Se la chiamano “New England” un motivo ci sarà. Certo, è pur sempre una regione a nord-est degli Stati Uniti formata da sei stati: Connecticut, Maine, Massachusetts, New Hampshire, Rhode Island, Vermont. Ma i richiami alla terra originale non sono solo nel nome.
Varchi i cancelli della Connecticut University, a Storrs, e il perché lo cogli immediatamente. A colpire infatti sono soprattutto le strutture in mattoni rossi, e quei tetti neri con le capriate che fanno molto “Billy Elliott”. Solo le ampie vetrate stonano un po’, ma basta buttare un occhio al Wilbur Cross Building per pensare “Ah, ecco, ci siamo”.
Poi ti trovi di fronte Jonathan. Che non è il solito studente messo lì per magnificare la vita al campus, ma è la statua dell’husky che nel 1933 fu scelto come mascotte tramite sondaggio tra gli studenti. Il nome derivava da Jonathan Trumbull, nato nello Connecticut, per la precisione a Lebanon, e governatore dello Stato a cavallo della Rivoluzione Americana.
Il primo Jonathan (il canide, non il politico) ebbe purtroppo un triste fato: fu infatti investito da un’auto a soli sei mesi, nel 1934. Da allora tutte le mascotte di UConn portano il medesimo nome, compreso l’ultimo, Jonathan XV, e di esse dal 1970 si prende cura la confraternita mista Alpha Phi Omega.
A vegliare sulle sorti dell’ateneo sono proprio tutti i Jonathan di ieri e di oggi. E ad occhio e croce di recente lo stanno facendo con particolare attenzione, se è vero che gli Huskies della palla a spicchi hanno vissuto un periodo certamente florido nell’ultimo quindicennio.
Basti pensare, per dirne una, che in centoventicinque anni di storia Connecticut ha vinto due titoli prima del 2011 (1999 e 2004) e il doppio dopo (2011 stesso, 2014, 2023, 2024). E sembra non aver intenzione di fermarsi.
Dei sei, i primi tre portano una firma unica. Jim Calhoun da Braintree (Massachusetts, quindi sempre New England) è stato l’uomo che ha condotto UConn a livelli prima solo sfiorati. A cominciare dalla prima Final Four 1999, condita come accennato dalla conquista immediata della March Madness.
Il processo di avvicinamento era stato comunque lungo, visto che il coach laureato in sociologia era entrato in carica nel 1986. Prima di quel favoloso ’99, infatti, la compagine biancoblù era arrivata alle Elite Eight per ben tre volte (1995, 1998, 1999), mentre in precedenza proprio la fase a otto era stata il massimo traguardo, toccato una sola volta nel 1964.
Va da sé, dunque, che la storia di Connecticut possa essere divisa un “prima di Jim Calhoun” e un “dopo Jim Calhoun”. Che per giunta è proseguito ben oltre la gestione del coach, terminata nel 2012, forse anche a causa dei numerosi problemi di salute che lo avevano colpito.
Dopo l’ex-assistente Kevin Ollie (a Storrs dal 1991 al 1995), che vinse il titolo nel 2014, a prendere le redini della squadra è stato Dan Hurley. Il quale è sì nato e cresciuto in New Jersey, ma prima di approdare a UConn nel 2018 aveva allenato a Rhode Island, e quindi sempre New England.
Insomma, alla fin fine a Storrs quando si sceglie il coach si cerca sempre qualcuno che conosca il posto. Non una cattiva politica, specie se accade come nel 2024, quando la seconda vittoria di fila al Torneo NCAA significò che nel nuovo millennio Connecticut era una delle due sole squadre ad ottenuto un back-to-back.
L’altra è stata Florida (2006 e 2007), regina in pectore della March Madness e candidata forte a ripetersi anche nel 2026. Verosimilmente desiderosi di vendetta dopo essere stati eliminati proprio dai Gators al secondo turno l’anno passato, gli Huskies per questa stagione hanno quindi allestito una squadra assai competitiva.
Uomo di punta sarà Solomon “Solo” Ball. Nel 2024 era un freshman con minutaggio significativo, ma già dall’anno passato è invece salito notevolmente di colpi in termini di responsabilità offensive.
In uscita dai blocchi è una sentenza, ma anche palla in mano sa farsi valere, specie con un arresto-e-tiro compatto che ormai in pochi possono vantare. Al momento non sembra nei radar NBA, ma in quest’ultimo biennio a Storrs, le cose potrebbero chiaramente cambiare.
Suo compagno nel back court è Silas Demary Jr., un concentrato i soli 1.93 cm di zero paura di andare in penetrazione contro fisici più grossi e pesanti di lui. Tutt’altro che egoista, sa creare dal palleggio ed ha una buona manualità con la palla.
A dare il cambio ad entrambi è la variabile impazzita che risponde al nome di Malachi Smith. Un folle folletto di 1.85 dai movimenti quasi nevrotici, ma con una precisione balistica surreale e sprezzo del pericolo se possibile in area ancor più rilevante rispetto al summenzionato Demary, di cui condivide lo status di trasfer (da Dayton, mentre il compagno viene da Georgia).
Jaylin Stewart è invece un due metri con buona propensione al canestro. La sua ampia falcata lo rende una pericolosa opzione in contropiede, anche se in realtà predilige soprattutto scoccare un preciso tiro da fuori a difesa schierata.
Proseguendo, è impossibile non menzionare l’ala Jayden Ross, che mescola altezza, velocità, resistenza ai contatti, tiro da fuori, atletismo. Non ruba particolarmente l’occhio, piuttosto fa molte cose in maniera adeguata e sembra sempre cercare di scegliere per il meglio a seconda del momento della partita.
Alex Karaban è invece un lungo capace di mettere palla per terra. Figlio di immigrati ucraini e bielorussi, il suo apporto è cruciale per i tagli senza sfera, in quanto funge da ala forte tattica che allarga lo spettro dell’azione, e di conseguenza le maglie della difesa avversaria, rivelandosi poi scorer affidabile una volta che viene servito.
Karaban è il co-capitano insieme a Tarris Reed, transfer del 2024 da Michigan. Si tratta di un 2.11 senza troppo tonnellaggio, ma in grado di muoversi con intelligenza nel pitturato per fornire ai compagni che penetrano un’opzione concreta per un comodo appoggio a canestro.
Il suo alter ego è invece il tedesco Eric Reibe. Nativo di Hannover, il promettente diciannovenne teutonico si segnala per la mobilità, la fisicità e il suo senso del canestro in post basso.
Alla fine della fiera, dunque, Connecticut non sembra avere tra le sue fila talenti generazionali capaci di vincere da soli partite e tornei. Ciò che la rende un’avversaria virtualmente ostica, tuttavia, è il mix di armi a propria disposizione a seconda del momentum sul parquet, ovvero la principale caratteristica che è stata propria anche delle squadre del patriarca Calhoun.
Con queste premesse, dunque, è legittimo attendersi gli Huskies ancora sulle tracce della March Madness. Gli avversari sono avvisati: lo spirito di Jonathan veglia ancora su Storrs.

