È difficile, per chi scrive, raccontare il ruolo che Franco Montorro ha avuto nella comunicazione della pallacanestro senza farsi prendere dalla malinconia. Sì, perché se è vero, come sosteneva un professore universitario di chi scrive, che l’obiettività in realtà non esiste perché tutti dobbiamo partire necessariamente da un punto di vista, ecco che facciamo molta fatica a essere obiettivi su quello che, per noi, è stato un misto tra il Virgilio dantesco e Lorenz, mentre ci addentravamo nel mondo fino ad allora sconosciuto della palla a spicchi.
Ricordiamo piacevolmente i pomeriggi passati ad ascoltare “Basket Time”, trasmissione dell’allora Radio Nettuno, quando insieme al collega Roberto Martini spiegava, raccontava e commentava i fatti della pallacanestro italiana sempre in maniera lucida, con toni pacati ma allo stesso tempo decisi, mai alzati né per critiche né per lodi. Proprio questo equilibrio di Franco Montorro abbiamo apprezzato immediatamente, alla radio così come sul Superbasket che allora dirigeva, fatto di editoriali chiari e onesti, ironici nel sottolineare le pecche del nostro movimento cestistico e mai ruffiani nell’evidenziare viceversa ciò che funzionava. Non esitiamo ad aggiungere che le sue analisi sono state per chi scrive un percorso da seguire, una sorta di cammino del giornalista virtuoso, pur se nel nostro caso si tratta di livello puramente dilettantistico, ora come ora e in attesa di rivedere cosa rivelerà il futuro.
Per la Cantelli Editore ha diretto negli periodo a cavallo tra il nuovo e il vecchio millennio, oltre al già citato Superbasket il fratello American Superbasket,“Il Sole 24 Ore Sport”, “Giganti del Basket”, “Hurrà Juventus” e “Calcio Gold”, oltre a essere stato a so tempo caporedattore del Guerin Sportivo e di Autosprint. Una ragguardevole competenza in più settori, e davanti alla quale ci verrebbe da parafrasare Mourinho affermando che chi sa solo di basket, non sa niente di basket. Montorro invece ne ha sempre saputo, e non a caso è stato chiamato a dirigere due società come Rieti prima e Lucca poi, oggi purtroppo entrambe fagocitate da quel sistema cestistico italiano che anno dopo anno, ogni anno, fa acqua da tutte le parti perdendo iscritte e non riesce a trovare un sistema per tamponare le falle.
Il contributo di Franco Montorro alla comunicazione della palla a spicchi, in un periodo in cui l’interesse andava scemando dopo i fasti degli anni Ottanta e Novanta, non sono comunque offuscate da questi due ultimi incidenti di percorso, come detto insiti nella nostra pallacanestro e dunque di fatto indipendenti dall’impegno profuso dal singolo. Anche se l’avvento dell’era digitale ha ulteriormente complicato le cose Montorro è stato, senza alcun dubbio è stato l’ideale proseguimento della strada tracciata da Aldo Giordani, perché Superbasket, sotto la sua direzione, ha mantenuto quell’impostazione di giornalismo-cane da guardia nei confronti della nostra pallacanestro voluta in principio dal fondatore. Un giornalismo, permetteteci la chiosa nostalgica, che manca sempre di più.
Penne a canestro: Franco Montorro
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