Capitolo II: Larry Johnson
Le stelle cadenti non sono propriamente stelle, per definizione. Sono meteore che bruciano quando entrano in contatto con la nostra atmosfera, provocando scie luminose sorprendenti, bagliori tanto potenti quanto brevi, quasi più luminosi delle vere stelle.
Associando il concetto alla NBA è impossibile non ricordare giocatori che hanno brillato per un periodo breve ma intenso, mancando la definitiva “consacrazione”. Proprio come le stelle cadenti, ne sono passati tanti di questi talenti nella massima lega americana, ed in questa rubrica cercheremo di ricordarne alcuni, i più affascinanti (cestisticamente parlando).
Le Origini
Larry Johnson è un afroamericano del ghetto di Tyler, una cittadina del Texas. E’ alto quasi due metri, è spesso quanto Karl Malone ma salta il doppio. Proprio questa combinazione di potenza e atletismo gli permette di diventare uno dei migliori prospetti di ogni epoca del basket giovanile americano. E’ per via del suo talento fisico che si appassiona allo sport e riesce a rimanere fuori dalle insidie della strada. Nella sua città oltre il 60% della popolazione è bianca, solo il 20% è di colore (l’altro 20% è ispanica) e la discriminazione razziale è all’ordine del giorno. I “neri” sono spesso lasciati fuori dagli ambienti che contano, faticando persino a trovare un’onesta occupazione. La via più facile è delinquere. Larry cresce segnato profondamente in questo senso : ogni anno assiste alla morte o all’arresto dei suoi amici d’infanzia. Ma per fortuna per lui va diversamente. Nell’ultimo anno di liceo viene selezionato per il McDonald’s High School All-American Team, che riunisce annualmente i migliori cestisti “Under 18” d’America.
I successi universitari
L’anno dopo sceglie Odessa come college, dove trascorre due anni dominando letteralmente sul parquet. Segna oltre 22 punti a gara nel suo primo anno e quasi 30 nel suo secondo anno, vincendo nel biennio sia il titolo di Divison nazionale sia il premio come giocatore dell’anno. Ancora oggi è l’unico giocatore nella storia ad esserci riuscito. In molti diranno che già a quei tempi se si fosse dichiarato elegibile per il Draft NBA, l’avrebbero scelto di sicuro nella Lottery. Ma è Jerry Tarkanian ad attirare la sua attenzione. Il coach dell’Università di Las Vegas gli propone di giocare al fianco di giocatori del suo livello (Stacey Augmon e Greg Anthony) per vincere il primo titolo nella storia dell’ateneo. Così i Runnin’ Rebels arrivano in finale con i Blue Devils di Mike Krzyzewski : il resto è storia. Il tabellino della gara recita “103-73” che è record per maggior punti di scarto (30) in una finale NCAA e primo titolo in quella che sarà l’unica finale di sempre per UNLV. Larry stravince il duello sotto canestro con Christian Laettner e continua ad impressionare gli scout NBA che lo presenteranno come miglior prospetto giovanile l’anno seguente.
I primi anni nella NBA

Larry Johnson a Charlotte
Nel 1991, infatti, Larry Johnson conquista la prima scelta assoluta al Draft dopo aver vinto tutti i premi possibili (individuali e di squadra) al college. Approda agli Hornets, una franchigia NBA nata pochi anni prima a Charlotte, il coach è Allan Bistrow, non proprio il massimo (Charlotte fu la sua unica esperienza da allenatore), la stella è Kendall Gill, una guardia solida, ottimo difensore, con cui Larry va subito d’accordo mentre in regia c’è il legendario Muggsy Bogues, play tascabile di 1,65 da 9 assist a partita. Nel primo anno LJ sfoggia tutto il suo atletismo e la sua potenza, giocando sempre da ala forte pur essendo alto solo 198 cm. Addirittura partecipa allo Slam Dunk Contest dove in genere a “volare” sono giocatori con molti muscoli in meno. Vince il premio di rookie dell’anno segnando più di 19 punti a partita, anche se gli Hornets non raggiungono la post-season.
LJ diventa “Grand Mama” per lo spot della Converse
Dopo il grande anno da rookie arriva il primo contratto pubblicitario importante. La Converse infatti, lo paga per diventare “GrandMama” nel relativo spot, nel quale “trucco e parrucco” trasformano Larry in una nonnetta che si diverte a far tremare il canestro di casa. La storia che c’è dietro però è ancora più divertente: LJ aspettava una chiamata dalla Nike (che non è mai arrivata) e nel frattempo si faceva avanti la Converse offrendo parecchi soldi già alla firma. L’idea originale era grandiosa e prevedeva Magic e Bird (da sempre testimonial Converse) in veste di scienziati impegnati a scegliere il nome di un nuovo super-giocatore creato da loro. “ Lo chiameremo Larry” cominciava Bird, “Johnson” continuava Magic. Purtroppo l’idea fu abbandonata quando Magic si ritirò per il motivo che tutti conosciamo. Al momento del cambio di programma venne avvisato il povero LJ che, pensando ad un eventuale passo indietro dell’azienda, rispose d’istinto: “Ma come? Io con i soldi del contratto ho già comprato una casa a mamma!” e da lì nacque l’idea per lo spot definitivo.
I primi litigi con Alonzo Mourning
Nel secondo anno di LJ, Charlotte sceglie Alonzo Mourning al Draft e la squadra migliora sensibilmente : con Bogues in regia, Gill che fa la differenza in attacco e difesa, Newman e Wingate che si alternano da 3, Johnson e Mourning a dominare sotto canestro con Dell Curry “sesto uomo”, la squadra gira bene e per la prima volta nella sua storia raggiunge i Playoffs.
Johnson migliora le sue cifre arrivando a segnare oltre 22 punti a gara, conditi da più di 10 rimbalzi, meritando la convocazione in quintetto all’All Star Game del 1993 (con Thomas, Jordan, Pippen e O’Neal) : è il primo giocatore nella storia degli Hornets ad essere votato come “starter” nella partita delle stelle. La squadra perde al secondo turno contro i Knicks, ma ormai i giocatori hanno conquistato il pubblico. La dirigenza, sull’onda dell’entusiasmo, decide di proporre un mega contratto a Larry, 12 anni a 84 milioni, cifre stratosferiche per l’epoca. La cosa già infastidisce Mourning, che da lì in poi si sentirà sempre in secondo piano, fino ad arrivare alla rottura definitiva dei rapporti quando Larry entrò nello spogliatoio col suo giubbino celebrativo del premio di miglior rookie conquistato l’anno prima, dicendo a Mourning : “Se fossi così forte come dici l’avresti addosso anche tu” (Alonzo aveva da poco saputo che il premio era stato vinto da Shaquille O’Neal).
Gli infortuni cambiano il suo stile di gioco
In ogni caso, proprio all’indomani del maxi-contratto, cominciano i problemi alla schiena che torchieranno Johnson per il resto della sua carriera. Salta una ventina di partite nel suo terzo anno (così come Mourning) e la squadra non riesce a centrare la qualificazione ai Playoffs. Larry la prende sul personale e comincia a lavorare duro in palestra, non più sui muscoli, ma soprattutto sul tiro. La cronicizzazione dei suoi infortuni, infatti, gli impedisce di essere il formidabile atleta di prima, così migliora il suo jumper, estendendolo anche ai 3 punti. La stagione successiva infatti segna 81 triple (l’anno prima ne aveva messe solo 5), riuscendo a riconquistare l’All Star Game, e grazie anche a Mourning, guida i compagni a settare il miglior record di squadra nella storia degli Hornets, raggiungendo le 50 vittorie. Il Coliseum di Charlotte è il palazzo con più spettatori per gara della NBA. Purtroppo però i Playoffs durano poco, poichè la squadra perde al primo turno contro i Bulls del rientrante MJ. Proprio con quest’ultimo, Johnson, verrà scritturato per il celebre film Space Jam, nel ruolo di se stesso. E’ l’apice della sua popolarità e anche per questo Mourning chiede di essere scambiato, approdando a Miami in cambio di Glen Rice. Nella stagione successiva, quest’ultimo dimostra di essere un ottimo tiratore ma ciò non basta per colmare il vuoto lasciato da “Zo”. Infatti, nonostante LJ torni a segnare oltre i 20 punti a gara, la squadra non riesce a qualificarsi per i Playoffs. Larry decide di cambiare aria, vuole giocare per vincere.
Goodbye Charlotte, si vola a New York

Larry Johnson a New York
Viene scambiato con i Knicks, la franchigia della Grande Mela, dove trova una squadra solida e dalle grandi aspettative, reduce dalle Finals di qualche anno prima, con un allenatore (Jeff Van Gundy) che crede in lui. Purtroppo nei primi anni le cose non vanno come dovrebbero per via degli infortuni patiti sia da LJ che da Patrick Ewing, storico condottiero della squadra . In quel periodo comincia anche la serie di sfide con l’ex compagno Mourning, con cui si scontra fisicamente in varie gare di Playoffs (famosa la “mancata” scazzottata del ’98).
Nel 1999, nonostante i problemi alla schiena di LJ e gli infortuni di Ewing, i Knicks riescono a qualificarsi per i Playoffs da ottava nel tabellone. Nel primo turno devono affrontare gli Heat, che riescono a battere grazie ad una perfomance strepitosa di Allan Houston; poi incontrano gli Hawks e questa volta è protagonista della serie Marcus Camby, che aveva faticato tutta la stagione per poi emergere proprio nei Playoffs; in finale di Conference incontrano i Pacers, che hanno in Reggie Miller la bestia nera dei Knicks. La prima gara la vince New York, la seconda Indiana.
Il famoso “gioco da 4 punti”
Alla vigilia di Gara 3 però Ewing avverte un dolore al tendine d’achille che risulterà più serio del previsto e metterà fine ai suoi Playoffs. La squadra e i tifosi perdono il loro punto di riferimento, un misto di tristezza e rassegnazione colpisce l’ambiente. Ma la prossima è la prima di due gare in casa, l’occasione è troppo ghiotta per rassegnarsi ancor prima di giocare. Larry prende in mano lo spogliatoio e carica i suoi compagni come solo un vero leader sa fare. La partita inizia e il primo quarto finisce pari, nel secondo Indiana si porta avanti di 5 ma i Knicks recuperano lo svantaggio nel terzo quarto che si chiude sul 69 pari. L’atmosfera è caldissima, gli oltre 19.000 del Madison Square Garden cominciano a crederci sul serio. A 12 secondi dal termine i Pacers sono in vantaggio di 3 e il possesso è dei Knicks. Sulla rimessa la palla sembrerebbe destinata a Sprewell ma per un tocco fortuito va in mano a Larry che non la passerà più : Antonio Davis è in marcatura ma sembra impacciato, LJ lo avverte così appena sente il contatto decide di scoccare la tripla. Dopo il fischio del fallo si sente il boato del pubblico : la palla è entrata e c’è la possibilità di portarsi in vantaggio con un gioco da 4 punti. Larry metterà anche il libero per completare quello che sarà il finale di gara più emozionante della storia dei Knicks. L’esultanza dei 19.000 spettatori del MSG riecheggerà per sempre, per i presenti sarà un’emozione che mai dimenticheranno nella vita. Questo è il canestro della rivalsa per Larry Johnson, è il suo modo di ribellarsi a tutti gli infortuni che hanno messo fine al suo strepitoso atletismo.
Le Finals e la sua ultima conferenza stampa
Sull’onda dell’entusiasmo New York approda alle Finals. I prossimi avversari sono gli Spurs di Duncan e Robinson, strafavoriti e osannati dalla stampa. In quei giorni LJ, innervosito un po’ dalla situazione, dice di aver fiducia nei suoi compagni poiché in squadra ha “Parecchi schiavi ribelli”. Le parole scelte da Johnson non sono di quelle che passano inosservate e anche se i più le interpretano come un tentativo (sfortunato) di paragonare i Knicks ai suoi trionfanti Rebels di UNLV, altri personaggi importanti del panorama cestistico americano hanno una reazione molto più dura, come ad esempio Bill Walton, che in veste di commentatore definisce Johnson “una disgrazia per la NBA” e “un essere umano triste” per aver paragonato giocatori milionari a un gruppo di schiavi. Così, prima di gara 4, Johnson decide di rispondere a Walton, scegliendo di dire al mondo intero tutto quello che ha provato, pensato e vissuto da “afroamericano del ghetto di Tyler”. Sarà la sua ultima conferenza stampa e, come sempre è stato nel suo stile, non verrà dimenticata: “Non sarò più multato. Potrei piuttosto essere messo fuori dalla Lega, ma lasciatemi dire questo. Nessun uomo può elevarsi al di sopra delle masse o al di sopra della condizione della sua gente. Io sono un privilegiato e sono onorato della situazione in cui sono. Non c’è dubbio, ho un tenore eccellente e questo è un bellissimo Paese. Si, abbiamo fatto passi da gigante, ma che percentuale di persone di colore ha fatto davvero questi passi da gigante quando torno al mio quartiere e vedo sempre le solite cose? Io sono l’unico ad essere venuto fuori dal ghetto, gli altri o sono morti, o sono drogati o vendono droga. Dovrei essere onorato e felice solo per il mio successo personale? Si, lo sono. Ma non posso negare ciò che ci è stato fatto per anni e che siamo ancora in fondo alle gerarchie sociali. Non posso girare la testa a tutto questo. Questo è il punto”.
Il ritiro precoce
Parole che pesano come macigni, uno sfogo che scatena reazioni contrastanti. Intanto i Knicks, dal 2-1 con un’altra gara da giocare in casa, passano al 4-1 in favore degli Spurs, che si aggiudicano la vittoria del titolo. Larry, martoriato dai problemi alla schiena, decide di ritirarsi, e nonostante la dirigenza gli comunichi l’intenzione di dedicargli una cerimonia per ringraziarlo, lui rifiuta. Questa volta vuole abbandonare in silenzio o forse vuole che proprio quelle che infuocano ancora la stampa, siano le sue ultime parole da giocatore professionista. Tornerà nel 2007, dicendo di voler ricoprire un ruolo importante nell’assetto dirigenziale dei Knicks (per cui lavora tuttora).
In ogni caso, Lawrence Demetric Johnson, è stato un personaggio controverso quanto le sue parole, scomodo, politicamente scorretto, ma brutalmente vero. I soli 7 anni da professionista rendono la sua carriera NBA ancora più singolare, nessuna “stella” è durata così poco eppure il suo bagliore è stato accecante.


1 commento
Bellissimo pezzo complimenti