Jeff Green: reborn like a phoenix

di Pierluigi Ninni
Jeff Green

Jeff Green non è un giocatore NBA come gli altri. E questo non è dettato da meriti tecnici o atletici, nonostante l’ala americana sia uno dei giocatori più esplosivi della lega. Nella vita di un atleta non intervengono solo dinamiche di gioco o sportive: oltre ad esse, non vengono considerate con il giusto peso le dinamiche extra-parquet riguardanti la vita quotidiana di questi esseri umani.

Si, perchè non bisogna mai dimenticare che gli atleti NBA, impegnatissimi in campo visti i ripetuti match, sono anche dei normali uomini come tutti noi. Ma, spesso, le analisi e le statistiche tralasciano questo ambito ritenuto irrilevante ai loro calcoli. Per Uncle Jeff Green, questo discorso calza a pennello. La sua carriera, infatti, è un’esempio singolare di come un giocatore possa essere MVP fuori dal parquet.

Jeff Green e Kevin Durant al loro primo anno in NBA con la maglia dei Seattle Supersonics

 

Jeff Green, dopo tre anni ricchi di soddisfazioni a Georgetown, viene selezionato con la scelta assoluta numero 5 dai Boston Celtics. Nella stessa notte, Green verrà in seguito coinvolto nella trade che portò Ray Allen dai Seattle Supersonics ai Boston Celtics.

Con Kevin Durant al suo fianco, Green compie un’ottima prima stagione in NBA, venendo selezionato per l’All-Rookie First Team. In un periodo delicato della storia della franchigia, Jeff veniva considerato uno dei punti fermi della squadra in ottica futura. Quando, nel 2009, la franchigia si trasferì ad Oklahoma City, Green era l’ala grande titolare con una media di 16.5 punti e 6.6 rimbalzi. Il giovane dimostrava talento, esplosività ed un grande carisma all’interno di uno spogliatoio senza identità ed in via di ricostruzione.

I Boston Celtics sono stati la costante caratteristica della carriera di Jeff Green. Dopo averlo scaricato nella notte del Draft, i verdi di Boston riacquistano nel 2011 l’ala in uno scambio che coinvolse anche Kendrick Perkins e Robinson. Il ruolo di Jeff era quello di sostituire Paul Pierce, titolare inamovibile della squadra campione della Eastern Conference nella stagione precedente.

La foto che ritrae l’enorme cicatrice derivante dall’operazione al cuore, effettuata da Jeff Green nel settembre 2011.

Ai Celtics, Green esprime la sua migliore pallacanestro, giocando al meglio tutte le sue 6 stagioni al TD Garden. In realtà le reali stagioni giocate sono 4, ma una in particolare vale doppio. Si, perchè nel mentre della preparazione per la stagione 2011/2012, un referto medico sembra tarpare le ali di Jeff per sempre. Gli viene diagnosticata un aneurisma all’aorta. Green viene operato d’urgenza, ma il referto dei dottori sembra sancire la fine della sua carriera.

Ma Green lo sa, sa benissimo che il destino gli ha riservato una seconda chance che non può sprecare. E’ allora che il ragazzo cresciuto nel Maryland realizza quale sarà il suo futuro: prima completa gli studi, abbandonati in precedenza, con la laurea nel 2012 alla Georgetown University (che lo avevo traghettato agli inizi della sua carriera). Manca l’ultimo passo, ovvero realizzare l’inimmaginabile. E Green ci riuscirà, tornando da vincitore ai Boston Celtics dopo un’intera stagione di inattività e dopo che gli stessi Celtics avessero provveduto alla firma di un nuovo contratto.

Il suo grande amico ed ex compagno Kevin Durant, dedicò quella sua stagione 2011/2012 a Green comunicandolo in una commovente intervista ad ESPN durante la prima partita dell’anno.

 

Jeff Green con la maglia numero 8 dei Boston Celtics, squadra con cui ha militato per 5 stagioni consecutive.

Alla stagione del rientro, i Celtics e Green ripresero la marcia di crescita verso i playoff. Come l’araba fenice, Jeff gioca la sua migliore stagione di sempre. Tutta la NBA rimase a bocca aperta vedendo la crescita esponenziale di un giocatore che era praticamente stato assente giustificato per un anno. In quella stagione, Green fu il trascinatore dei verdi anche nei playoff. Tuttavia, il suo sforzo immane non bastò ad eliminare New York al primo turno. I numeri finali di stagione, però, sono incredibili e mai pensabili all’inizio: RS chiusa con 12.8 punti a gara e playoff straordinari conclusi con 20.5 punti e quasi 6 rimbalzi di media, venendo utilizzato per quasi 43 minuti di media. Cifre assurde per un giocatore che, appena 8 mesi prima, era ancora convalescente e in fase di lieve ripresa.

 

Le restanti due stagioni a Boston sono entrambe positive per Green. Egli migliora ancora le sue statistiche, facendo risultare la sua miglior stagione realizzativa (17,6) nel 2014/2015. I Celtics, però, non raggiunsero più i playoff e decisero di ricostruire da zero. Purtroppo anche Jeff fu scambiato, direzione Memphis. Il giocatore non nascose il rammarico per questa decisione, dichiarando pochi giorni dopo la trade che “porterà sempre nel cuore Boston e i suoi tifosi e ringrazierà ogni giorno tutto lo staff che lo ha sostenuto nel suo breve passaggio negli inferi con annessa risalita”.

Jeff Green

Jeff Green ai tempi di Memphis.

 

La seconda vita dello zio Jeff, come viene soprannominato dai suoi compagni, è un continuo girovagare per la lega. Prima va a Memphis, poi a Los Angeles sponda Clippers. A LA, nel 2016, disputa i suoi ultimi playoffs e ritrova Paul Pierce e l’ex coach Doc Rivers, che aveva creduto in lui anche dopo l’operazione. Green diventa uomo spogliatoio e con Pierce cerca di trainare Griffin e compagni in un primo turno infuocato contro i Warriors. I Clippers resistono per 6 gare, ma alla fine crollano e si inchinano allo strapotere di Golden State.

La carriera NBA di Jeff sembra essere giunta al capolinea. Nonostante questo, Jeff non demorde e crede fino all’ultimo in una conferma in casa LAC. Purtroppo, la tanto agognata proposta non arriva, ma gli Orlando Magic si fanno avanti in maniera decisa per Green. L’ormai trentenne Green gioca una discreta stagione partendo dalla panchina, risultando il miglior giocatore della second unit per rendimento.

Infine, la scorsa estate, Uncle Jeff è approdato ai Cleveland Cavaliers risultando il primo innesto per la stagione attualmente in corso. Il suo profilo ha praticamente stregato LeBron James, che in lui non solo vede un buon panchinaro di sicuro affidamento (playoff compresi) ma nota anche i caratteri esemplari e da leader molto utili ad uno spogliatoio come quello di Cleveland.

 

Jeff Green in azione con la casacca dei Cavs.

 

Ad oggi, Jeff Green risulta essere il miglior panchinaro dei Cavs in termini di minuti giocati/media punti (601 punti in 22.7 minuti) e l’unica ala in grado di sostituire James nel ruolo di ala piccola. Ottime penetrazioni, scarichi, aiuti difensivi e le solite stupende schiacciate d’autore: il repertorio di JG è rimasto immutato negli anni. Anche le percentuali sono ottime, con career high in due importanti statistiche come FG% (field goal accuracy) del 48,9% e la 2P%, per ora, al 54,1%. In questo momento, l’unica voce da migliorare è il tiro dall’arco. Anche se, a Cleveland, di tiratori ce ne sono e di un certo spessore, che tolgono tiri al 32enne del Maryland. 

Numeri che convincono, presenza nello spogliatoio rilevante: si può dire che Jeff Green ha trovato una discreta dimensione negli attuali Cavs. Forse, in cuor suo, il numero 32 sta preparandosi ad un altro miracolo: sarebbe il coronamento di una carriera encomiabile, vissuta non solo in campo ma anche su una barella a pregare per il continuum di un sogno chiamato basketball.

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