A bordo campo con Spike Lee

di Elia Russo
Spike Lee knicks madison

Nel fantastico mondo dell’NBA, lo show che viene costruito a pennello per ogni partita è incredibile. Sappiamo bene che la particolarità tipicamente “made in USA”, sia proprio il riuscire a spettacolarizzare ogni evento possibile, in particolar modo quelli di stampo sportivo;  esempio lampante è il Super Bowl, dove gli intervalli vengono organizzati e occupati, con dei veri e propri concerti (assolutamente da guardare il live di Prince). Con escamotage simili, lo stesso avviene anche per Baseball e Basket; immergiamoci in quest’ultimo.  L’espressione atletica di per sé, già basterebbe per catturare l’attenzione dell’audience, competente e non, della realtà cestistica, ma per alzare ulteriormente il livello, i momenti morti della partita vengono conditi con le più stravaganti idee che si possano trovare: “challenge” verso il pubblico, balli e acrobazie, sketch comici o le tipiche coreografie delle cheerleaders. Si fa ancora più interessante, quando vengono coinvolti personaggi “famosi”, appartenenti al mondo dello spettacolo o dello sport, in situazioni particolari (vedi quando Shawn “HBK” Michaels, star WWE, venne esortato a salvare la mascotte di S. Antonio). E’ molto probabile poter trovare personalità rilevanti a bordo campo, seduti tra il pubblico, non in veste lavorativa, ma semplicemente da appassionati venuti all’arena per poter vedere i migliori esponenti di questo sport. La lista è lunga: Denzel Washington, Mark Wahlberg, Jay-Z e Beyonce… chi più ne ha, più ne metta; ma due su tutti, prevalgono d’importanza, complice il grosso attaccamento alla loro franchigia di riferimento: Jack “The Smile” Nicholson e Spike “Mars” Lee.  Il primo, intramontabile sostenitore dei giallo – viola di LA, città dove Hollywood e Basket si sono intersecati molto presto. A proposito di cinema, il secondo nome, è l’immancabile supporter dei New York Knicks, sempre pronto ad istigare le star delle squadre rivali, ospiti al Madison Square Garden; Di solito le provocazioni lanciate, portano le vittime a sostenere prestazioni memorabili, da Reggie miller a MJ, passando per Paul Pierce fino al Mamba. E’ fatto così, è sempre stato molto schietto, esattamente come nei suoi film; basti guardare “Do the right thing” (1989), dove la denuncia verso una società con ampie lacune (non che oggi sia cambiato molto) nell’iterazione ed integrazione razziale, è molto marcata, ponendo in risalto come la violenza insensata, possa quasi sicuramente sfociare in tragedia. Ma per tutti gli appassionati della palla a spicchi, questo regista è riconosciuto come il creatore di uno dei più entusiasmanti e unici film sul Basket.

 

He got game

 

Gli spunti di riflessione estraibili da questo lungometraggio sono veramente parecchi; sul piano oggettivo, non si può non spendere una parola su Ray Allen, incredibile come si sia calato nella parte e come l’ abbia interpretata; una delle pochissime star Nba a contribuire alla realizzazione di una pellicola di così alta qualità, ovviamente con tutto il rispetto per Mike e Space Jam, caposaldo per l’infanzia di ogni passato,presente e futuro giocatore… forse. Ciò che si coglie da questo lavoro, è una moltitudine di valori veramente indispensabili, obbligatoriamente da tramandare ed insegnare ad ogni atleta e soprattutto, ad ogni essere umano; di cosa parliamo? La passione: nel film, la condizione di vita di Jesus (Ray Allen), non è delle migliori, ma l’amore verso il Basket, gli permette di affrontare tutte le difficoltà per rincorrere il suo sogno; è un grosso esempio di come forse bisognerebbe affrontare la vita, trovare una passione per poter vivere al meglio tutto il resto.  Credere nel proprio talento: penso sia una delle operazioni principali che ognuno dovrebbe fare… identificare ciò in cui siamo portati e lavorarci il più possibile; l’amore per la famiglia: Ho colto in maniera leggermente sfumata un suggerimento…  non importa chi c’è intorno a te, chi ti dice di volere il tuo bene… come la famiglia non c’è nessuno… la famiglia è ciò che conta. Infatti, il film mette in luce un mondo legato alla Pallacanestro Americana (in questo caso specifico a livello di college) piuttosto scuro e marcio. Se la gente intravede in te una possibile fonte di guadagno, stai pur certo che ti spremeranno fino a quando sarà possibile. E’ incredibile come un elemento colmo di positività, come il Basket e tutto lo sport in generale, utile per unire le persone, farle stare bene con se stesse e in compagnia degli altri, possa attirare e dare spazio a sentimenti negativi e dannosi, utili solo a fini marci. Probabilmente è qui che l’aspetto del business si palesa in tutta la sua grandezza; il potere degli affari e dei soldi regna su tutto e neanche l’amore per lo sport è in grado di fermarlo. Se si presta attenzione, la stessa colonna sonora del film (realizzata dai Public Enemy), crea atmosfere veramente varie, in continuo contrasto tra di loro, come se fosse una lotta tra bene e male. Però pensandoci, questo “male” è sempre esistito, specialmente in un grandissimo luna park come l’nba, basti pensare all’abuso di droghe pesanti durante gli anni ‘70/’80; Spike ci ha dato una rappresentazione visiva di come tutte le realtà meravigliose,  nelle retrovie, nascondano un sacco di meccanismi non proprio piacevoli… probabilmente in molti starete pensando che non avere questa consapevolezza, sia veramente da ingenui.. forse è vero, però è alquanto triste.

PHIL JACKSON A COLLOQUIO CON SPIKE LEE

Mars vs Air Mike

 

La figura di Spike Lee, l’ho sempre vista molto importante per la direzione in cui il Basket (negli USA e di riflesso nel resto del mondo) si sia sviluppato a livello d’immagine; forse nello specifico, sarebbe più corretto dire di come l’immagine di MJ si sia sviluppata… Grazie ai commercial creati da Spike, fini alla promozione del nuovo brand Jordan ( affiliato Nike),  si è creato un immaginario epico della figura di Air Mike, non solo per le sue prodezze in campo, ma per l’attitudine con cui si era approcciato “all’azienda” nba, la quale aveva un’ immagine ben precisa e alquanto definita.  Lui ha stravolto clamorosamente tutti i canoni visivi e stilistici: Shorts più lunghi, accessori abbinati ai colori della divisa e sneakers col suo nome… Spike ha aiutato ad amplificare questo inevitabile procedimento rivoluzionario. Riprendendo He got game , una delle scene iconiche, immortala un Denzel Washington (magistrale) appena uscito di prigione, corso ha “farsi” il nuovo paio di Jordan XIII, oppure in Fai la cosa giusta, la scena in cui un nuovissimo paio di fresh and clean Jordan 4, viene sporcato “accidentalmente”, causando la furia incontrollabile del personaggio che le indossava; questo manifesta chiaramente quanto fosse cool , avere un paio di J’s ai piedi, in particolar modo in quegli anni… esattamente gli stessi anni, in cui l’intera Nba, veniva ampiamente oscurata dalla figura di Jordan. Questa trasformazione, non è mai stata veramente esaltata come avrebbe dovuto, ma stiamo parlando di un passaggio fondamentale per la successiva creazione/formazione, di giocatori simbolo come Allen Iverson, i quali a loro volta, hanno ispirato migliaia di ragazzi e ragazze, anche tramite gli spot delle loro linee di abbigliamento, derivanti dall’imprinting che ha creato Spike. Altro regalo che questo regista ci ha fatto, è un pazzesco “documentario” rappresentante nel particolare, ogni istante di una partita di Kobe Bryant (Kobe doin’ work). Una trentina di telecamere lo seguono azione per azione nel corso di un intero match, consentendoci di vedere ogni minuzioso dettaglio del gioco di KB. Si tratta di un lungo mic’d up, che oltre alle immagini, ci fa ascoltare come il linguaggio e la comunicazione vocale sia indispensabile per far funzionare al meglio, attacco e difesa del quintetto sul parquet. Ogni allenatore ha il suo approccio e le sue idee, ma nella mia personale esperienza, sin da piccolo mi è stato detto di parlare e parlare e parlare.. soprattutto in fase difensiva,per far sapere ai miei compagni tutto ciò che si perdevano, tenerli in costante aggiornamento sulle situazioni a loro cieche, i piccoli spostamenti degli attaccanti, i tagli, le sviste inevitabili… insomma, avere tutto sotto controllo nella miglior maniera possibile.

 

Black power!

 

Spike Lee è parte della forza Afroamericana e della cultura nera; la Pallacanestro è una delle manifestazioni più potenti di quella cultura e ha instaurato ormai da anni, un filo comune con musica e cinema… A ciò aggiungiamo la sfera socio – politica, visto che le star Nba (e non solo – vedi Colin Kaepernick) di oggi, anche grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, possono risultare addirittura più influenti del presidente della nazione più potente del mondo… sembra assurdo, ma è così. Spike, oltre ad aver aiutato il mondo del Basket a crescere sotto certi punti di vista importantissimi, ha contribuito con le sue opere, all’incremento della Black Culture e se pur lui nativo di Atlanta, non mi sembra strano che il destino lo abbia condotto verso NY, in particolare a Brooklyn, ex casa dei Dodgers  (squadra di Jackie Robinson, primo giocatore di baseball di colore nella Major League), casa di Mike Tyson… e di Michael Jordan. Ribadisco che ogni appassionato di Pallacanestro, dovrebbe dare un’occhiata (e qualcosa in più) ai vari lavori di questo regista e personaggio, perché anche se non nell’immediato, si trova sicuramente un collegamento con la cultura che ha reso il Basket, una delle forme artistiche/sportive più belle del mondo.

A Spike Lee Joint” — Rispetto!

 

E.R. – stile in prima linea

 

 

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