Celtics Breakdown: Where is D?

di Salvatore Caligiuri

Celtics Breakdown: Where is D?

I Boston Celtics hanno iniziato la loro stagione NBA con molte aspettative a carico. La squadra di coach Brad Stevens non è partita benissimo dal punto di vista dei risultati, considerato che il record è di tre vittorie e tre sconfitte.

vs Brooklyn 122 -117 ( Thomas 25 pts, Bradley 9 reb, Thomas 9 ast)

@Bulls 99-105 (Thomas 25 pti, Horford 7 reb, Bradley 5 ast)

@Hornets 104-98 (Bradley 31 pti, Bradley 11 reb, Thomas 7 ast)

vs Bulls 107-100 (Johnson 23 pti, Johnson 6 reb Thomas 10 ast)

@Cavaliers 122-128 (Thomas 30 pti, Bradley 10 reb, Thomas 6 ast)

vs Nuggets 107-123 (Thomas 30 pti, Bradley 11 reb, Bradley 6 ast)

Temi tattici

Cominciamo ad analizzare le cose viste in queste prime partite: in attacco la squadra gira abbastanza bene soprattutto grazie all’innesto di Al Horford il quale si è subito inserito bene negli schemi di Stevens. Da segnalare anche la crescita di Avery Bradley (carrer high da 31 punti con 8/11 da 3 nella partita contro gli  Hornets) che insieme ad Isaiah Thomas forma un backcourt completo in tutti gli aspetti del gioco.

Oltre ad incidere nella metà campo offensiva, essendo diventato un attaccante completo anche dal punto di vista del playmaking, Bradley è uno dei migliori esterni in fase difensiva essendo in grado di marcare più posizioni.

Importante notare come Stevens voglia far giocare tanto small ball (rischiando un po’ a rimbalzo), soprattutto dopo l’infortunio di Horford (che mercoledì dovrebbe tornare in campo). Amir Johnson viene spesso schierato da 5 e Jae Crowder o Jaylen Brown da stretch-four.

Proprio grazie a questo sistema di gioco, i Celtics sono riusciti a strappare un’importante vittoria con i Chicago Bulls, grazie ad una prova balistica eccezionale di Amir Johnson (4/4 da 3 punti, 9/11 dal campo).

Into a nightmare: la difesa

Se nella metà campo offensiva, la franchigia del Massachusetts sta viaggiando su buoni ritmi, lo stesso non si può certo dire della difesa, 23esima della lega per punti concessi agli avversari.

Soprattutto le ultime due partite, contro Cleveland Cavaliers e Denver Nuggets, mettono in luce una squadra che manca di intensità ed agonismo, elementi fondamentali che lo scorso anno avevano portato i Celtics ad essere una delle franchigie meglio classificate sotto questo aspetto. La partita con la squadra del Colorado è lo specchio del momento attuale di Boston: atteggiamento molle e rinunciatario visto per la verità anche in altre partite ma mascherato grazie alle qualità dei singoli.

Un piccolo alibi potrebbe essere trovata nelle assenze di Crowder (alle prese con una distorsione alla caviglia) e di Horford (commozione celebrale), giocatori cardine per la difesa dei bianco-verdi che hanno obbligato l’allenatore a schierare nel quintetto iniziale Brown e  Zeller, quest’ultimo spesso distratto e poco efficace per quanto riguarda la protezione del ferro. Anche Marcus Smart e gli altri elementi della second unit non sono riusciti a mettere la giusta intensità sul parquet, pagando a caro prezzo i troppi alti e bassi all’interno della stessa partita.

Note positive: cresce Brown

Nel momento altalenante della franchigia della Beantown, uno dei pochi a mostrare segnali quasi del tutto positivi è il rookie Jaylen Brown. Con l’infortunio di Crowder, coach Stevens ha deciso di schierare titolare il prodotto di California da titolare, lasciando in mano al numero #7 la pesante eredità di Crowder. Nella gara contro i Cavs, Brown si è distinto per una prova egregia, con 16 punti messi a referto, il tutto marcato da un certo LeBron James.

Il gioco di Brown è basato su un’atletismo esagerato per un ragazzo di vent’anni, unito a una buona capacità di attaccare in uno contro uno e ad un’etica del lavoro eccezionale, che lo sta portando a rapidi miglioramenti al tiro. I Boston Celtics si ritrovano per le mani un ragazzo che è uscito dal college con la fama di essere un ottimo difensore ed un grande atleta, voglioso di crescere anche nelle scelte offensive.

 

 

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