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L’uomo della provvidenza

di Olivio Daniele Maggio
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Fino alla passata stagione i Toronto Raptors erano intrappolati in un limbo, quello delle squadre belle e funzionali in regular season che si scioglievano ai playoff come neve al sole. Avevano incassato un’altra cocente eliminazione in postseason, contro i Cleveland Cavaliers guidati da un mostruoso LeBron James. Il progetto pareva non poter fare quello step tanto auspicato. Poi c’è stata un’occasione ghiotta, che Masai Ujiri doveva prendere al volo.

Kawhi Leonard chiede la cessione ai San Antonio Spurs e il general manager dei canadesi fa letteralmente all-in: inserisce uno dei simboli del team, DeMar DeRozan, e si assicura uno dei migliori giocatori della lega fermo da un’annata per infortunio. Una mossa clamorosa, che alla lunga ha pagato. Serviva un fuoriclasse come Leonard ai Raptors in modo di avere finalmente una chance di giocarsi il titolo. E magari di vincerlo. Ed infatti, contro ogni pronostico, il manipolo guidato da coach Nick Nurse ha gettato il cuore oltre l’ostacolo e battuto i Golden State Warriors regalandosi il primo titolo in assoluto della propria storia. Un successo sofferto e meritato, arrivato soprattutto grazie al contributo del californiano.

Kawhi Leonard, l’uomo della provvidenza. Il terzo giocatore a vincere un titolo NBA con due squadre diverse, il primo a vincerlo in entrambe le conference. Un campione stoico che non si ferma davanti a nessuno e a niente, in grado di garantire un impatto formidabile su entrambi i lati del campo.

KAWHI LEONARD: QUANTA QUALITÀ IN ATTACCO 

Il sistema offensivo dei Raptors è stato ricucito attorno alle qualità di Kawhi Leonard. L’intento era quello di creare le spaziature giuste per permettere le sue scorribande in area, lì dove è stato capace di far male più volte. Con la palla in mano, Leonard ha attaccato il proprio marcatore e, sfruttando la sua grandissima forza fisica, concludeva con un layup o andava improvvisamente in arresto (cosa che ha provocato tanti and one). Non solo uno contro uno puri, anche i precisi pick and roll confezionati coi compagni hanno funzionato a dovere: il 61.5% al tiro nella restricted area rende al meglio l’idea di come Leonard sia stato importante sotto i tabelloni. Il ventaglio di opzioni a disposizione dell’ala piccola è alquanto nutrito, ciò ha stravolto di continuo le carte in tavola mettendo in difficoltà la difesa dei Warriors, che ha cambiato spesso marcatura su di lui.

I Warriors sono andati spesso in difficoltà quando Leonard riusciva ad incunearsi in area.

 

Quando c’era troppo traffico vicino il canestro, Kawhi Leonard ha fatto ricorso al suo raffinato tiro dal palleggio. Senza essere troppo funambolico, grazie ad un ball handling rispettabile, il numero 2 è risultato efficiente e pulito a livello tecnico nelle conclusioni eseguite talvolta anche in semi-transizione (e sul perimetro). 7.7 punti in media portati in dote grazie ad una buona lettura ed una pregevole freddezza. In queste Finals è giunta l’ennesima prova della poliedricità di Leonard, capace inoltre di ‘aspettare‘ il momento giusto e colpire, muovendosi per la metà campo e raccogliendo interessanti suggerimenti (4.2 punti di media in modalità catch and shoot) o restando appostato sugli angoli o dietro la linea dei tre punti. Il prodotto di San Diego State, in definitiva, si è preso la scena e allo stesso tempo non ha catalizzato troppo il gioco su di lui; in questo modo le idee pensate da Nurse si sono concretizzate in un sistema fluido. In barba alla hero ball più estrema, solo intelligenza e concretezza. Fattori al servizio della squadra.

 

Farsi trovare al posto giusto al momento giusto.

 

UNA MANO ANCHE IN DIFESA

La vittoria dei Raptors è arrivata anche grazie all’abnegazione in difesa, fase a cui Kawhi Leonard ha dato comunque la sua mano. Sono ben lontani i tempi dove spiccava l’etichetta di specialista difensivo, poichè era fondamentale averlo fresco dall’altra parte. Infatti a the Claw sono state spesso assegnate marcature ‘blande’ su gente come Andre  Iguodala o Alfonzo McKinnie; in ogni caso la sua presenza si è fatta sentire quando ha dovuto vigilare su Klay Thompson ad esempio.

Il grosso Kawhi Leonard l’ha fatto negli aiuti, sempre puntuali, e nella copertura delle linee di passaggio. I tempi degli intercetti sono stati ottimali, compiuti con l’ausilio della sua apertura alare e di un rapido movimento di mano. Nelle 6 gare disputate contro i Warriors è stato il miglior giocatore dei Raptors nelle cosiddette deflections ( 5 a partita), mettendoci caparbietà e fisico nei recuperi e nel contestare i tentativi avversari (10.7 in media, solo Siakam ha fatto meglio). Pochi compiti eseguiti bene, sufficienti a dar manforte ad una retroguardia aggressiva e preparata.

 

Aiuti decisi ed efficaci.

 

IL FUTURO È ANCORA A TORONTO?

Prima di prendere la via del Canada, Kawhi Leonard aveva espresso il desiderio di esser tradato a Los Angeles. Gregg Popovich invece l’ha spedito più a nord. All’epoca (e nei mesi successivi) molti addetti ai lavori caldeggiavano l’ipotesi dell’approdo in California posticipato alla free agency 2019 (Clippers in pole). Ora tutto è cambiato: il contesto dei Raptors si è rivelato vincente, l’ambiente e i tifosi lo idolatrano; senza dimenticare di come lui sia il go-to-guy assoluto del team. Inoltre, la possibilità di consolidare il proprio dominio ai vertici dell’est (in realtà già certificato) è abbastanza allettante. Il front office farà di tutto per trattenerlo, sapendo di avere tutte le carte in regola e le condizioni favorevoli dalla propria parte. L’uomo della provvidenza, dunque, potrebbe rimanere e tentare di scrivere un’altra pagina di una storia impensabile solo un anno fa.

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