Home NBA, National Basketball AssociationNBA DraftOne-and-done rule: per Adam Silver così non funziona

One-and-done rule: per Adam Silver così non funziona

di Francesco Gulfo
NBA

Non funziona, semplice. Il commissioner Adam Silver ha di recente rilasciato una dichiarazione riguardo la situazione dei cosiddetti ‘one-and-done‘, i ragazzi che fanno il grande salto nella NBA dopo un solo anno di college. I giocatori vorrebbero abbassare l’età minima a 18 anni. Il leader maximo della Lega, con il beneplacito dei proprietari delle franchigie, vorrebbe che venisse alzata a 20 – questa era già l’idea di David Stern. Le discussioni tra associazione giocatori e Silver potrebbero iniziare già da questa estate. Saranno inclusi come parte attiva del dialogo anche i rappresentanti del college basketball, in veste di direttori atletici e allenatori.

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Atleta incredibile, Tyrus Thomas fu il primo one-and-done della storia ad essere scelto, dopo un solo anno a LSU

One-and-done, un cambiamento è all’orizzonte?

Adam Silver è conosciuto come un players’ commissioner, molto attento alle problematiche che più affliggono i giocatori. Al contrario del suo predecessore, David Stern, affronta più facilmente tematiche care agli atleti. Per questo non c’è da stupirsi se ha riportato sotto i riflettori un tema così delicato come la one-and-done rule. Silver ha fatto notare come nel 2006, anno in cui fu applicata la norma per la prima volta, furono draftati solo due freshman – al primo anno di college. Al Draft di quest’anno di prevede che ne saranno selezionati almeno una ventina.

Una regola che è sempre stata oggetto di dispute all’interno e all’esterno della NBA, sin da quando fu istituita. Jermaine O’Neal la definì addirittura una norma “ispirata da idee razziste”. Lo stesso O’Neal fu uno dei primi ad approdare nella NBA direttamente dalla high school. Ma se O’Neal ha avuto una carriera invidiabile, durata ben 15 anni nonostante le difficoltà iniziali, ad altri non è andata così bene.

Credo non stia funzionando per nessuno. Non funziona per i coach del college e per i direttori atletici con cui parlo. Sono scontenti dell’attuale sistema. E altrettanto lo sono le nostre squadre.

  • Adam Silver

Se infatti i nomi di Kevin Garnett, Kobe Bryant e Lebron James sono ben noti agli appassionati, ci sono altri ragazzi che hanno tentato il grande salto dall’high school ai pro che sono caduti nell’oblio. Korleone Young, Leon Smith, Taj McDavid (totalmente sparito dai radar, irreperibile persino per ESPN) sono alcuni di questi, l’altro volto della medaglia. Loro sono quelli che non ce l’hanno fatta. Anche per far fronte a casi come questi venne introdotta la regola che ora Silver – ma non solo – vuole ridiscutere.

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Korleone Young in uno dei rari momenti con la casacca dei Detroit Pistons addosso

The untold story of Korleone Young

“Se solo potessi tornare indietro, andrei a Kansas City, lo porterei a casa e lo rinchiuderei qui”. Sono le parole di Ron Allen, ai tempi allenatore di Korleone Young all’high school. Young non volle sentire ragioni, si dichiarò per il Draft e fu scelto dai Detroit Pistons nel 1998. La sua carriera NBA è durata tre partite, per 15 minuti e 13 punti totali. Protagonista qualche anno fa di una lunga intervista con Jonathan Abrams per Grantland, per anni Young ha provato a ricostruire la sua carriera cestistica, senza riuscirci.

Interessante notare come Young, nel 1992, giocava in una talentuosa squadra di Kansas City, i Children’s Mercy Hospital 76ers. In questa squadra, che comprendeva diversi futuri giocatori NBA (Earl Watson, Corey Maggette, Maurice Evans e Kareem Rush), il giocatore più talentuoso si chiamava JaRon Rushfratello maggiore di Kareem, poi scelto alla 20 nel Draft 2002. JaRon scelse di andare al college, a UCLA, per prepararsi meglio alla carriera pro. Ciò non gli impedì di essere mal consigliato. Sicuro di essere scelto al primo giro, JaRon rimase invece undrafted, e dopo due anni di carriera in leghe minori finì in riabilitazione per risolvere i suoi problemi di alcolismo.

Le regole non bastano

Chiamatela pressione, o destino, o come volete. Ma quando una carriera non deve sbocciare ci sono mille motivi per cui questo può accadere. Un anno speso forzatamente al college o in qualche altra lega professionistica non rende automaticamente un giovane invulnerabile alle difficoltà. Le storie di Young e JaRon Rush ci dicono proprio questo. Il primo, di testa sua, ha provato ad avere tutto e subito, fallendo. Il secondo ha avuto forse più pazienza, scegliendo il college, ma avendo dato ascolto ai consigli sbagliati ha ottenuto lo stesso risultato.

Secondo Kobe Bryant, intervistato l’anno scorso dal L.A. Times, la regola non ha senso. “Alcuni giocatori vanno al college per quattro anni e non imparano assolutamente niente del gioco e prendono una laurea in geografia. A cosa serve? Penso che invece tutto dipenda dai ragazzi e da quanto noi siamo bravi a farli crescere, sia che vadano al college o direttamente nei pro”.

Non sono dottori, avvocati e allenatori, scrittori che possono scrivere per sempre e allenare per sempre. Sono in grado di farlo per 12, 15 anni.

  • Mike Krzyzewski
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Kevin Garnett e Kobe Bryant passarono direttamente dall’high school ai pro. Hanno avuto entrambi una carriera lunga e leggendaria

Nello stesso articolo leggiamo anche le considerazioni di Coach K, leggenda del college basketball, secondo cui gli atleti dovrebbero avere il pieno controllo del proprio futuro. La one-and-done rule limita le opzioni e le possibilità di guadagno dei giocatori, che come dice Krzyzewski, “have a dog’s life”, hanno una vita sportiva lunga quanto quella di un cane. Allo stesso tempo secondo il coach un ragazzo che dovesse scegliere il college dovrebbe impegnarsi per un minimo di due anni. Ciò renderebbe più agevole il lavoro degli allenatori collegiali.

Punti di vista contrastanti

Le domande che Adam Silver e la NBA si pongono sono: a che età un ragazzo è pronto a gestire la propria carriera da professionista? Come possiamo rendere sempre più sicuri i nostri investimenti? La NBA è un business e in quanto tale vorrebbe avere più tempo per valutare i prospetti, per essere sicuri della loro effettiva maturità.

La domanda che, invece, si pongono i giocatori è: perchè la NBA dovrebbe decidere per me? Perchè non dovrei essere in grado di accettare l’offerta di lavoro migliore una volta terminata l’high school – o comunque, appena raggiunta la maggiore età? Il college diventa per alcuni una specie di tirocinio forzato, gratuito.

Resta da trovare un compromesso, una soluzione che accontenti entrambe le parti – e la NCAA, che sarà assolutamente inclusa nella discussione. Adam Silver ha riaperto al dialogo, l’estate è solo agli inizi: una riforma potrebbe anche essere imminente.

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