L’NBA Europe che ci apprestiamo a vivere non nasce dall’oggi al domani. Costruire una lega europea partendo da un grande marchio americano non è una novità assoluta. Prima della NBA, ci aveva provato la NFL.
E la storia della NFL Europe, aperta nel 1991 e chiusa nel 2007 dopo quasi due decenni di attività, rappresenta oggi un precedente dal quale la NBA può imparare tanto. Soprattutto dagli errori. Il progetto NBA Europe nasce infatti in un contesto completamente diverso. NBA e FIBA stanno lavorando alla creazione di una nuova competizione professionistica europea, con l’ipotesi di una lega a 16 squadre e un sistema che dovrebbe combinare posti permanenti e qualificazione attraverso i campionati nazionali. Un modello che, almeno nelle intenzioni, cerca di inserirsi nell’ecosistema cestistico esistente invece di costruirne uno completamente separato.
Ed è proprio questa la prima lezione della NFL Europe: non basta esportare un modello americano per ottenere automaticamente un prodotto europeo. Ma quali sono le lezioni che il nuovo progetto cestistico può trarre dall’esperimento della lega presieduta da Roger Goodell?
Il problema dell’identità
La NFL Europe era fortemente legata alla funzione di sviluppo della NFL. Numerosi giocatori statunitensi arrivavano in Europa con l’obiettivo di accumulare esperienza e provare a conquistare un posto nella lega americana. Il progetto aveva quindi una funzione strategica per la NFL, ma faticava a trasformarsi in un business autonomo e sostenibile. NBA Europe dovrà evitare di diventare una semplice vetrina per i giovani americani.
I giocatori americani potevano trasferirsi in Europa, giocare con continuità e accumulare esperienza prima di tentare il salto nella NFL. Alcuni percorsi individuali furono importanti: Kurt Warner, quarterback ex Amsterdam Admirals e vincitore del Superbowl con i San Louis Rams e Jake Delhomme, ex quarterback dei New Orleans Saints ma anche degli Admirals e dei Frankfurt Galaxy, per esempio, passarono dalla lega europea prima di arrivare a giocare il Super Bowl.
Questo modello aveva una logica per la NFL. Se un quarterback, un offensive lineman o un altro giovane giocatore aveva bisogno di giocare partite vere invece di trascorrere l’estate esclusivamente ad allenarsi, l’Europa offriva un contesto competitivo. Ma il problema era proprio questo: il valore prodotto dalla lega non coincideva necessariamente con il valore economico generato dalla lega stessa. Nel 2016 Rich McKay, allora a capo del Competition Committee della NFL, spiegò che la lega aveva avuto un impatto positivo soprattutto su alcuni linemen e sull’arbitraggio, ma che era stata molto costosa. La NFL aveva quindi preferito aumentare il numero di giocatori nei practice squad e sviluppare direttamente i propri atleti piuttosto che mantenere una lega di sviluppo separata.
Il basket europeo possiede già una propria identità, una propria scuola tecnica e soprattutto una storia di club e rivalità che non può essere ignorata. Una squadra di Roma, Parigi o Milano non può essere percepita come una versione europea di una franchigia NBA. Deve rimanere una squadra appartenente alla propria città. Il Real Madrid non può e non deve diventare la squadra B degli Oklahoma City Thunder per dire. È qui che entra in gioco anche l’esperienza delle franchigie più radicate della NFL Europe. Il Frankfurt Galaxy, la squadra più vincente di sempre dell’NFL Europe, riuscì a costruire un seguito significativo proprio attraverso una forte identificazione territoriale. La lezione è semplice: il pubblico non si affeziona soltanto al livello della competizione, ma alla storia che quella competizione riesce a raccontare.
Non basta scegliere le città più grandi
Il progetto NBA-FIBA guarda inevitabilmente ai principali mercati europei: Londra, Parigi, Madrid, Barcellona, Milano, Roma, Monaco, Berlino, Atene e Istanbul sono tra le città considerate. Ma una mappa non è ancora una lega. La NFL Europe, soprattutto nella sua fase finale, finì per concentrarsi fortemente sul mercato tedesco. Nel 2007 cinque delle 6 squadre partecipanti erano tedesche: I Frankfurt Galaxy, gli Hamburg Sea Devils, i Rhein Fire, i Cologne Centurions e i Berlin Thunder. Il fenomeno dimostrava quanto fosse difficile mantenere una presenza realmente continentale e quanto fosse importante individuare mercati nei quali esistesse una domanda concreta.
C’è poi il problema della geografia. La World League era nata con un’impostazione più ampia, comprendendo squadre americane ed europee. Dopo la pausa del 1993-94, il progetto tornò nel 1995 come lega esclusivamente europea a 6 squadre. Ma nel corso degli anni la concentrazione geografica aumentò progressivamente. Questo aveva una logica: era uno dei mercati europei nei quali il football americano aveva costruito una base di pubblico particolarmente consistente. Ma allo stesso tempo mostrava un limite evidente: una competizione che si presenta come europea non può dipendere quasi completamente da un solo Paese.
NBA Europe dovrà evitare lo stesso problema. Il progetto attuale considera un gruppo molto più ampio di mercati: Regno Unito, Francia, Spagna, Italia, Germania, Grecia e Turchia, con città come Londra, Manchester, Parigi, Lione, Madrid, Barcellona, Roma, Milano, Monaco, Berlino, Atene e Istanbul tra quelle individuate. Il modello ipotizzato prevede 16 squadre: 12 posti permanenti e quattro accessibili attraverso qualificazione.
Ma anche qui esiste un rischio. Distribuire 16 squadre su una cartina non significa creare 16 mercati.
NBA Europe dovrà quindi trovare un equilibrio tra dimensione commerciale e radicamento sportivo. Non sarà sufficiente chiedersi quale sia la città più grande o quale mercato offra maggiori possibilità economiche. Bisognerà capire dove esista una cultura cestistica capace di sostenere una squadra durante tutta la stagione. E almeno su questo, NBA Europe sembra avere le idee chiare.
Il vantaggio che il basket possiede già
La differenza più importante rispetto alla NFL è però evidente: il basket europeo non parte da zero. Esistono società con decenni di storia, palazzetti pieni, settori giovanili, rivalità consolidate e tifoserie che seguono già competizioni internazionali. La nuova lega potrà quindi utilizzare un patrimonio che la NFL Europe non aveva a disposizione nella stessa misura.
Il sistema di qualificazione legato ai campionati nazionali va letto anche in questa prospettiva. Se una squadra può conquistare l’accesso alla nuova competizione attraverso i risultati ottenuti sul campo, NBA Europe può diventare parte di un sistema più ampio anziché rappresentare un universo parallelo. La presenza di club già esistenti potrebbe inoltre accelerare la costruzione delle identità necessarie al nuovo campionato. Società come l’Olimpia Milano, il Real Madrid, l’Olympiakos o il Barcellona non devono inventarsi da zero una storia da raccontare: quella storia esiste già.
NBA Europe dovrà quindi trovare un equilibrio tra dimensione commerciale e radicamento sportivo. Non sarà sufficiente chiedersi quale sia la città più grande o quale mercato offra maggiori possibilità economiche. Bisognerà capire dove esista una cultura cestistica capace di sostenere una squadra durante tutta la stagione. E l’Europa ha tutto il necessario: fame, storia e infrastrutture.
Il palazzetto non è soltanto il luogo della partita
Un’altra lezione arriva direttamente dalla sostenibilità economica della NFL Europe. La lega riuscì in alcune fasi a raggiungere numeri di pubblico importanti, ma questo non fu sufficiente a garantire un modello economicamente autosufficiente. Il problema, quindi, non è semplicemente riempire un’arena. Il caso del Frankfurt Galaxy è particolarmente interessante. La squadra riuscì a diventare una delle realtà più riconoscibili della NFL Europe e costruì un rapporto significativo con il pubblico locale. La finale del World Bowl XV, disputata a Francoforte nel 2007, portò più di 48.000 spettatori allo stadio.
La lezione non è semplicemente che servono stadi pieni. È un’altra: una lega internazionale può funzionare quando la squadra smette di essere percepita come un prodotto importato e diventa parte della cultura sportiva locale. Questo è probabilmente uno degli aspetti che NBA Europe dovrebbe studiare con maggiore attenzione. Una eventuale squadra NBA Europe di Roma non dovrebbe limitarsi ad avere Roma scritto sulla maglia. Dovrebbe avere un rapporto con la città, con le società di basket, con le scuole, con i settori giovanili, con le università, con le associazioni sportive e con il territorio.
Lo stesso dovrebbe accadere a Milano, Londra, Parigi o Berlino. Il marchio NBA può portare attenzione iniziale. Non può garantire appartenenza. NBA Europe dovrà trasformare il palazzetto in un centro di produzione di valore: biglietteria, hospitality, sponsorizzazioni, merchandising, ristorazione ed eventi possono diventare componenti fondamentali di un modello che non dipenda esclusivamente dai diritti televisivi. Anche per questo l’infrastruttura sarà decisiva. Un’arena moderna, facilmente raggiungibile e utilizzabile durante tutta la settimana può diventare una parte integrante dell’identità della squadra, non soltanto il luogo nel quale si disputano le partite. A Milano c’è l’Unipol Dome. A Belino l’Uber Arena ha risposto benissimo alla FIBA Women’s World Cup. Londra dispone dell’O2 Arena, già teatro delle ATP Finals. Teatri molto funzionali allo scopo. Ma che senza pubblico restano cattedrali nel deserto.
La differenza tra una lega e un ecosistema
La storia della NFL Europe contiene una seconda lezione ancora più interessante. Quando nel 2007 la NFL decise di chiudere NFL Europa, spiegò che avrebbe spostato il proprio investimento internazionale verso una strategia basata sulla distribuzione globale del prodotto NFL e sulle partite di regular season giocate fuori dagli Stati Uniti. La differenza è enorme. Invece di creare una competizione europea composta da squadre europee, la NFL ha progressivamente portato la NFL stessa nei mercati internazionali.
L’International Series è diventata il principale strumento di espansione: Londra, Monaco, Francoforte, Madrid e altre città hanno ospitato partite ufficiali della NFL. La stessa lega indica oggi decine di regular-season games disputati fuori dagli Stati Uniti. E il modello ha una logica molto semplice: se il tifoso europeo vuole vedere la NFL, dagli la NFL. Questo permette alla lega americana di mantenere intatto il valore del proprio prodotto principale. Il risultato sono le partite che l’NFL giocano solo in Europa (Londra, Parigi, Monaco di Baviera e Madrid per questa stagione) ma anche nel resto del Mondo come Melbourne, Rio de Janeiro e Città del Messico.
NBA Europe non può però copiare integralmente questa strategia. La NBA ha già una presenza internazionale fortissima e continua a portare partite ufficiali in Europa. Nel triennio 2026-28 sono previste sei partite di regular season a Berlino, Londra, Manchester e Parigi. Ma una lega europea può aggiungere qualcosa che una partita NBA giocata a Londra non può offrire: una stagione intera, una classifica, una rivalità, una trasferta, un campionato da seguire per mesi.
La questione è quindi capire come far convivere i due prodotti. Non portare l’America in Europa, ma costruire un’Europa più forte Alla fine, la lezione più importante della NFL Europe potrebbe essere proprio questa. Il marchio americano, da solo, non crea una lega europea. NBA Europe avrà a disposizione una forza commerciale e organizzativa straordinaria, ma dovrà inserirla dentro una realtà che esiste già. Il basket europeo ha una propria cultura, una propria storia e un proprio pubblico. Per questo il successo del progetto dipenderà probabilmente dalla capacità di trovare un equilibrio: utilizzare ciò che l’NBA sa fare meglio senza cancellare ciò che il basket europeo ha costruito in decenni.
La sfida, quindi, non sarà semplicemente portare l’NBA in Europa. Sarà capire quanto dell’America serva davvero per costruire la nuova Europa del basket.






