Come (non) direbbe qualcuno: “Make 2015 Great Again!”. Era il 1° febbraio 2015, e allo State Farm Stadium di Glandale, Arizona, andava in scena il Super Bowl conteso tra Seattle e New England.
L’incontro finì 28-24 per i Patriots. L’ultimo touchdown fu di Julian Edelman, imbeccato da un Tom Brady che in questo modo si assicurava la quarta affermazione personale.
New England ebbe la meglio contro una delle migliori difese di sempre della NFL, la leggendaria “Legion of Boom”. Una retroguardia contro cui, per segnare 28 punti, dovevi essere molto dotato.
Altrettanto affascinante, poi, il confronto in panchina. Il coach NFL più vincente di tutti, Bill Belichick, incontrava Pete Carroll, uno dei soli tre allenatori in grado di vincere sia il titolo pro che quello universitario.
Il Super Bowl che in questo febbraio si giocherà a Santa Clara, California, sarà forse meno ricco di storia e nomi, ma non per questo risulta meno affascinante. Basta solo cambiare la prospettiva.
QUI PATRIOTS
Nel rimuovere dall’incarico di coach Jerod Mayo, il proprietario Robert Kraft aveva chiarito che era sua ferma intenzione rendere in tempi rapidi New England di nuovo una squadra da titolo. E non si può dire non sia stato di parola.
Al posto dell’ex-linebacker, che ironia della sorte era nel roster che vinse il Super Bowl nel 2015, la scelta è ricaduta su Mike Vrabel. Anche lui LB con un passato ai Pats, ma con molta più esperienza in panchina rispetto al predecessore.
Uno con una preferenza per il gioco sulle corse, ma allo stesso tempo abbastanza flessibile da adattarsi agli uomini a disposizione. E, soprattutto, un “players’ coach”.
La sua capacità di instaurare legami con i propri uomini si è vista nel salto di qualità di Drake Maye. Il prodotto di UNC, al secondo anno, ha raccolto il pesante testimone di Tom Brady, dimostrandosi assai affidabile.
Sempre tranquillo, sempre in controllo, anche quando braccato dagli avversari, Maye ha fatto della precisione nel passaggio e della mobilità le sue doti migliori. Come TB12 non è tanto creativo, ma decisamente efficace.
A garantire lo spettacolo è Rhamondre Stevenson. Alla quinta stagione a Foxborough, il californiano ha costruito un’intesa sempre più affinata con il suo quarterback.
È un running back potente, compatto, rapido nel breve, tanto quanto il rookie Treveyon Henderson è invece esplosivo, con una capacità di accelerazione formidabile. Una coppia complementare, dunque, in grado di creare grattacapi in modi diversi agli avversari.
Stefon Diggs, ricevitore ex-Texans, garantisce inoltre quell’ampiezza necessaria a far sì a distanziare le maglie difensive avversarie. Finora il suo rendimento non è stato però all’altezza del clamore che ha accompagnato il suo ingaggio.
Molto meglio, invece, l’altro wide receiver Kayshon Boutte. Di lui rimangono impresse, in particolare, alcune prese a mezz’aria sui lanci mentre era marcato stretto da un avversario, segno di lucidità quando conta.
Con Hunter Henry in dubbio per il Super Bowl, infine, come tight end potrebbe partire titolare Austin Hooper. Fisicamente non è Gronkowski, ma compensa con la capacità di apparire improvvisamente lì dove un attimo prima non c’era.
New England per vincere l’anello punta sul gioco di corsa. Una scelta inconsueta, nella NFL dei lanci, ma che la conferma che il nuovo in fondo non è altro che un continuo ritorno dell’antico.
QUI SEAHAWKS
Incredibile dictu. Sam Darnold non ha ancora neanche trent’anni, eppure sembra già all’ultima spiaggia.
Colpa delle circostanze, sicuramente. Essere scelti al Draft dai New York Jets comporta quasi certamente passare stagioni non competitive, e per uno considerato da sempre un grande prospetto questo rappresenta un peso.
Però va ammesso che anche il prosieguo non è stato felice. Basti dire che nella sua carriera iniziata nel 2018, è arrivato ai playoff solo tre volte, una delle quali (a San Francisco) come riserva di Brock Purdy.
Beffa delle beffe, l’anno scorso è arrivato a giocarsi il premio della Associated Press per il Comeback Player of the Year. E lo ha… perso, in favore di Joe Burrow, un’altra promessa mancata.
Avrà sicuramente voglia di riscatto, dunque. Come la sua franchigia, che ha strappato un biglietto per la post season a tre anni dall’ultima volta.
Separatisi da Pete Carroll, i Seahawks si sono affidati all’ex-defensive coordinator dei Ravens, Mike Macdonald. Considerato una brillante mente difensiva, quest’ultimo ha voluto accanto a sé Klint Kubiak, che ha implementato un sistema di stampo “West Coast Offense”.
Nonostante sia una squadra sbilanciata sulla sua difesa ameboide, Seattle è riuscita però a costruire un sistema offensivo che bilancia corse e lanci. Dando così spazio a diversi protagonisti.
Le qualità esecutive di Darnold si rivelano ad esempio fondamentali per attivare i runnging back. Zach Charbonnet, ad esempio, è letale nella corsa in progressione sulla linea laterale, dote propria anche di Kenneth Walker, che può inoltre aggiungere ragguardevoli doti acrobatiche.
Sul lato dei wide receiver si segnala invece Jaxon Smith-Njigba. Efficace anche quando contrastato, abile nel creare separazione per poter raccogliere il pallone, il nativo di Dallas in questa stagione è il giocatore di Seattle con più yard ricevute.
Altri due potenziali target per Darnold sono l’altro WR, Cooper Kupp, ed il tight end AJ Barner. Il primo pareggia il collega di reparto in termini di smarcamento dai difensori, mentre il secondo è, lui sì, una sorta di replica di Gronkowski, anche se (ad ora) meno propenso al touchdown.
Ad una prima impressione, i Seahawks sembrano avere qualche arma in meno rispetto agli avversari del Super Bowl. Dalla loro hanno però una non trascurabile voglia di rivincita per la già menzionata sconfitta del 2015.
