Parto con una premessa: ho un diploma d’attore. Per Otto Infinito, ultima opera teatrale di Federico Buffa incentrata sulla vita e sulla carriera di Kobe Bryant, avevo enormi aspettative. Non sono rimasto deluso. Nella serata del Teatro Olimpico, l’ex telecronista di Sky mette in scena un’opera teatrale che rende perfettamente omaggio alla leggenda dei Los Angeles Lakers.
Si parte da un interrogativo: Best Laker Ever? Forse sì, forse no. Del resto, con tre campionati NBA vinti sino a quel momento le considerazioni su chi ha reso grande la franchigia gialloviola prima di lui si sprecano. Prima di Bryant ci sono stati giocatori che hanno scritto pagine indelebili della storia della squadra e della lega. Proprio per questo la domanda non è solo provocatoria: è il punto di partenza perfetto per entrare nella psicologia di un atleta che ha costruito la propria carriera sull’ossessione per la grandezza.
Eppure, quella domanda giunge nel momento in cui la carriera di Kobe è a un bivio: essere il Best Laker Ever senza se e senza ma o un perdente di successo. Troppo grande la ferita delle NBA Finals del 2008, perse a gara 6 contro i Boston Celtics 131-92. Troppo rumorose le voci di chi vede Kobe come un giocatore incapace di vincere da solo. Una sconfitta che non è soltanto sportiva, ma anche narrativa: il simbolo di tutte le critiche rivolte a Bryant in quel periodo. Per molti osservatori Kobe resta un giocatore straordinario, ma incapace di vincere senza un contesto dominante attorno a sé. Le voci sono rumorose, le accuse pesanti: talento immenso, ma ego smisurato; leader feroce, ma incapace di costruire davvero una squadra.
Per rispondere all’interrogativo, Buffa compie un largo excursus mettendo al centro non solo Kobe ma anche le figure centrali della sua vita. Lo fa in un modo grandiosamente coinvolgente, con uno stile tutto suo. Buffa racconta questi passaggi con un registro ormai inconfondibile ed irreplicabile. Non è una semplice narrazione biografica: è un mosaico di voci, aneddoti e momenti teatrali in cui ogni personaggio sembra prendere vita sul palco. Il racconto scivola continuamente tra ironia e dramma, leggerezza e tensione emotiva, proprio come accade nelle grandi storie sportive. Vi assicuro che tenere il palco per due ore, ricordandosi ogni singola inflessione di ogni singolo personaggio, facendo ridere ma anche e soprattutto emozionare è roba per pochissimi eletti.





