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Basket femminile, 4 chiacchiere con coach Francesco Dragonetto

di Carmen Apadula

Coach Francesco Dragonetto, 40 anni e campano DOC, è stato il soli 49 giorni l’artefice in panchina della salvezza per la OMEPS Battipaglia, la squadra campana ha infatti saputo conservare il proprio posto in LBF Serie A1 con i play-out e con 3 vittorie negli ultimi due mesi di campionato. Quando tutto sembrava ormai deciso.

Il coach, che dal prossimo anno allenerà a Fiorenzuola e si dedicherà ancora al settore giovanile, ci ha raccontato del suo 2023-24 così particolare e della sua carriera da allenatore di basket femminile. E non solo!

Come sei diventato allenatore?

Praticamente subito. Ho iniziato al Basket Mugnano e subito mi sono appassionato a seguire gli allenatori, poi sono passato all’arbitraggio., per 5 anni dai 14 ai 19 e quindi ho iniziato i corsi da allenatore“.

Tornando indietro, punteresti ancora a fare l’arbitro, magari a livelli più alti?

Ero bravo, mi sono fermato per un episodio di cui purtroppo fu parte anche la Federazione campana del tempo. Subii un’aggressione durante una partita di Serie D, e ci fu poca secondo me protezione nei mei confronti da parte di FIP Campania. Il giorno dopo decisi di dare le dimissioni. Com’è oggi la situazione con gli arbitri? Ci li lamenta sempre tanto ma il livello non è così basso, e l’ho vissuto anche in questi mesi a Battipaglia, io ho trovato arbitri preparati e anche disponibili al dialogo. Noi allenatori dobbiamo avere più capacità di parlare con gli arbitri (…) io in questa stagione ho commesso ad esempio un errore in questo senso, dopo la partita contro Ragusa non ho tenuto un atteggiamento corretto nei loro confronti e verso le giocatrici, e mi è sfuggita una frase sbagliata. E invece serve sempre un atteggiamento maturo. Ed è una cosa che succede a tutti i livelli, prendiamo gara 3 tra Bologna e Milano (le finali LBA 2024, ndr), con una squalifica e un deferimento per atteggiamenti non consoni. Non è la giusta rappresentazione, non discuto Messina e Banchi, ma quando succedono cose del genere alla vista di tutti, si capisce che gli arbitri vanno piuttosto aiutati. E invece un arbitro noi lo massacriamo, ma se sbaglia un allenatore o un giocatore, non è la stessa cosa“.

Facci un recap della tua stagione a Battipaglia.

“E’ stata abbastanza corta, 49 giorni vissuti come un riscatto su ciò che avevo passato nei mesi precedenti (…) Battipaglia avrebbe potuto essere ancora più difficile e invece grazie soprattutto alle giocatrici è stata un’esperienza bellissima. Non facile, perché tutti mi dicevano che ero un pazzo e che non ci saremmo mai salvate. Questi 49 giorni per me sono stati soprattutto passione. Anche se ci sono stati problemi tecnici e che potrebbero emergere tra poco… Fondamentali sono state le giocatrici, hanno cambiato 5 allenatori e si sono messe a disposizione da subito, dalla prima partita a Campobasso che abbiamo rischiato di vincere dopo che ero arrivato da due giorni. Lì ho capito di avere una squadra molto propensa a ascoltare, le giocatrici italiane mi hanno dato una grande mano, Giovanna Smorto su tutte. Questo ci ha aiutato a vincere le partite e a salvarci contro Milano, siamo stati molto bravi, le straniere come le italiane”.

La giocatrice che ha aiutato di più a raggiungere l’obiettivo salvezza?

“Non parlo di singole, tutte hanno dato una mano comprese le giovanili che si sono rese disponibili per gli allenamenti. Posso dire che aver allenato Paola Ferrari, che ha giocato in Eurolega, è stato straordinario come lo scorso anno lo era stato con Robyn Parks, da assistente a Campobasso. Robyn quest’anno mi ha regalato la sua maglia di Schio, una reliquia”.

OMEPS Battipaglia

Quali sono i problemi da risolvere nel basket femminile?

I rapporti umani sono diversi, bisogna entrare nella loro testa a livello umano altrimenti farai fatica con i risultati. Quest’anno mi sono stupito di me stesso, non ho mai dato i numeri in allenamento se non in un’occasione. Ma avevamo perso di 60 punti a Schio e il giorno dopo, quando ho visto una faccia ‘storta’ sono esploso, sono volati i palloni in palestra. Ho sbroccato (ride, ndr) ma è stato anche un segnale e la settimana dopo abbiamo vinto contro Ragusa ai supplementari. Una svolta, merito delle giocatrici“.

Oltre all’umanità, quali sono le regole che un buon allenatore deve seguire?

Non paga il fatto di fare allenamenti duri, di tre ore come faresti con le squadre maschili. Le squadre femminili apprendono le cose con più semplicità (…) se le giocatrici sono propense a ascoltare, in poco tempo capiscono che cosa vuoi da loro. A Battipaglia ho proposto alle mie giocatrici cose che coi maschi non avrei mai potuto inserire ad esempio, ci abbiamo provato e ci siamo riuscito. A Campobasso lo scorso anno con l’Under 17 potevo preparare per il giorno prima una cosa fa fare in partita e loro riuscivano a farla senza problemi, avere una squadra intelligente oltre che forte tecnicamente ti aiuta“.

Qual è il metodo più giusto per approcciarsi al settore giovanile? Cosa cambia rispetto alle prime squadre?

Non bisogna fare settore giovanile per vincere gli scudetti. Lo vediamo con le nazionali giovanili, vinciamo partite e tornei e poi una volta professioniste, le altre ci massacrano. Non è un problema di preparazione o insegnamento ma a livello senior le altre squadre ci massacrano a livello fisico. Prepararsi tanto anche a livello fisico, coi preparatori, quella è la strada. Io ho avuto tante giocatrici che preparate così, oggi giocano ancora in Serie A1 e Serie A2. Poi, se i campionati arrivano, meglio ovviamente. A Campobasso con l’Under 15 ad esempio abbiamo fatto la finale a sorpresa, battendo anche la Reyer Venezia, avevamo in squadra Francesca Baldassarre che penso proprio vedremo non lontano da qui l’anno prossimo, tra l’altro“.

La tua esperienza da allenatore che ricordi con più piacere?

Sono due. Quella alla Stella Azzurra a Roma, io seguivo la femminile ma ho visto tanti talenti uscire, Matteo Spagnolo, Giampaolo Ricci, ancora prima Andrea Bargnani. Tutti giocatori già pronti a livello fisico, visto come si lavora lì. Poi in Sicilia a Torrenova, una terra bellissima in cui vorrei tornare, era un paesino di 4mila abitanti con una voglia pazzesca di basket, il palazzetto sempre pieno la domenica. Grazie a Maurizio Bartocci che mi ha voluto lì e da quale io ‘rubo’ sempre, lì come a Napoli tanti anni fa. Lui mi ha insegnato tanto sul ruolo dell’assistente allenatore, così come mi rifaccio tanto a Vincenzo Di Meglio. E’ stato un modello per me a Campobasso, da applicare qui a Battipaglia“.

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