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Analisi NBA: alle porte del 2020 la NBA è veramente un malato immaginario?

di Antonio

 Scritto da Dreik & Jokke di NBA Sandbox Podcast.

Ammonta a 24 miliardi di dollari il contratto stipulato nel 2016 tra la NBA e le due principali emittenti televisive nazionali statunitensi, ovvero TNT ed ESPN. La durata è di nove anni e stiamo parlando di tre volte il valore annuo del precedente contratto. Sono bei soldi ma, improvvisamente, a rovinare la scena, è subentrata nel corso di quest’anno la notizia del preoccupante calo di audience delle partite. Parliamo di un roboante -20% sulle TV nazionali, TNT, ESPN ed NBA TV.

Di chiacchiere ne sono state fatte, spesso in modo impulsivo ed affrettato. Parlare di crisi del sistema NBA è un’assurdità, cominciare a ripensare a come preservare per l’ennesima volta il suo valore intrinseco non lo è affatto. Vedete, la lega che tanto amiamo è sempre stata quella più all’avanguardia, tra i campionati professionistici mondiali, in termini di innovazione finanziaria e commerciale. A livello reddituale, il più grande obiettivo perseguito negli anni è stato senza dubbio la diversificazione degli introiti, riuscendo a distribuire più o meno equamente le fonti di ricavo tra diritti televisivi, merchandising, vendita di biglietti e altri minori. Oggi infatti il sopracitato contratto televisivo pesa circa il 33% del fatturato annuo della lega. Una fonte di reddito sicuramente vitale ma non esclusiva.

Massimizzazione del format

A livello di immagine e marketing, la NBA è stata la prima lega a massimizzare il proprio format, trasformando per esempio l’All-Star Game in un weekend di tre giorni e vestendo i propri atleti dei panni di vere e proprie superstar globali. Non meno importante è lo sviluppo geografico inseguito senza sosta anno dopo anno. Le partite oggi vengono trasmesse in ogni continente e se negli anni ‘70 i roster erano composti fondamentalmente da atleti americani, oggi un quarto dei giocatori attivi proviene da nazioni fuori dai confini statunitensi.

nba norme anti-tampering

Adam Silver, commissioner NBA.

Il prodotto NBA funziona ed è più in forma che mai. Il fatturato nell’ultimo decennio è duplicato toccando gli 8.1 miliardi di dollari della scorsa stagione e questo grazie alla capacità della lega di autoalimentare la propria grandezza grazie agli importanti investimenti fatti in marketing ed infrastrutture. Il fatto che abbia mantenuto nel tempo questa grandezza non è infatti da sottovalutare. Per avere un prodotto di successo non è necessario curarne solo la qualità, è forse più importante saperlo vendere ed enfatizzare. E nella NBA sono veramente bravi a fare entrambe le cose.                                      In un quadro tanto bello però la notizia del calo di ascolti televisivi deve essere ponderata ma non ignorata. Così come un’ombra che si allunga al calar del giorno, questo segnale va tenuto in considerazione. Le ragioni di questo famoso -20% di ascolti secondo molti sono piuttosto chiare e si possono riassumere con: il crescente numero di infortuni, il fenomeno del load management, la perdita di interesse della Eastern Conference dopo il passaggio di LeBron James a LA e ovviamente la deflagrazione improvvisa del fenomeno Golden State Warriors. Ancora una volta la lega si trova di fronte alla necessità di rinnovare e ritoccare la propria essenza, per cavalcare i cambiamenti globali e mantenere il proprio valore.

Ma è davvero una situazione così semplice? Le ragioni sono davvero da cercare in infortuni e calendari poco favorevoli? Si, ma fino ad un certo punto, e le partite di Natale ne sono una perfetta esemplificazione.

Analisi NBA: le gare di Natale come esemplificazione

Tre partite che nascondono un microcosmo di quello che sta succedendo nella lega. La prima, tra Boston e Toronto, è andata esattamente come ci si aspettava. Partita a senso unico fin dall’inizio complici le pesanti assenze in casa Raptors. Inizio del Natale non dei migliori per loro, e ancor meno per gli spettatori, che si sono ritrovati davanti degli sprazzi di partita difficili da digerire.

La seconda partita del giorno, alle 21.00 italiane, era il primo vero Heavyweight match della serata. Da una parte la squadra più in forma della lega, guidata da un Giannis Antetokounmpo in condizione strepitosa, dall’altra gli up and coming Sixers. In particolare, nelle ultime settimane Embiid era stato criticato, prendendo Giannis come esempio della superstar che dovrebbe essere. I presupposti per una partita spettacolare c’erano quindi tutti. Il risultato è stata una roboante sconfitta dei Bucks, mai davvero in partita. Phila ha chiuso il primo tempo sopra di 21, e a fine partita aveva tirato con quasi il 50% da 3, i Bucks con meno del 40.

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LeBron James contro Kawhi Leonard.

 

Glissando sull’eroica prestazione casalinga degli Warriors contro un reticente e raddoppiato Harden, arriviamo quindi al piatto forte della nottata: Clippers in casa dei Lakers, PG e Kawhi contro LeBron e AD. In questo caso, la partita non ha deluso le aspettative. Un basket giocato su buoni ritmi, con le stelle a farla da padroni insieme a delle difese di altissimo livello. Uno spettacolo ben diverso dai blowouts di inizio serata. Ma cosa c’entra tutto questo con la salute della lega?
Le partite di natale sono la vetrina invernale del meglio che la NBA ha da offrire. Per questo in genere la partita principale è il rematch delle Finals dell’anno precedente, oppure una partita tra grandi novità della stagione, come in questo caso.

Dimenticandosi dei poveri Raptors, che non possono essere incolpati per gli schiaffi presi sul palcoscenico nazionale, le due partite di cartello hanno da subito messo una grandissima enfasi sul tiro da 3, come d’altronde è nel loro DNA. Lakers e Clippers hanno invece mostrato un basket molto più tradizionale, dove i Clippers in particolare hanno mostrato un maggiore equilibrio in termini di conclusioni (solo 25 su 85 i tiri da 3).

Mentre è molto divertente vedere due squadre giocare ad alti ritmi tirando tutto il possibile, raramente accade che entrambe le squadre siano in giornata. Molto più probabile invece che una delle due abbia una giornata no e, in assenza di un piano b offensivo, naufraghi rapidamente come i Bucks davanti al panettone.

Analisi NBA: competizione e adrenalina

Questo è il vero pericolo che si ritrova di fronte l’NBA alla svolta del decennio. Sempre di più, il basket sta emigrando verso un mondo di analytics e ritmi forsennati. Mentre su carta è sicuramente uno stile di gioco che premia anche quelle che possono essere squadre meno attrezzate offensivamente, il rischio è che sempre più si assista a delle partite assolutamente a senso unico. C’è chi può preferire un basket più estremo o un gioco più moderato, ma è senza dubbio che il vero spettacolo dell’NBA sia dato dalla competizione e dall’adrenalina, quando una partita può essere decisa nell’arco di secondi o decimi di secondo.

Il nostro augurio per il nuovo decennio, è che tutto questo rimanga una componente essenziale del gioco che amiamo. A prescindere che si tiri da 2, da 3, da 4 o da 5. (Not one, not two, not three…)

Tanti auguri di buon anno dal team di NbaSandBox.

 

 

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