Karl-Anthony Towns a Milano: l’intervista | Nba Passion
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Karl-Anthony Towns a Milano: l’intervista

Karl-Anthony Towns a Milano: l’intervista

Il torrido weekend milanese è stato impreziosito dalla visita di Karl-Anthony Towns. Ospite d’onore della mostra “NBA Crossover” in via Tortona, la star dei Minnesota Timberwolves è stata accolta da una folla oceanica che, fin dalla tarda mattinata, ha affollato i marciapiedi della caratteristica stradina in zona Navigli. Abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con questo gigante (213 cm, scarpe numero 56) con il volto da ragazzino. Tra foto, autografi e domande del pubblico, KAT si è concesso con grande entusiasmo ai media per una bella intervista.

Karl-Anthony Towns a Milano, ospite della mostra "NBA Crossover"

Karl-Anthony Towns a Milano, ospite della mostra “NBA Crossover”

Cosa pensi della passione per il basket qui a Milano?
“E’ davvero fantastica. Del resto, il basket è uno sport molto potente, così come lo è la NBA. Siamo qui a NBA Crossover per mostrare come il gioco possa fondersi con la cultura quotidiana, in ogni suo aspetto: moda, tecnologia, musica…Essere in Italia, non solo a Milano (sono qui da qualche settimana), mi ha permesso di vedere tutto l’insieme. Sono partito dalla Costiera Amalfitana, poi ho visitato Roma, Firenze, Milano…Ho visto che, nonostante la distanza dagli USA e le differenze tra un posto e l’altro, il basket è molto conosciuto, e la gente è molto appassionata. Questo dimostra il potere di questo gioco.”

Cosa significa rappresentare la NBA nel mondo? Ti dà motivazioni extra?
“Io ho sempre bisogno di motivazioni. Essere qui e vedere il sorriso sui volti dei bambini mi motiva a tornare in palestra e lavorare duro. Partecipare a questo evento è semplicemente un bonus per la mia vacanza. Sono qui in Otalia per motivi personali. Sai, sono stato in tanti posti, ma non ero mai stato in Europa, è la prima volta che ci metto piede. Ero affascinato dalla cultura e dalla storia italiana. Ho sempre sognato di vedere il Colosseo, ed entrarci è stato incredibile. Mi sentivo un gladiatore!
Il fatto che qui i ragazzini mi riconoscano è davvero strano… Quando ero piccolo non venivo riconosciuto nemmeno dall’altra parte della strada, ora mi riconoscono dall’altra parte del mondo! Vederli sorridere è una grande esperienza; loro sono contenti di vedermi, ma io sono più contento ancora di vedere loro. Significa che sto facendo tutto quello che serve, e lo sto facendo bene.”

Da dove arriva la tua passione per il basket?
“E’ qualcosa che ho sempre avuto. Sono cresciuto in una famiglia che mi ha sempre permesso di fare tanto sport, per cui ho sviluppato il mio amore per il gioco in modo naturale. Non sono mai stato costretto a giocare, l’ho scelto io. Ho sempre voluto essere il migliore, ho sempre avuto questa passione non solo per il basket, ma per la competizione in generale. Amo la competizione. Amo andare là fuori ogni sera, trovarmi con le spalle al muro e trovare un modo per sopravvivere. Ci do dentro, mi sento come se vivessi per la competizione. Questo è il modo in cui sono stato creato da Dio, e io amo quei momenti. Amo andare là fuori e sentirmi sfavorito, ma anche essere il numero uno. E’ una grande sensazione quella di andare in campo, guardare negli occhi il tuo avversario e provare a dirgli: ‘io ti batterò’.”

Quali sono i giocatori del passato che ti hanno maggiormente ispirato?
“Nel passato ci sono stati tanti giocatori che mi hanno ispirato: Sam Perkins, Kevin Garnett, Tim Duncan, David Robinson… Quei ragazzi lì. Ma credo che il giocatore a cui ho sempre voluto assomigliare sia stato Magic Johnson. I suoi colpi di genio, lo Showtime… Avrei sempre voluto giocare come lui. Parte del mio gioco, come la velocità di esecuzione o le giocate ad effetto, è dovuta a quello che ho visto fare a lui (presumibilmente in video visto che, al ritiro defnitivo di Magic, Towns aveva appena un anno, ndr). Anche quella di Len Bias è stata una storia notevole di un grande talento, che mi ha mostrato quanto importante sia considerare il gioco del basket come un privilegio.”

Hai avuto la possibilità di trascorrere il tuo anno da rookie con Flip Saunders e Kevin Garnett, che hanno reso grandi i Timberwolves in passato. Cosa hai imparato da loro?
“Sai, ho imparato come essere un professionista. Ho imparato ad organizzarmi come loro per avere successo. Sono stato benedetto dall’opportunità di imparare davvero come crescere, non solo come giocatore di basket, ma come uomo. Lasciamo il basket da parte; passare un intero anno con Flip e con KG è un’esperienza indescrivibile… Ringrazio dio per il tempo che ho passato con entrambi, ma anche con Tayshaun Prince, Andre MIller, tutti veterani che mi hanno aiutato a diventare un giocatore migliore, un uomo migliore. Mi hanno fatto capire questo gioco, questo business, più di quanto non potessi fare da solo. E’ stato fantastico.”

In che modo Vince Legarza (assistente appena licenziato dai T’Wolves, ndr) ti ha aiutato, nei tuoi primi anni NBA, a migliorare il tuo gioco offensivo?
“Oh, senza di lui non so cosa sarei. Lui è lo Ying per il mio Yang. Dal primo giorno, la relazione tra me e Vince è stata indistruttibile. Non è stato solo un assistente o un preparatore, è stato il mio migliore amico nel Minnesota. E’ un brutto affare che sia stato licenziato in quel modo. E’ dura, ma ora devo pensare alla prossima stagione, e non avrò il mio migliore amico con me. E’ una faccenda davvero dura, per cui immagini il dolore che ho provato quando ho ricevuto la notizia. E’ ancora dura da digerire, lui ne parla ogni giorno, noi parliamo quasi tutti i giorni, gli scrivo per essere sicuro che stia bene. A volte risponde, altre volte no… E’ una brutta cosa.”

Quest’anno sei stato convocato al tuo primo All-Star Game. Cosa puoi dire di quell’esperienza?
“E’ stata un’esperienza fantastica. Per me è stato un grande onore essere selezionato non solo dai fan, ma anche da media e allenatori. Vuol dire che mi sono guadagnato il loro rispetto. L’All-Star Weekend è stato magnifico, soprattutto la domenica. Mi sono divertito un sacco a giocare e a passare il tempo con i migliori fra i migliori. Ma ancora più bello, per me, è stato quello che è successo dopo la pausa, ovvero riuscire a qualificarsi per i playoff.”

Cosa ti aspetti dalla prossima stagione?
“Fare strada ai playoff e avere una chance di provarci per il titolo. Per me non ci sono obiettivi individuali o record da inseguire. Le nuove generazioni riusciranno a battere tutti i record, ma un anello rimane per sempre, nessuno te lo può portare via.”

Cosa manca alla tua squadra per fare il salto di qualità?
“Abbiamo solo bisogno di giocare insieme, di migliorarci come gruppo. La gente si dimentica che quello appena passato è stato il primo anno tutti insieme, con il nuovo roster. Ci serve tempo, dobbiamo sistemare qualcosa. Abbiamo ottimi giocatori e ci stiamo pian piano abituando al gioco del nuovo coach.”

Cosa farai nella tua off-season?
Ci sono tanti giocatori che, appena iniziano le vacanze, cominciano ad allenarsi, a correre su e giù per il campo… Io non faccio così. Quando la stagione finisce, mi prendo una pausa, una lunga pausa. Mi ricarico. vado in vacanza con la mia famiglia, vedo i miei nipoti crescere, vado a prenderli a scuola. Mi godo la vita. In questo modo torno al lavoro rigenerato, in piena forma, dopo una stagione di oltre 82 partite, a cui vanno aggiunti gli allenamenti. E’ davvero dura, per cui ho sempre fatto così. Non faccio workout in off-season, non gioco tornei estivi. Mi occupo solo degli affari miei. Faccio qualche piccolo allenamento, ma senza esagerare. Penso che sia molto importante per fare quello che faccio, per stare in salute e per rendere al meglio in ogni partita e in ogni allenamento.”

Cosa pensi dei nuovi compagni arrivati via draft? Credi possano diventare da subito buoni giocatori?
“Penso che l’impatto di un rookie dipenda dalle opportunità, ma anche dal lavoro che ci mettono per mettersi in luce. se i ragazzi lavoreranno duro non avranno rimpianti. Non vedo l’ora di conoscerli e di iniziare. Sai, noi abbiamo in squadra due Rookie Of The Year, per cui credo che io e Andrew (Wiggins) sapremo consigliarli a dovere su come fare bene nella loro prima stagione.”

Negli ultimi anni sono emerse parecchie discussioni sul concetto di one-and-done (un solo anno al college prima di andare in NBA, ndr). Alcuni pensano che sia meglio, per i ragazzi, passare almeno due anni al college, altri che i prospetti dovrebbero potersi dichiarare eleggibili già al termine delle scuole superiori. Tu che sei stato uno di questi prospetti (prima scelta assoluta nel 2015, dopo una sola stagione a Kentucky, ndr.), che opinione hai?
“Io non ho potuto scegliere, non ero in grado di cambiare le regole. Ho dovuto fare tutto ciò che serviva per diventare un professionista, trovare il mio sentiero. Altri giocatori, come Lebron James e Dwight Howard hanno percorso strade diverse, ma alla fine ha funzionato anche per loro. In ogni caso, potessi tornare indietro, sceglierei comunque Kentucky. Non ci penserei due volte.”

Parlando di Kentucky, anche quest’anno coach John Calipari ha fatto un ottimo reclutamento (Immanuel Quickley, Keldon Johnson e Tyler Herro tra i nuovi arrivati) e ora i Wildcats sono tra le squadre favorite. Conosci questi ragazzi?
“Sì, ho fatto parte anch’io del reclutamento. Sono ottimi ragazzi e grandi talenti.. Se si impegnano e lavorano duro, hanno buone chance di vincere”

Dall’ultimo draft sono usciti altri due Wildcats: Kevin Knox e Shai Gilgeous-Alexander. Pensi che possano affermarsi, dimostrando di valere le scelte così alte spese per loro?
“Li ho incontrati qualche volta, abbiamo anche giocato qualche partitella insieme, a Kentucky. Di sicuro sono grandissimi talenti, e con la giusta dose di lavoro potranno trovare il loro spazio fin da subito in NBA. Devono solo capire che arrivare in NBA è la parte facile. Quella difficile è rimanere nella NBA. Per farlo bisogna lavorare sempre più duramente.”

Sei d’accordo con il premio di MVP assegnato a James Harden? Chi è il tuo MVP?
“Beh, Harden ha fatto benissimo quest’anno, e i Rockets hanno chiuso con il miglior record, per cui era logico che il premio andasse a lui. Anche LeBron ha fatto molto bene, trascinando i suoi compagni alle Finals. Ma ripeto, quello che conta di più è vincere titoli. L’MVP è un trofeo molto importante, è un grandissimo onore riceverlo, ma quello che conta, alla fine, è vincere l’anello. Gente come Stephen curry, Kevin Durant, Klay Thompson, Draymond Green, tutta l’organizzazione degli Warriors, ha lavorato duramente e ora continua a vincere titoli. E’ questo che conta di più.”

Il giocatore più ‘duro’ contro cui tu abbia mai giocato?
“Steven Adams!”

Cosa pensi dei due giocatori italiani in NBA, Marco Belinelli e Danilo Gallinari?
“Belinelli e Gallinari sono due grandi lavoratori. Guardandoli si riconosce la cultura, l’energia e l’etica lavorativa tipiche dell’Italia. Sono due giocatori e due ragazzi fantastici. In questi giorni ho avuto modo di passare del tempo con loro, e mi sono trovato benissimo.”

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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