Defense to offense. Non una semplice chiave di lettura, né un appunto annotato sul block notes. Ma un vero e proprio mantra. Un imperativo, basato su concetti di gioco semplici e concisi, una filosofia da imparare per filo e per segno. Luke Walton ha lavorato sui dettagli e ha dato istruzioni precise ai suoi Los Angeles Lakers. Difendere forte e con più attenzione garantisce più palloni recuperati e quindi più transizioni offensive utili a colpire l’avversario. Il rendimento dell’attacco è stato dunque strettamente legato al lavoro eseguito nella propria metà campo, in una sorta di viscerale correlazione. Correlazione, o meglio, pilastro su cui poggiare gli altri tasselli della risalita.
Walton ha rimesso le cose a posto e ha ridato alla squadra quell’efficienza difensiva di cui aveva disperato bisogno: basta pensare che il defensive rating è calato di 5 punti rispetto alla passata stagione, quando ammontava a 110.6 (il peggiore di tutta la lega). Più concentrazione, più impegno, più, affiatamento. La retroguardia dei Lakers è migliorata a livello mentale e nei meccanismi. Il miglioramento a livello di collettivo è passato soprattutto da questo punto.
LOS ANGELES LAKERS: I MIGLIORAMENTI IN DIFESA
C’è una ritrovata aggressività nell’andare a pressare la palla e nel coprire le linee di passaggio, al fine di sporcare la manovra e forzare i turnover. Il fatto di poter reggere i cambi sui pick and roll consente di mantenere una certa fluidità dell’intero sistema, che così si adatta ad ogni tipo di situazione. Infatti è capitato spesso che, dopo un cambio, l’avversario sia stato costretto ad un passaggio complicato a causa del mismatch sfavorevole: la palla così non giunge così a destinazione poichè c’è chi va a metterci la mano e ad intercettarla, innescando così il contropiede. Se un avversario riesce a penetrare in area, i Los Angeles Lakers non si fanno cogliere impreparati; il marcatore riesce a contenere l’azione (gente come Brandon Ingram o Lonzo Ball ha rapidità negli scivolamenti laterali) e a disturbare la conclusione. In ogni caso il ferro viene protetto grazie al centro di turno che vigila nel pitturato e dai tempi d’aiuto finalmente ottimizzati (eventuali raddoppi vengono fatti con logica). La carenza di rim protection è stata però evidente, come dimostrano i 18.8 punti di media subiti nei pressi del tabellone.
La spasmodica ricerca della pallone da parte dei Los Angeles Lakers spesso non lascia ragionare gli avversari.
Tempestività ed attenzione sono dedicate anche sul perimetro, dove i giocatori sono svegli nel compiere closeout sulle rispettive controparti e impedire loro di tirare liberamente (in media sono più o meno 24 i tentativi dall’arco contestati). La copertura viene garantita da continue ed oculate rotazioni.
Caldwell-Pope legge bene la giocata dei Phoenix Suns uscendo sul tiratore ed intercettando il passaggio.
ATTACCO IN TRANSIZIONE (E NON…)
Dalla propria metà campo si passa subito all’altra, in un attimo, in un lampo. Dalla fase passiva si procede a quella attiva, dalla difesa si passa all’attacco. Appena i Los Angeles Lakers stoppano le velleità e riprendono le redini del gioco, corrono per far incetta di punti: non è un caso che il pace sia stato tra i più alti di tutta la lega (il terzo precisamente, 102.62) e che i fastbreak point a partita si attestino a quota 17.5 (meglio fanno solo i Golden State Warriors). Si preferisce solitamente andare ad aggredire il ferro con iniziative individuali o tagli in area che vengono subito serviti; a volte gli indugi vengono rotti tramite passaggi baseball a lunghissima gittata. La maggior parte delle azioni convergono dunque nel pitturato. Senza contare che c’è sempre qualcuno pronto ad andare in arresto e tiro dall’arco o aspettare in angolo per sparare una tripla.
Una buona difesa tramutata in transizione: Ball vede Caldwell-Pope con la coda nell’occhio e lo serve per la tripla.
La transizione può anche terminare dopo una serie di scambi veloci scatenata da una dilagante creatività che pervade tutti i componenti del quintetto, coinvolti nella costruzione e nella chiusura dell’azione. Ball è colui che agevola maggiormente lo sviluppo di questi scenari, insieme al lavoro di Isaiah Thomas che ha fornito altra verve all’attacco gialloviola: le sue doti balistiche e il suo saper giocare in velocità non hanno inceppato affatto le operazioni,anzi..
I Lakers, senz’altro, sanno far fronte ad una difesa schierata. Il ritmo della circolazione di palla è molto alto, con il figlio di LaVar (o chi per lui) che va a dettare i tempi e i compagni che aprono il più possibile il campo per pulire le spaziature e permettere le penetrazioni. Il pick and roll/pop viene spesso utilizzato in modo da muovere la retroguardia e creare varchi utili ai backdoor e a conclusioni dal midrange (in tal senso l’arresto e tiro di Ingram è quasi una sentenza). Gradita anche la soluzione in post basso, dove possono partire dei suggerimenti per chi taglia. Proprio i movimenti senza palla sono presenti, con tanto di blocchi che servono per smarcare i tiratori: il problema è che tralasciando l’eclettico Kyle Kuzma e un incostante Kentavious Caldwell-Pope i Los Angeles Lakers non hanno usufruito di un cecchino puro da tre. Manca la costanza dal perimetro, fatto evidente grazie all’impietoso 34.5% (penultima percentuale in NBA).
Movimenti senza palla e passaggi semplici per finalizzare l’azione.
QUALE FUTURO?
Tutto sommato il lavoro di Walton è stato senza dubbio apprezzabile, visto che dopo anni di sconfitte e tanking sfrenato ha saputo dare al gruppo l’alchimia che serviva da tempo. Il tutto valorizzando al meglio un materiale umano comprendente giovani promettenti ancora in via di sviluppo, giocatori al contract year e qualche rincalzo modesto; ad incidere nel cammino ci sono stati inoltre molti infortuni che hanno privato i gialloviola dei loro uomini chiave a turno, senza contare distrazioni e discontinuità tipica della gioventù. Al netto di molte cose, il record 35-47 è da dirsi soddisfacente. La crescita del trio Ball-Ingram-Kuzma ora dovrà essere accompagnata da aiuti via free agency, terreno di caccia di Magic Johnson e Rob Pelinka; l’obbiettivo sarà quello di reclutare una/due superstar per fare un ulteriore step, ma in caso contrario sarà meglio pazientare e firmare elementi idonei al progetto tecnico. Sempre secondo quello che è ormai un mantra indissolubile: defense to offense.

