Cinque tiri per ogni posizione: dall’angolo, lato sinistro, centro, lato destro, altro angolo. Da cinque distanze diverse: vicino, two-steps-back, mid-range, college 3-point line e pro 3-point line. Aggiunta di cinque tiri liberi alla fine di ogni ripetuta. Il set va avanti con metronomica cadenza dei gesti, in ciascuna seduta di allenamento pre gara, per trenta minuti. Tutti i colpi sono portati a velocità da match. Per diciotto anni consecutivi.
Dio gli ha dato un dono.
Certo, il jump shot più elegante ed efficace della storia.
No, un leggero disturbo ossessivo compulsivo che lo costringe ad assecondare l’etica del lavoro che il padre, ufficiale dell’esercito, gli ha impartito fin da quando lo ha ritenuto un essere senziente. E da quello ha costruito la sua routine. Uno spazio e un tempo fuori da ogni interferenza, senza i quali non avrebbe potuto affrontare nessuna gara. Si sarebbe sentito incompleto, irrisolto. Non diventi “Candy Man” per diritto di nascita, nemmeno se sei “Gesù”.
Le basi militari nelle quali è cresciuto lo hanno tenuto al riparo dalla fulminante ironia dei coetanei là fuori e hanno creato una comfort zone abitata da “US Army children” come lui, senza accento, senza l’inflessione che tradirebbe la conoscenza dello slang di una qualsiasi delle strade che innervano di violenza congenita gli Stati Uniti. E in effetti lui è il bambino strano, sempre in disparte, col portamento di un cadetto, la compostezza come legge infrangibile e la schiena dritta per non permettere al mondo di scalfirti, anche da lontano. Soprattutto da lontano. Perché gli sguardi possono arrivare dove le parole arrancano, sebbene tu possa evitare di incrociarli, li senti addosso. E ogni volta è un brivido. Meglio starsene in un angolo, con la gente che ti passa accanto e non ti nota. Non percepisce il tuo potenziale oppure lo sottovaluta. Dall’angolo Walter Ray Allen Jr si costruisce il suo personale modo di vedere le cose, la sua prospettiva fatta di cause ed effetti da valutare rapidamente, per compiere la scelta giusta.
Nel suo caso il posto nel quale è nato non conta ai fini della formazione, non gli conferisce nessuna cifra particolare, è solo una stazione di passaggio lungo il percorso di Walter Sr. Merced in California non è casa sua, anche perché casa sua non è una vera e propria casa. Tutto ciò che di solito si trova in un posto preciso, capace di diventare anche rifugio, soprattutto per un bambino della sua età, è invece sistemato meticolosamente in qualche scatolone, catalogato ed etichettato, pronto per essere spedito inseguendo la famiglia Allen. Sud dell’Inghilterra, Germania, Oklahoma, ancora California, South Carolina. E ogni volta Ray è l’ultimo arrivato. In classe, in squadra, nel quartiere. L’unico linguaggio comprensibile a ogni latitudine, attraverso il quale riuscire a imporre la sua presenza è il gioco e il suo modo di esprimerlo è poesia in movimento, non solo per gli iniziati, ma per chiunque abbia la fortuna di assistere al rito pagano che va in scena ogni volta.

Il peregrinare della famiglia prevede una sosta di quattro anni a Dalzell, South Carolina, e Ray entra immediatamente nella Varsity della Hillcrest High School e nonostante sia poco più che quindicenne qualcuno sussurra già le tre lettere magiche che diventeranno, quelle si, casa sua. Porta gli Wildcats al titolo statale e cominciano ad arrivare le prime proposte di athletic fellowship da alcune delle grandi università del paese. Potrebbe effettivamente dichiararsi eleggibile al draft direttamente dal liceo, ma preferisce continuare il percorso di educazione e formazione che ha iniziato. Sa che giocare bene non basta per essere un professionista, ha bisogno di affinare ulteriormente i fondamentali, ma soprattutto vuole imparare a stare in un gruppo, sa che per essere il go-to-guy la squadra deve fidarsi di lui e per farlo deve conoscerlo. Umanamente, prima ancora che tecnicamente.
Ha bisogno di compagni di vita con i quali crescere e dai quali essere accettato come parte integrante, vuole diluirsi in un contesto che si esalti per compattezza e visione comune. Il programma di Karl Hobbs, assistant coach di University of Connecticut è esattamente quello che cerca e nel 1993 approda sul legno profumato di pino del Gampel Pavilion. I tre anni al college sono quelli che lo definiranno come uomo e come atleta, nel ’95 verrà nominato “USA Basketball’s Male Athlete of the Year” e nel suo ultimo a UConn gli verrà conferito il premio di “Big East Player of the Year”. Ha imparato a parlare con i compagni, a fidarsi di loro, a farsi trovare e a cercare, dentro e fuori dal campo. Osserva gli angoli e sceglie quali occupare per lasciare spazio agli altri, attacca il ferro con la forza di chi si affida al lavoro e non solo al talento, valuta le situazioni e cerca le soluzioni in playmaking o prendendosi la responsabilità della conclusione, i 1922 punti che lascerà in eredità agli analisti e agli storici del College Basketball lo testimoniano ad imperitura memoria. Ciò che invece descrive senza tema di smentita il percorso interiore che ha compiuto è la nomina, nel 2001 di Capitano Onorario del team composto dai 25 migliori atleti del secolo che abbiano mai vestito una maglia degli Huskies. Il capitano è colui che raccoglie le esigenze dei compagni e li difende dagli attacchi esterni, incarna lo spirito della propria squadra e ne diventa simbolo universalmente riconoscibile. Non uno di passaggio, non l’ultimo arrivato che parla poco e strano, ma è colui che resta nella memoria collettiva.
La NBA non è più un’eventualità sussurrata, ma è l’approdo naturale e con la quinta scelta assoluta al draft 1996, i Minnesota Timberwolves sono ben felici di metterlo al fianco di Kevin Garnett e di costruire la storia di un team che non ne ha ancora una. O almeno così sembra, perché in realtà viene scambiato immediatamente per Stephon Marbury da Coney Island, New York City, e si ritrova in verde viola a Milwaukee.
La vita è una partita a dadi tra dèi bizzosi e pigri, che non trovano altro piacere se non quello di mischiare i percorsi degli esseri umani, piccoli e finiti, che si arrovellano cercando il senso di ciò che capita loro. Ma guardando i fatti a distanza di tempo, più che risposte la sola cosa che rimane è un quadro astratto dai colori bellissimi, e più che goderci i singoli spazi, rimaniamo estasiati dalla bellezza complessiva. Nella realtà un bulletto da Rucker Park e scampato a Rikers Island per un altro tiro di dadi, gli cambia il percorso e Ray, per merito di un brooklynese di adozione secco come un chiodo che risponde al nome di Shelton Jackson Lee detto Spike, di professione uno-dei-migliori-registi-della-storia-del-cinema, diventa proprio il simbolo di Coney Island e di tutti i ragazzi che vengono attirati dalle lusinghe di procuratori e pescecani a vario titolo, che li convincono a sedare il desiderio di istruzione per diventare professionisti nel mondo dello sport, senza passare dal college. Lui che da bambino non viene riconosciuto in nessun contesto, nel 1998 diventa nientemeno che Gesù, il più famoso di tutti. Almeno quello del basket su pellicola, Jesus Shuttlesworth, protagonista di “He got game”.
L’anno da rookie coi Bucks è buono, ma la squadra sembra proprio una delle basi militari nelle quali è cresciuto. Scambi continui di giocatori che transitano per pochissimo, a volte senza nemmeno disfare le valigie e senza ossatura, con poche e mal assortite idee di gioco. A Ray Allen non resta che fare silenzio tutto intorno e consolidare la sua routine che lo porta a essere segnalato come uno dei realizzatori più prolifici, capace di soluzioni dalla media e da tre che rendono meno scottanti le proverbiali castagne sul fuoco da togliere ogni sera. Così non si va da nessuna parte, figuriamoci alla post-season, e la dirigenza in un rigurgito di orgoglio e dopo aver fatto consolidare l’esperienza in duo Ray Allen-Glenn Robinson, decide di chiamare anche Sam Cassell (e chi altri se no?) per dare al nuovo coach George Karl il modo di lavorare egregiamente. Si va ai playoffs. Si ritorna a casa. Schiantati al primo turno 3-0 dai Pacers. Sarà per l’anno prossimo.
Si va ai playoffs. Si ritorna a casa. Schiantati al primo turno dai Pacers, si, ma stavolta in cinque gare. Sarà per l’anno prossimo. Si va ai playoffs certo, si passa il primo turno contro Orlando, certo, il secondo contro gli Hornets certo, ma che fatica fino a gara 7, si va in finale certo, ma contro quell’Allen Iverson non ci puoi giocare (diciamo che contro AI non ci puoi giocare mai) si torna a casa certo. Sarà per l’anno prossimo. Stavolta no. Non per i Bucks che tra infortuni e continui litigi che riducono lo spogliatoio come la maglia di Ron Artest a Detroit, implodono e l’unica destinazione possibile è la “città smeraldo” e del caffè, Seattle, in cambio di Gary Payton e Desmond Mason.

Il primo anno a Seattle è da rivedere, non tanto per le sue prestazioni, ma proprio per tutto il contesto che deve crescere introno a lui e dargli la possibilità di portarli lontano.
La stagione 2004-05 è da rivedere, nel senso che andrebbe vista e rivista, per le sue prestazioni individuali, tra le migliori dell’intera carriera e se non fosse per gli Spurs che prenderanno le misure per anello e gonfalone, avrebbe giocato le Finals. I due anni successivi, invece, sono da rivedere per evitare di ripetere qualunque cosa sia stata fatta. Si ritrovano senza nulla di buono se non il fatto di aspirare ad avere scelte al draft, essendo tra le squadre peggio piazzate in classifica. A questo punto il progetto della franchigia di ringiovanire il roster non coincide con le esigenze di un campione che ambisce al titolo, e di comune accordo si aspetta il passaggio degli avannotti per pescare Glen Davis e cederlo insieme a lui a Boston in cambio di Delonte West, Wally Szczerbiak e Jeff Green.
I Celtics lo accolgono mettendogli a guardia del castello Pierce e Garnett, col comitato di benvenuto organizzato da Doc Rivers che prevede una stagione fatta di costruzione ossessiva della mentalità vincente e di lavoro alla luce di un faro che detta l’unica direzione possibile, quella per la quale sono tutti lì. E stavolta i Big Three sono Big per davvero. La stagione regolare è vinta dominando quasi dappertutto e fin qui pochi dubbi, la post-season mette sale sulla coda di Ray che riceve un battesimo celtico fatto di due gare 7 contro Atlanta e Cleveland, salvo rispondere presente nella serie contro Detroit e andare alle Finali contro la nemesi di Boston e il loro “completino viola e giallo oro” che si intona col colorito di Duffy Duck. L’epilogo non è scritto per niente, perché quando gioca Kobe Bryant non c’è nulla di scritto, tranne il fatto che proverà a vincere anche a costo della sua stessa vita. Ma i Celtics hanno tenuto acceso un riflettore solo, notte e giorno, sul campo d’allenamento, quello che segna il posto ideale dal quale calare lo stendardo che recita diciassettesimo titolo. La mentalità che Rivers ha fatto diventare corredo genetico della squadra non dice solo che “io vinco solo se vinciamo tutti insieme”, ma “io esisto in quanto esistiamo come collettivo”. Un organismo che prende fiato alla profondità del respiro di chi è in campo e di chi subentra dalla panchina, che suona al ritmo del battito cardiaco dei suoi leader che sanno perfettamente quando alzare la frequenza e quando placarla, sanno quando essere al centro e quando guardare lo spazio nell’angolo e occuparlo per il bene di tutti. Né Kobe, né Gasol, né Odom possono nulla contro una squadra che sente di essere tanto legata da diventare invulnerabile. 4-2. Giù lo stendardo sotto la luce del faro.
Il Back-To-Back sarebbe anche alla loro portata, e Allen ce la mette tutta per non far rimpiangere troppo in attacco l’assenza di KG ai playoffs, ma non si va oltre il secondo turno contro i Magic. La lezione serve a tutto il gruppo, e nonostante le sue prestazioni individuali non facciano numericamente la differenza in positivo, si trova la maniera per ricompattarsi e si ritorna a giocarsi il titolo tenendo fuori dalla porta le energie negative che la stampa lancia come ombre scure sulle dinamiche precarie che regolano lo spogliatoio. La storia degli dèi capricciosi che lanciano i dadi scherzando deve essere vera, perché nel momento più delicato umanamente tocca affrontare di nuovo la squadra comandata da uno che di umano sembra avere sempre meno. Ray Allen si concentra sulla fase difensiva del suo gioco che a tratti diventa ossessiva come la sua maniera di concepire l’impegno professionale, staccherà il voucher per accreditarsi come uno dei cinque migliori difensori Celtics di sempre ai playoffs. Si arriva a gara 7 e servirebbe Bill Russell per avere concrete chance di non perderla, ma Bryant non è Chamberlain e il trofeo intitolato al primo commissioner viene imbarcato sul primo volo per Los Angeles.
La stagione 2010-11 si preannuncia come quella del riscatto, ma sono solo mirabolanti parole da siti specializzati che raccolgono amplificandole le dichiarazioni di intenti dei diretti interessati. La verità risiede nelle dinamiche di corrispondenza tra Ray, che disputerà una delle migliori regular season superando anche il record di triple di Reggie Miller, e il resto della squadra. Rajon Rondo gioca apertamente con l’intento di farlo cacciare via e per Garnett i veri Big Three sono lui, Pierce e Sam Cassell, i quali gli fanno eco sommessamente cercando di mantenere la facciata solida. I playoffs sono la vera cartina di tornasole e nonostante il 4-0 ai Knicks (sempre dalla parte sbagliata della storia) gli Heat sono troppo tutto per loro e si finisce per raccogliere i cocci senza la volontà di ricomporre il vaso.
Da free agent di lusso rimane sul greto del fiume ad aspettare che il cadavere di Boston scivoli mestamente verso la foce, firma per gli odiati Miami Heat di LeBron James e gioca 79 partite da sesto uomo, esordendo con 19 punti proprio nella vittoria contro Pierce e i suoi, accompagnando con lo sguardo il succitato cadavere. Nel turno contro Milwaukee firma il record ogni epoca per triple segnate ai playoffs, con buona pace ancora una volta di Reggie Miller che commenta entusiastico come il più navigato dei politici in campagna elettorale.
Ogni storia sportiva ha sempre la possibilità di trasformarsi in una incompiuta clamorosa, basta perdere per un secondo la lucidità mentale e forzare il minimo gesto, basta un refolo, il battito d’ali di una farfalla. Gara 6 delle Finals, dall’altra parte del destino c’è l’organizzazione migliore di sempre che abbia anche vinto in NBA, gli Spurs di Gregg Popovich e di una manica di grandi uomini che abbiano anche vinto, eccome, in NBA.
19.3 secondi alla fine del quarto periodo, il ventunenne Kawhi Leonard imperscrutabile come il più navigato dei Tim Duncan, che cerca da lontano di infondergliene ancora di quel fluido gelato che gli scorre nel sistema cardiocircolatorio, ha a disposizione due tiri liberi per chiuderla. 94-92 San Antonio. Primo colpo di Leonard, primo ferro. 94-92. Secondo colpo Leonard, dentro. 95-92. Si torna di là, LeBron chiede e ottiene una palla che nelle sue mani non ha altro senso che quello di andare a cercare la tripla del pareggio. Respiro, rilascio, ferro. Chris Bosh prende il rimbalzo avendo in mente l’idea cristallina di guardare nell’angolo. La zona d’ombra dove solo uno specialista ossessivo può sapere come posizionarsi senza che nessuno lo segua, abbassando la frequenza dei battiti e mantenendo la lucidità per sentire solo il campo sotto i suoi piedi. Bosh sa che lui è lì, e sa che se non lui, nessun altro, nonostante l’1 su 5 dal campo e l’1 su 3 da tre fino a quel momento. Ray Allen riceve, rotazione difensiva quasi perfetta, ma lui riesce a fare un passo indietro e un altro mezzo per raccogliere i piedi e non acciaccare nessuna linea del campo, porta a sé la palla trasferendole il giro giusto che dopo il rilascio, perfetto come può essere solo quello di Candy Man e di Jesus Shuttlesworth, scuote il nylon intrecciato. 95-95 a 5.2” dalla fine. Overtime e vittoria Heat. La serie l’hanno vinta lì, annichilendo la calma serafica degli Spurs. L’unico che aveva capito tutto, come sempre prima degli altri, è T-Mac che durante i liberi di Kawhi abbracciava nervosamente e a testa bassa per non guardare, i compagni che pensavano di andare a casa 19.3” dopo. The Big Sleep is always awake.
È campione NBA per la seconda volta e sa che ha sempre avuto ragione, puntando sul lavoro fatto di gesti ripetuti ed ossessivi, di concentrazione al limite dell’estraniamento. Isolarsi volontariamente è una scelta, essere emarginato una condizione imposta dagli altri, sui campetti delle basi militari come nello spogliatoio dei Boston Celtics. In entrambi i casi a fare la differenza è stata la visione periferica che ha colto stando in un angolo, guardando avanti, con le spalle al muro. Sentendo il limite di uno spazio da gestire affinché non si trasformasse in ombra, in incubo.
Dopo quella stagione ne è passata un’altra, e poi due anni fatti di allenamenti in attesa che a qualcuno potesse servire uno specialista. E se il telefono non squilla, si può sempre rimanere in un angolo a osservare per capire come stare al mondo e quali novità riserverà il futuro del gioco che ami.
Cinque tiri per ogni posizione. Cinque tiri liberi. I colpi tirati a velocità da match. Ripetere il set.

