lo stesso non si può purtroppo dire di Justine Winslow, che se dopo la prima stagione sembrava pietra angolare del futuro di questi Heat, non si è più ripreso dall’infortunio alla spalla che lo aveva costretto a chiudere in largo anticipo la passata stagione. Il prodotto di Duke ha perso posto in quintetto e fiducia, ed ora si trova in un limbo nel quale sono inziate ad affiorare le prime voci di trade.
Preoccupante anche la mancata crescita di Tyler Johnson. Le cifre per lui sono rimaste bene o male immutate rispetto alla passata stagione, tuttavia sta tirando leggermente peggio dal campo e con un netto miglioramento dalla linea dei liberi; quello che preoccupa è che il suo contratto l’anno prossimo passerà dagli attuali 5 milioni ai 19 garantiti per le prossime 2 annate. Le previsioni sul suo conto dunque non si sono granchè realizzate.
Wayne Ellington con i suoi 11 punti di media guida la second unit, affermandosi come uno dei migliori tiratori da 3 in uscita dai blocchi. Kelly Olynyk si è inserito bene da subito nel sistema di coach Spoelstra, e garantisce punti ed intensità dalla panchina, qualità che lo hanno portato a chiudere spesso in campo le partite al posto di Whiteside.
James Johnson non sta sfigurando, la sua intensità e la sua visione di gioco ( 4 assist di media a partita, record in carriera) ultimamente gli hanno spalancato le porte del quintetto titolare, ma anche per lui l’importante contratto firmato in estate ne aveva un po’ esagerato le aspettative.
Proprio dal punto di visto economico, le cose a Miami non sono messe benissimo: rifirmare tutti in estate è costato parecchio, ed oggi la squadra ha il quarto monte ingaggi a fronte di un talento onestamente nella media. Sin qui è proprio l’organizzazione di gioco che ha permesso agli Heat di tenersi nelle parti alte della Eastern Conference, ma nei playoff la mancanza di talento potrebbe iniziare a farsi sentire sul serio. A coach Spoelstra l’arduo compito di smentire le critiche e portare questa squadra più avanti possibile.

