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Three Points – NBA 2017/18, si comincia

di Stefano Belli

Dopo mesi di chiacchiere e di pronostici (a cui abbiamo partecipato con una qual certa convinzione), finalmente la stagione NBA 2017/18 è cominciata. La consegna degli anelli ai Golden State Warriors ha aperto la caccia al Larry O’Brien Trophy, che ci accompagnerà per i prossimi nove mesi. Tra gli ‘effetti collaterali’ dell’avvio della nuova stagione c’è l’attesissimo (?) ritorno di ‘Three Points’, la rubrica che analizza tre punti d’interesse della settimana appena trascorsa. Pronti?

 

1 – Chi comincia… da MVP

Giannis Antetokounmpo. Per lui un inizio di 2017-18 mostruoso

Giannis Antetokounmpo. Per lui un inizio di 2017-18 mostruoso

Kobe Bryant l’aveva buttata lì, giusto perché il ragazzo aveva chiesto di lanciargli una sfida via Twitter: “MVP”. Kevin Durant ha alzato ulteriormente il tiro: “Può diventare il miglior giocatore di sempre. Per quanto visto in questo inizio di stagione, Giannis Antetokounmpo sembra aver preso terribilmente sul serio le parole dei due illustri colleghi.
La prima settimana NBA è stata letteralmente dominata dal fenomeno greco, non a caso nominato Player Of The Week per la Eastern Conference (con James Harden premiato ad Ovest). Prima i 37 punti e 13 rimbalzi con cui ha demolito i Boston Celtics, poi i 34 con 8 rimbalzi e 8 assist al cospetto di LeBron James, quindi l’incredibile partita contro i Portland Trail Blazers, autentico manifesto delle sconfinate doti del giocatore. Con 31.5 secondi sul cronometro, Antetokounmpo fallisce i due tiri liberi del potenziale sorpasso. Sfoga la sua frustrazione prima contro un seggiolino, poi sul parquet; palla rubata a C.J. McCollum, schiacciata in contropiede per il +1 e brutale stoppata su Jusuf Nurkic che, di fatto, decide la partita. Chiude con 44 punti (massimo in carriera), di cui 17 nell’ultimo quarto. L’incontro successivo, 32 punti e 14 rimbalzi per battere gli Charlotte Hornets, è quello in cui ‘The Greek Freak’ entra nella storia dei Bucks per il maggior numero di punti nelle quattro gare inaugurali della stagione: 147, uno in più di colui che nel 1970 si chiamava ancora Lew Alcindor (oggi Kareem Abdul-Jabbar). Tanto per gonfiare ulteriormente le aspettative, Alcindor terminò quella stagione come MVP della regular season, campione NBA e MVP delle finali.

Magari questa versione dei Bucks non sarà (ancora) vincente come quella di Lew e Oscar Robertson, ma a quel discorso dell’MVP Giannis sembra crederci per davvero. Sicuramente ci crede il pubblico del Bradley Center, pronto ad accoglierlo in lunetta con il classico coro “MVP! MVP!”. Aldilà delle cifre, veder giocare Antetokounmpo in questi primi stralci di 2017/18 dà la stessa sensazione di totale onnipotenza che davano Stephen Curry e Russell Westbrook nelle stagioni passate. Gli occhi meravigliati dei fan di fronte alle sue giocate da fantascienza rappresentano perfettamente quello a cui stiamo assistendo. Sempre nel vivo del gioco (sembra che ce ne siano tre o quattro sul parquet), il greco scende in campo con una furia agonistica incredibile, da vero e proprio ‘uomo in missione’. Una missione che appare sempre più chiara: trascinare Milwaukee ai piani alti della Eastern Conference e sollevare la statuetta dedicata a Maurice Podoloff, primo commissioner NBA. Magari dedicando la vittoria al padre, stroncato da un attacco cardiaco poche settimane fa. Quel padre che, in una trasposizione reale del film “La ricerca della felicità”, aiutò il piccolo Giannis a passare dalle strade di Atene al tetto del mondo.

 

2 – Chi comincia… con il piede giusto

Ben Simmons, prima scelta assoulta al draft 2016

Ben Simmons, prima scelta assoulta al draft 2016

Tra i protagonisti di questo avvio di 2017/18 ci sono alcuni debuttanti che hanno iniziato alla grande la loro avventura in NBA. Che l’ultimo draft fosse ricco di potenziali stelle si sapeva; che questi giovanissimi fossero già pronti per il mondo del professionismo era invece tutto da dimostrare.

Il rookie più atteso, Lonzo Ball, ha dovuto fare i conti con l’accoglienza ‘speciale’ di Patrick Beverley. La nuova guardia dei Los Angeles Clippers si è prodigata per rendere l’esordio del rampollo di casa Ball un vero e proprio incubo, soffocandolo con una difesa e un trash talking degne di una serie playoff e limitandolo a soli tre punti (dando il la ad una serie di sentenze sul più grande flop della storia). Il ragazzo si è rifatto con gli interessi nella gara successiva, chiusa con 29 punti, 11 rimbalzi e 9 assist. Con un passaggio vincente in più, sarebbe diventato il più giovane di sempre a realizzare una tripla-doppia. Quell’exploit offensivo non è stato più ripetuto, ma Lonzo sta comunque diventando il ‘motore’ della squadra, come auspicato da coach Luke Walton. Se il suo avvio di stagione sembra promettere bene, altrettanto non si può dire di quello dei Lakers, ben lontani dalla fine del tunnel.

Ancora più incoraggiante il debutto di Jayson Tatum, già inseritosi a meraviglia negli ambiziosi Boston Celtics di coach Brad Stevens. L’ex ala di Duke ha messo in mostra una personalità e una sicurezza degne di un veterano. Un po’ come sta facendo il compagno Jaylen Brown, di cui tutto si potrebbe dire, tranne che sia solo al secondo anno.
Tra gli altri rookie, da segnalare il grande inizio di De’Aaron Fox (che incanta il pubblico di Sacramento con i suoi guizzi fulminei), Josh Jackson (sempre in doppia cifra nelle prime quattro gare, tra le poche note positive dei disastrosi Phoenix Suns), Lauri Markkanen (particolarmente ‘caldo’ dalla lunga distanza), John Collins (macchina da doppie-doppie per gli Hawks), Dennis Smith Jr. (prove generali da leader dei nuovi Mavs) e dell’altro Laker, Kyle Kuzma.

Tra questi nomi c’è un’importante assenza. La prima scelta assoluta, Markelle Fultz, ha avuto finora un impatto decisamente incolore. 10 punti nella gara inaugurale, poi mai oltre quota 6 nelle tre partite successive. Pochi giorni fa è emerso che il prospetto da Washington University ha una spalla dolorante, che gli causerà uno stop di almeno una settimana. E’ ancora troppo presto per capire se il problema è solo quello, oppure se c’è dell’altro (vedi l’insostenibile pressione causata dalla prima chiamata di Adam Silver). Di certo, uno dei ‘guai’ di Fultz è il fatto di essere completamente oscurato da due autentici fenomeni. Uno, Joel Embiid, abbiamo imparato a conoscerlo (seppur per poche partite) lo scorso anno. L’altro, Ben Simmons, è la matricola che fin qui ha impressionato maggiormente. Il suo inizio di regular season è stato abbagliante; ha chiuso i primi quattro incontri da professionista con tre doppie-doppie e una tripla-doppia da 21 punti, 12 rimbalzi e 10 assist contro i Detroit Pistons. Anche in questo caso le sole cifre dicono poco. Il talento australiano ricorda sinistramente un LeBron James in erba; atletismo strabordante e innata capacità di andare al ferro, ma anche una visone di gioco fuori dal comune e una naturale tendenza a coinvolgere i compagni. Il tutto con una fiducia nei propri mezzi decisamente insolita per un rookie. Se questo è l’inizio di Embiid e Simmons, Phila può davvero sognare in grande. E se queste sono le capacità dei tanti giovani che si stanno mettendo in mostra in questi giorni, ci aspettano ancora tanti anni di grande spettacolo.

 

3 – Chi comincia… con il piede sbagliato

Il terribile infortunio di Gordon Hayward ha aperto nel peggiore dei modi la stagione 2017-18

Il terribile infortunio di Gordon Hayward ha aperto nel peggiore dei modi la stagione 2017-18

L’avvio della nuova stagione è stato purtroppo caratterizzato anche da una serie di bruttissimi infortuni, che hanno tolto dai giochi alcuni dei protagonisti più attesi. Da questo punto di vista, il 2017/18 si è aperto nel peggiore dei modi; dopo soli cinque minuti dall’inizio della sfida tra Cleveland Cavaliers e Boston Celtics, infatti, il pianeta NBA è stato sconvolto dalla terribile caduta di Gordon Hayward. Per lui caviglia fratturata e una stagione importantissima (individualmente e per la sua nuova squadra) terminata sul nascere, tra lo spavento di compagni e avversari e la solidarietà di tutto il mondo cestistico. Due giorni dopo è toccato a Jeremy Lin (uno dei pochi veterani a vestire la maglia dei Brooklyn Nets), uscito in lacrime dal parquet di Indianapolis dopo aver sentito il ginocchio cedere. Anche lui “out for the season”. La stessa season che non vedrà in campo Brandon Knight (Phoenix Suns) e Dante Exum (Utah Jazz), e che soltanto fra parecchie settimane potrà riabbracciare Jabari Parker (Milwaukee Bucks), Zach LaVine (Chicago Bulls), Tony Parker (San Antonio Spurs), Isaiah Thomas (Cleveland Cavaliers) e il rookie Harry Giles (Sacramento Kings).

La ‘mattanza’ di questo particolare avvio di stagione ha anche visto infortuni meno gravi, ma comunque debilitanti per parecchie squadre. Tra un guaio muscolare e uno articolare, ecco che l’elenco degli indisponibili assomiglia sempre più al roster di un All Star Game: Chris Paul, Derrick Rose, Rajon Rondo, Dennis Schroder, Markelle Fultz, Kris Dunn, Milos Teodosic, Kawhi Leonard, Nicolas Batum, Chandler Parsons, Marcus Morris, Glenn Robinson, Anthony Davis, Hassan Whiteside. Poi ci sarebbe Nikola Mirotic, finito all’ospedale per un pugno del compagno Bobby Portis, ma quello è decisamente un caso a parte…

Naturalmente, guai fisici di questo genere non possono essere soggetti a particolari opinioni. Si tenderebbero comunque ad escludere le teorie secondo cui “si gioca troppo” (molti atleti sono reduci da sei mesi di riposo, e la partenza del campionato è stata anticipata proprio per ridurre l’intensità) o che, addirittura, “ci si allena troppo” (molto spesso, tra una gara e l’altra, c’è a malapena il tempo per una seduta di tiro). L’unica cosa su cui si potrebbe riflettere è che non esiste un finale scritto, non possiamo sapere con certezza quello che accadrà da qui ai prossimi nove mesi. Il titolo NBA, o anche semplicemente l’accesso ai playoff, non si conquista sulla carta, bensì passando attraverso una continua evoluzione di eventi. Ricordate i trenta punti di scarto con cui Golden State fu schiantata da San Antonio nella opening night 2016? E l’infortunio di Kevin Durant? E quello di Chris Bosh che, nel 2012, cambiò la storia dei Miami Heat? Per fortuna (o purtroppo, a seconda dei casi), il grande libro di questo 2017/18 è ancora tutto da gustare, una pagina dopo l’altra.

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