Quando nella vita di tutti i giorni ci troviamo di fronte ad un bivio in cui i nostri pensieri e le nostre esperienze si trovano in conflitto, inneschiamo inconsciamente un complesso meccanismo mentale di salvaguardia del nostro io. Per non mettere in discussione le fondamenta del nostro essere alimentiamo una visione parziale e soggettiva della realtà che ci auto-rafforza e ci sostiene. E’ ciò che in psicologia viene chiamata dissonanza cognitiva, ed è sostanzialmente il motivo per cui quando prendiamo un 2 di picche da un figone spaziale di 1.80 poi diciamo a noi stessi, e magari anche agli amici, che in fondo lei non fosse tutto quel granchè. E’ Lo stesso motivo per cui, quando si parla di Clippers, molti parlando delle loro sconfitte fanno sempre e comunque riferimento alla sfortuna.
Se per gli esseri umani può essere un escamotage mentale possibilmente da evitare, per quelli che hanno subito l’ennesimo infortunio stronca stagione proprio a cavallo del primo turno di post-season può trattarsi di un processo tutto sommato comprensibile.
E dire che quest’anno la nuova parte chic di LA, in attesa che i Lakers si riprendano onori e oneri, aveva dato finalmente segni di poter sognare in grande. Il 14-2 con cui gli uomini di Rivers avevano approcciato la stagione li aveva messi di diritto nella lista delle pretendenti al titolo, o perlomeno nella categoria delle antagoniste principali degli “imbattibili” Warriors.
Poi, vuoi qualche imprevisto vuoi la rapida ascesa dei soliti noti (San Antonio e Houston, in particolare), gli angelini si erano attestati come da qualche anno a questa parte sul 60% abbondante di vittorie, chiudendo la RS con una striscia di 7 successi consecutivi (11 nelle ultime 13).
Nonostante la sconfitta in Gara1 coi Jazz, l’infortunio di Gobert aveva accesso nei tifosi Clippers un barlume di speranza e LA aveva girato la serie a suo favore. ‘FInalmente ci siamo! Finalmente tocca a noi!’ Non esattamente.
Gara3. Griffin si invola come di consueto in contropiede. Cambio di mano, ingresso indisturbato in area e volo per il layup al ferro. 2 facili. Atterraggio. Smorfia di dolore. L’avversario più vicino a due metri. Il piccolo salto ordinaria amministrazione per uno che un tempo volava sopra le macchine.
Time-out. Cazzotto alla sedia. Spogliatoi.
E’ un infortunio di quelli brutti. Quelli che ti fai da solo sono i peggiori. Senti qualcosa saltare dentro di te. Passi ore a chiederti come diavolo tu abbia fatto. I Clippers vedranno il passato riproporsi. L’ennesimo Deja Vu cestistico ripresentarsi. Porteranno la serie alla settima, ma cederanno. Giù il sipario.
? 2014. Durante la serie coi Warriors, non ancora tali, vengono diffuse le dichiarazioni razziste dell’allora proprietario Donald Sterling. LA riesce comunque ad avanzare e a vincere la prima coi Thunder di Westbrook e Durant. Nella decisiva Gara5, coi Clippers che raggiungono anche il +15, succede di tutto. Sopra di 4 con 30 secondi da giocare Crawford si avventura in area avversaria e propizia il contropiede di Durant. Paul sul possesso successivo perde il pallone e sul ribaltamento fa fallo su una tripla senza senso di Westbrook. In quei pochi discussi secondi si deciderà la serie.
?2015. Dopo aver condannato gli Spurs al primo round con quel buzzer beater in Gara7 in faccia a Tim Duncan, Paul è costretto a riposare nelle prime due gare contro Houston. LA va comunque sopra 3-1 nella serie e in Gara6 arriva a +19 a fine terzo quarto. Poi il buio. Ricordo le triple di Josh Smith come fosse oggi. I Clippers perderanno di 12. Di 13 in Gara 7.
?2016. 2-0 facile coi Blazers. Poi Paul e Griffin abbandonano i compagni per due infortuni prima di Gara3. Portland ne vincerà 4 di fila.
Quando si parla di Basket, ma anche della quotidianità sui generis, avere un pensiero dicotomico – o bianco o nero – non è mai una buona soluzione.
Le sfumature sono ciò che ci distingue. Ciò che ci rende unici. Ciò che ci permette di dire che se i Clippers non hanno ancora vinto una beneamata ceppa non è da attribuire unicamente alla dea bendata.
Nei 4 anni di gestione Rivers, sono state 134 partite le partite complessive che il duo Paul-Griffin non ha potuto giocare. Il ruolino recita 48-31 senza Griffin e 24-23 senza Paul. Nelle striscia di sei vittorie consecutive di metà stagione, Griffin Paul e Redick ne hanno giocate 5. In tre.
LA è stata una squadra anche senza le sue stelle. Lo confermano le 50 o più vittorie per 5 stagioni consecutive. Lo conferma come a lunghi tratti sia stata una Top5 Offense e/o una Top5 Defense.
Il fatto è che ciò non è bastato. Gli infortuni forse ci hanno privato della possibilità di poterli vedere effettivamente sui nastri di partenza alla resa dei conti, ma l’impressione è che non siano mai stati davvero competitivi ad altissimi livelli. E che non lo sarebbero stati nemmeno in questa stagione (Ve la butto lì: i Clippers non vincono contro Golden State da 10 partite).
La colpa? Forse di nessuno. Forse della gestione manageriale di Doc Rivers.
Quando i Clippers hanno scelto di tenere Jordan ad esempio, arrivando perfino a requisirlo fisicamente durante la querelle coi Mavs, hanno fatto una scelta condizionante.
Per quanto potessero essere costretti dalle circostanze a non perderlo a costo zero, si sono affidati tecnicamente e managerialmente ad un giocatore che fa della fisicità il suo punto di forza ma è sostanzialmente ai limiti della monodimensionalità (se non fosse per i lob di CP3…).
Proprio alla soglia di una svolta epocale nella pallacanestro d’oltreoceano.
Proprio nel momento in cui essere un giocatore efficiente sui due lati del campo pare diventato requisito praticamente indispensabile e giocare con due quasi 7 piedi equivale ad un vero e proprio sucidio tattico (soprattutto se uno dei due tira i liberi con il 40%).
Se si parla di Salary, dare tutti quei soldi al piccolo Rivers, che ha dimostrato di poter stare in questa lega ma se non fosse per il padre forse ora sarebbe ad allenare in qualche high school chissadove, non è la stata la mossa più scellerata del mondo essendo il suo pluriennale in linea con il costo futuro di un sesto uomo-tipo. Tenere Jordan invece, e a quelle cifre, ha significato dover fare delle scelte a livello manageriale, arrivando a costruire volente o nolente intorno ai tuoi “BIg3” una squadra compatibile con le tue stelle ma non abbastanza adeguata a reggere il ritmo continuativo dei 7-8 mesi di stagione.
I Clippers in questa stagione avevano il secondo monte salari della lega:
114 milioni complessivi, dietro solo ai Cavaliers, e si sono comunque ritrovati in una gara 7 di Playoff a schierare per buona parte della gara un quintetto con Raymond Felton, Austin Rivers, Jamal Crawford, Paul Pierce e Mo Speights. A schierare in quintetto per un numero considerevole di partite l’onestissimo Mbah a Moute, che per quanto possa essere utile difensivamente ha un Offensive Rating di 62.8 (si, avete letto bene).
Non puoi pensare di poter competere così, scimmiottando in maniera grottesca i Cavs. Anche perchè CP3 non ha la capacità di tirare fuori il meglio dai singoli che ha il tizio col 23. Anche perché negli ultimi anni hai avuto un rapporto col Draft da far sembrare Ranma Saotome e l’acqua amici per la pelle. Trey Thompkins, Travis Leslie, Reggie Bullock, C.J. Wilcox, Brice Johnson e Diamond Stone. Che purtroppo per loro non sono nè i componenti di una BoyBand e nè di una BabyGang.
Bando alle ciance. Siamo a un turning point. Hai dimostrato di essere una squadra discreta ma non abbastanza da arrivare in fondo, di avere due stelle di primissimo livello ma non abbastanza sane fisicamente e determinanti da portarti fino al gran ballo. Ora quelle due stelle hanno la possibilità di esplorare il mercato, e anche il tuo miglior role player, JJ Redick, a 32 anni compiuti, ha un biglietto pronto per una destinazione a sua scelta in cui guadagnare gli ultimi soldoni e provare a vincere qualcosa.
Paul ha la possibilità, grazie alla Over38 rule che lui stesso da presidente dell’Asso giocatori ha contribuito a modificare, di prendere a LA un quinquennale da 207 milioni. Griffin uno da 150 e spiccioli. Tanta roba anche per uno come Ballmer. Se Paul sembra essere deciso a restare, a prescindere dalle 207 buone ragioni appena citate, il nodo sembra essere sostanzialmente Griffin.
Parliamo di un giocatore che si è evoluto in maniera spaventosa dal Day1 di ingresso in questa lega. Da saltare sopra le auto ed essere considerato uno che viveva e moriva col proprio atletismo, Blake è diventato uno dei lunghi più versatili che esistano sul globo terracqueo.
Ha allargato il range, triplicando la sua produttività dal perimetro. Ha consolidato il jumper dalla media, sempre esteticamente rivedibile ma pur discretamente efficace. E’ diventato semi-enciclopedico in Post, ed è uno degli ultimi rimasti a far leva su tale tipologia di gioco. Dulcis in fundo ha sviluppato doti da passatore fuori dal comune per un giocatore della sua stazza.
Ho appena descritto il prototipo perfetto del 5 del futuro. Ma ho 3 domande da farvi:
? Pensate possa funzionare l’accoppiata con Jordan?
? Vale la pena committarsi per altri 5 anni con lui vista la sua fragilità?
? Chi può battere i Warriors?
Ecco. Se vi siete dati le mie stesse risposte adesso starete pensando a chi potrebbe prendersi DeAndre (nessuno, sorry) o a chi potrebbe farsi carico di Griffin senza che i Clippers lo perdano “a zero”. Molti meno di quanti possiate pensare, ve l’assicuro.
Nel caso in cui non si decidesse per il settimo anno del trio delle meraviglie, l’ideale sarebbe una sign&trade per fare tutti felici, ma le regole del CBA impedirebbero una eventuale trade già a Luglio. La cosa migliore per LA sarebbe convincerlo a non uscire dal contratto e scambiarlo a stagione in corso, ma non vedo grossi margini di trattativa col giocatore da quel punto di vista.
Mio personalissimo penny?
Resta CP3, a cifre irreali. Resta Griffin, a cifre altrettanto irreali, nella speranza che non si trasformi in uno Stoud 2.0, da fenomeno a contrattone albatros in men che non si dica.
Ci saluta Redick, pronto per un pluriennale da 15+ in qualche franchigia ambiziosa. Perderlo sarà un colpo durissimo per LA, ma la fila per guadagnarsi il posto nello spot #2 in quella squadra e accanto a CP3 potrebbe essere lunghissima.
L’NBA purtroppo non fa sconti. Non ci sono premi morali. Non ci sono premi di consolazione. Se non vinci non sei nessuno. Tante, tantissime squadre splendide, (Sacto, i JailBlazers, Chicago) sono morte sotto i colpi delle recenti dinastie Spurs, Lakers, Heat. E a quel punto cominci a chiederti se valga la pena provarci. Se puoi correre il rischio della mediocrità. E a che prezzo.Di certo c’è che i Clippers sono nati con CP3 e probabilmente moriranno con lui. Nonostante i suoi Hornets, di cui non scorderò mai la stagione 2007/2008, e questa versione della ex LA dei poveri, siano le uniche due squadre del nuovo millennio a non aver mai avuto il piacere di vedere da vicino una finale di conference.
PS: Ok. Vado di pancia. Ho cercato di trattenermi. Di non entrare troppo nell’ambito. Di parlare di basket il più possibile e non di cabala. Ma questi quando han ceduto la loro prima scelta a Cleveland, e quella scelta aveva il 2,8% di diventare una First, l’han vista tramutarsi in Kyrie Irving. Cosa gli vuoi dire? COSA.GLI.VUOI.DIRE? Non devono vincere. Sono la versione cestistica di Willy il Coyote. Perché il basket possa andare avanti loro devono fare la parte dei perdenti. E il mondo avrà sempre il suo dannato equilibrio.
And One

