I mastini di Dallas

di Luigi Ercolani

“Cross the line” in lingua inglese ha un significato ben preciso. Sta, ma è intuitivo, per “passare il segno, oltrepassare il limite”. Parlando di football, però, potrebbe anche assumere anche altro significato.

Incontrare la linea”, nella fattispecie, che sia quella difensiva e quella offensiva.

L’opinione comune, in questo senso, indica quella d’attacco dei Dallas Cowboys sopra tutte. Non senza ragione, pare.

Sigla. 

 

Avanti tutta

Nei suoi momenti migliori (cioè quasi sempre) allo snap fa partire il pallone come un siluro, nell’azione è dura e ingorga gli spazi, contiene i blitz e permette così a Dak Prescott di avere il tempo per eseguire il gioco chiamato.

Che spesso, nelle mille soluzioni che propone il football pro, porta al servizio per il commilitone Ezekiel Elliot. Strana coppia, nata dalla necessità, che finora ha lasciato il segno.

Una linea che fa il suo, dunque, e anche se negli occhi degli spettatori rimangono le corse degli offensive back, le o i lanci del qb, sono queste cose a fare la differenza nel football.

Come Dez Bryant, d’altronde. Ventinovenne il prossimo novembre, il prodotto di Oklahoma State si è rimesso a lucido dopo un paio di stagioni opache.

Offensivamente Dallas ha tutto quello che si potrebbe desiderare. Sarà da valutare l’assenza per le prime sei partite (sempre che rimangano tali, viste le misure a dir poco draconiane adottate in questo caso dalla NFL) per lo stesso Elliott.

Anche la difesa, tuttavia, non è un fattore da sottovalutare, al di là della… ehm… irrequietezza dei propri defensive back, non proprio irreprensibili nei mesi di sosta.

Il trio di linebacker Lee-Hitchens-Wilson uno dei migliori della lega in quanto a reattività e lettura del gioco, e non va dimenticato che Smith da tutti era considerato il migliore delle ultime generazioni prima di frantumarsi il ginocchio, e che se riuscirà a recuperare almeno un po’ sarà un grosso valore aggiunto. 

E quando si aprono varchi nella difesa, in ogni caso, Heath è un velocista dalla corsa fulminante in grado di coprire bene e intelligentemente.

Bowl handling

Il punto però è un altro. Quello che ha zavorrato i Cowboys negli ultimi tempi è stata una serie di svagamenti e sbadataggini da ambo i lati del campo.

Riempito il secchio di latte e datogli accidentalmente un calcio, Dallas ha sempre trovato davanti a sé compagini più ciniche e meno propense all’errore quando la palla scotta.

Ciò non significa che i Cowboys abbiano addosso l’etichetta di squadra che toppa nel momento decisivo, etichetta che ovviamente chi assegna si affretta a togliere sempre quando il destinatario raggiunge traguardi importanti.

Vuol dire, banalmente, che queste stesse disattenzioni dovranno essere ridotte al minimo indispensabile per andare avanti nel torneo e non dover tornare a casa con le pive nel sacco.

Come accade, giova ricordarlo, dal 1996, e nel frattempo Dallas ha visto alzare il trofeo a rivali come Steelers, Giants e 49ers, e arrivare in finale gli Eagles.

Onestamente troppo, per la principale rappresentante di uno stato, il Texas, che una delle culle della civiltà footbalistica.

Urge rimediare, ASAP, ed essere più cattivi, più mastini. Magari già nel 2018.

 

 

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