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James Harden: un uomo solo al comando

di Olivio Daniele Maggio

A Houston c’è ancora una volta chi si prende la scena, senza farsi abbagliare da tutti i riflettori puntati addosso. Recita in continuazione lo stesso copione regalando a pubblico e addetti ai lavori performance dai palati fini, numeri che superano la logica. Nonostante  qualche mugugno per una trama corale che non fila, le standing ovation sono doverose. Un uomo solo al comando. Signore e signori, James Harden.

The Beard è l’assoluto protagonista dei Rockets e nulla sembra poter offuscare la sua luce, nemmeno l’arrivo di Russell Westbrook, suo compagno di merende ai tempi di OKC che ora si è ritagliato il ruolo di spalla. Le speranze di approdare alle NBA Finals passano dalle prodezze individuali di James Harden, un giocatore capace di monopolizzare in maniera così radicale la fase offensiva della propria squadra.  Solista estroso già additato come uno dei migliori scorer di sempre.

James Harden: solo contro tutti

Nella stragrande maggioranza dei casi i compagni di squadra se ne stanno in disparte, al proprio posto, attendendo un eventuale chiamata in causa per intervenire; nel mentre il Barba si diletta a far impazzire il difensore di turno grazie alle sue skills. Gli isolamenti sono sostanzialmente il manifesto di quello che riesce a fare non appena varca la soglia della metà campo avversaria. O meglio, il mezzo a lui più congeniale per trovare la via del canestro. Basta vedere i numeri: 16.2 punti di media (52.2% di effective field goal percentage) in 14.5 possessi a gara.

Giochicchia col cronometro palleggiando in maniera ubriacante in modo da disorientare il proprio marcatore: decide lui quando accelerare o procedere a passo felpato e, in una frazione di secondo, esegue lo step-back che procede una letale tripla. Una sorta di signature move, potremmo definirla. Basta lasciare ad Harden una piccolissima porzione di spazio e va a segno, inesorabile.

Esegue James Harden.

Il numero 13 dei Rockets non si limita a banchettare piuttosto agevolmente sulla linea dei tre punti, visto che le incursioni nel pitturato rappresentano un’altra prelibata opzione offensiva. James Harden è il primo giocatore della franchigia texana nella graduatoria dei tiri tentati nel pitturato e il terzo in quella relativa ai tiri nella restricted area. Il piano è sempre quello di sfruttare il palleggio e crearsi lo spazio necessario per penetrare: l’azione poi si conclude con un classico layup o un floater, senza dimenticare come Harden sia abile nel procurarsi contatti che gli consentono di andare dritto dritto in lunetta.

Il pick and roll, uno dei marchi di fabbrica del basket dantoniano, resta di tanto in tanto una piccola variante del suo gioco, che gli permette di generare circa  6.5 punti di media.  Non solo, perchè grazie ad una lettura immediata della situazione e alle doti da passatore mai assopite innesca il bloccante nel cuore del pitturato scegliendo alternativamente di scaricare il pallone verso gli angoli, dove sono appostati i tiratori. Lasciare l’incombenza agli altri non è dunque un grosso problema per James Harden, che negli ultimi tempi viene raddoppiato dalle difese avversarie: avere accanto un giocatore come Russell Westbrook, devastante quando ha la strada verso l’area sguarnita, è un modo per alleggerire momentaneamente la pressione. L’ex OKC si dimostra inoltre abile a far girare la palla creando nuove soluzioni in superiorità numerica.

James Harden, nei pochi pick and roll che gioca, mostra di saper tranquillamente mettere in ritmo il bloccante.

Il contributo difensivo di James Harden

Il gigantesco effort nella metà campo offensiva consente comunque a James Harden di essere presente nel dare una mano alla propria retroguardia, nonostante non sia un vero e proprio specialista.  Nell’uno contro uno infatti si dimostra difficile da superare, in quanto riesce a mettere forza fisica nel contenere l’attaccante facendo leva sul suo footwork; e non si tira indietro quando c’è da contestare una conclusione.

Accetta gli svariati cambi previsti da D’Antoni e va a marcare l’avversario pronto ad agire spalle a canestro, ambito in cui Harden emerge per efficienza. Gli ingredienti?  Piedi ben saldi a terra, senso della posizione e tempestività negli interventi: un mix che funziona anche contro avversari di grossa stazza. L’attenzione non gli manca sulla copertura delle linee di passaggio, agevolata da mani veloci con le quali recupera il pallone.

Tempismo e prontezza.

Fin dove James Harden può spingere i suoi Houston Rockets? Innanzitutto il nativo di Los Angeles è coinvolto nella corsa al titolo di MPV, comprendete altre superstar pronte a darsi battaglia fino alla fine. La postseason sarà il palcoscenico più ostico e affascinante dove servirà una marcia in più per cercare di strappare un lieto fine: quello che dovrà fare coach Mike D’Antoni è rattoppare una difesa che finora, a volte, ha mostrato poca attenzione ed intensità, trovando inoltre un modo per assistere la propria stella nel caso in cui inciampasse in qualche serata no al tiro. Il neo arrivato Robert Covington basterà a dare una mano in tal senso? 

 

 

 

 

 

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