Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiSemenya, vittoria parziale alla Corte europea: violato il diritto al giusto processo

Semenya, vittoria parziale alla Corte europea: violato il diritto al giusto processo

di Carmen Apadula

Quando Caster Semenya cominciò a vincere, iniziarono anche i problemi. Elisa Cusma, un’italiana, disse senza vergogna che era un maschio.

La due volte campionessa olimpica ha però ottenuto una vittoria parziale presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sua battaglia legale durata 7 anni contro le regole di idoneità sessuale imposte dall’atletica leggera.

La Grande Camera della Corte, composta da 17 giudici, ha stabilito con 15 voti favorevoli e 2 contrari che la Semenya è stata privata del diritto a un equo processo da parte della Corte Suprema svizzera, che aveva respinto il suo ricorso contro una decisione del Tribunale Arbitrale dello Sport (CAS) favorevole a World Athletics.

Tuttavia, la Corte di Strasburgo non si è espressa sulla presunta discriminazione subita da Semenya nei tribunali svizzeri, suscitando il dissenso di 4 giudici che hanno contestato parzialmente la decisione della maggioranza.

Il caso sarà ora riesaminato dal Tribunale federale svizzero di Losanna, in un contesto in cui molti sport stanno valutando o rivedendo le proprie norme sull’eleggibilità nelle competizioni femminili.

Semenya ha celebrato la sentenza pubblicando una foto dall’aula di tribunale sui social, accompagnata dal simbolico gesto dei tre pugni alzati, rappresentazione della sua lotta per la giustizia.

La causa ruotava attorno alla possibilità per atlete con determinate condizioni mediche (tra cui cromosomi tipicamente maschili e livelli naturalmente elevati di testosterone) di competere liberamente nelle gare femminili. World Athletics ha introdotto nel 2018 regolamenti che obbligano queste atlete a ridurre i propri livelli ormonali per poter partecipare a eventi internazionali.

In alcuni casi, si ricorre ancora ai cosiddetti processi di “sex verification”, cioè verifica dell’effettivo genere di appartenenza. Le modalità sono cambiate negli anni, nei contesti e a seconda delle discipline sportive, ma possono andare dalla semplice consegna di certificati medici all’esame dei genitali, passando per test ormonali e cromosomici. Nella storia lo si è praticato a tutti quegli atleti sospettati di non essere quello che dichiaravano, ed è ritenuta da molti una pratica invasiva, irrispettosa e poco etica. Eclatante, a riguardo, fu proprio il caso di Semenya che, dopo la sua vittoria nei Campionati mondiali del 2009, è stata obbligata a sottoporsi a un test ormonale, dal quale è emersa la sua condizione di intersessualità.

La Corte europea ha riconosciuto a Semenya un risarcimento di 80.000 euro (circa 94.000 dollari) da parte dello Stato svizzero per le spese legali. Tuttavia, la sentenza non invalida le attuali regole di World Athletics, che hanno di fatto interrotto la carriera di Semenya negli 800 metri, disciplina in cui ha vinto due titoli olimpici e tre mondiali.

Il punto cruciale della decisione di Strasburgo è che il Tribunale federale svizzero non ha esercitato un controllo giudiziario sufficientemente rigoroso sul caso, nonostante Semenya fosse obbligata a rivolgersi al CAS, unica giurisdizione sportiva competente.

“La Corte ha ritenuto che il controllo esercitato dalla Corte Suprema Federale non fosse adeguato rispetto a tale standard” si legge nella sentenza.

Il tribunale europeo ha invece respinto altre accuse di Semenya, tra cui la discriminazione, affermando che tali questioni non rientrano nella giurisdizione della Svizzera.

World Athletics, guidata da Sebastian Coe, continua a sostenere che le sue regole garantiscono equità, ritenendo che Semenya abbia un vantaggio atletico paragonabile a quello degli uomini.

Ma è davvero così? Molto semplice. No. Non a caso, l’atleta sudafricana ha sempre difeso il proprio testosterone come un dono naturale.

Secondo alcuni le persone iperandrogine (cioè che producono già naturalmente una quantità di testosterone oltre la norma) e intersex (che fin dalla nascita mostrano caratteri sessuali primari e secondari, non univocamente riconducibili a un solo genere) possiedono un vantaggio eccessivo nei confronti delle donne assegnate come tali alla nascita, ovvero cisgender. 

Eppure, i livelli di emoglobina sono solitamente più alti negli uomini, il che consente un maggiore scambio di ossigeno a livello muscolare , e questo conferisce maggiore resistenza. Ma i livelli di emoglobina seguono il testosterone. Entro poche settimane dall’inizio della soppressione del testosterone, i livelli dell’ormone rientreranno nelle norme femminili, e dopo un po’ di tempo (3/4 mesi dopo) sarà così anche per l’emoglobina. 

Dunque, anche se la forza fisica si basasse solo sui livelli di testosterone, il discorso non avrebbe più senso. Considerando che invece nemmeno è così, si tratta di una polemica che non ha più senso di esistere. Anche perché ci stiamo dimenticando che ci sono varie sindromi tipicamente femminili (es. ovaio policistico) che comportano la presenza di livelli più alti di testosterone nel sangue. 

Il vero problema, quindi, è rappresentato da chi vorrebbe astrarre il discorso dalle semplici caratteristiche medico-biologiche e ne fa un discorso sociale. 

World Athletics né il CAS hanno commentato immediatamente la sentenza. Il Comitato Olimpico Internazionale, non direttamente coinvolto, si è astenuto dal rilasciare dichiarazioni. 

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