Ho letto, visto e sentito tanta ironia intorno ai Celtics in questi Playoff, di fatto forse una delle #1 meno rispettate di sempre. Motivo? Un cammino incerto, superficialità, paura (?). Di certo c’è che i Bulls, Rondo, Wall e la capitale sono ormai alle spalle. E al momento non riesco a trovare una parola più adatta per la prestazione in gara 3 di quel “Pride” Celtics recentemente tanto bistrattato.
La prova di carattere dei biancoverdi, in contumacia alla serataccia di James e di tutti i Cavs in gara 3, non aveva sicuramente riacceso in me, e credo nemmeno in voi, la speranza d’assistere a un serie degna d’essere definita tale, ma è stato un segnale forte e chiaro. Il personalissimo modo dei Celtics per dire che sono arrivati fin lì per un motivo. Il loro modo di dire a tutti che torneranno il prossimo anno e saranno pronti, stavolta per davvero.
Ogni stagione è una pagina a sè, nel bene e nel male. Ed è anche per questo che gran parte dell’hype e dell’aspettativa si concentrano in questo periodo dell’anno. Sia per i Playoff, sia per la consueta attesa del Draft.
Molti parlano di Madness solo quando siamo in primavera inoltrata ed in NCAA si comincia a fare sul serio, ma alla vera follia si può assistere anche quando l’ordine di scelta viene settato. E in queste due settimane immagino ne avrete sentite di tutti colori. Il coro di voci, pareri e opinioni fin lì confuso e sommesso si è trasformato da leggero sottofondo in incomprensibile frastuono. Tutti a pensare a chi sceglierà chi. A cosa sarebbe perfetto per quella squadra o per l’altra. Alla trade impossibile che a 2k ti rifiuterebbero anche gli immarcescibili Nets.
Ecco, i Nets. Sempre loro. Di solito funziona così: o fai la post-season o ti metti comodo e incroci le dita per il Draft. Se i Celtics, giunti fino alle soglie delle Finals, possono permettersi il lusso di pensare anche al 22 di Giugno, è proprio grazie ai sopracitati fenomeni di Garden State e alla loro passata politica di gestione manageriale scellerata.
La situazione di Boston la conoscete tutti:
Miglior record stagionale ad Est. Thomas alle soglie dell’MVP. Stevens in modalità profeta. Tutto bellissimo, almeno fino a questo punto.
I Celtics sono indubbiamente una buona squadra allenata in maniera altrettanto buona. Per come sono strutturati, sono l’esempio perfetto della squadra moderna: Un play realizzatore. Esterni versatili. 3&D. Lunghi tiratori. Una politica salariale oculata. Una gestione delle scelte encomiabile. Il problema è che ciò, al momento e probabilmente per i prossimi 2-3 anni, potrebbe non bastare. Cosa di cui probabilmente è a conoscenza anche l’esperto Ainge, che ha più volte rimarcato come il suo sguardo sulla franchigia sia tendenzialmente proiettato verso il futuro. Come se il rendimento attuale fosse tanto gradito quanto inaspettato.
Il problema è che nella fortuna e nella bravura di scippare quelle scelte ai Nets, c’è la sfortuna di aver pescato un Draft in cui le uniche certezze sembrano giocare nello stesso ruolo della tua stella più lucente (altra esplosione tuttaltro che prevista). Ci fosse stato in ballo un giocatore à la Davis o à la Oden – pace alle caviglie sue – saremmo già a contare quanti anelli potrebbero mettersi al dito gli eredi di Bill Russell. Purtroppo o per fortuna, in base alla sponda del lago su cui siete seduti, la futura numero #1 sembra essere praticamente una no-brainer. E sembra portare il nome di Markelle Fultz.
Chi è Markelle Fultz? Il prototipo della Combo Guard del nuovo millennio. Un misto tra un primissimo James Harden e un Brandon Roy d’antan. Difensore versatile, buona capacità di andare al ferro, tiro rispettabile ma da migliorare. Sostanzialmente parliamo di un classe ’98 che non aspetta altro che avere una squadra che gli dia il pallone in mano e gli lasci fare ciò che è in grado di fare. Ecco. Come potrete immaginare, i Celtics non sono esattamente la squadra giusta. Isaiah Thomas non esattamente il miglior compagno di back-court a cui affiancarlo. Quindi?
Al 99% non ci saranno trade prima del Draft. Succede raramente. Soprattutto se si parla di una #1. Soprattutto se c’è questo hype intorno a un giocatore. La tendenza in questi casi è di scegliere sempre e comunque il BPA (Best Player Avalaible) e poi valutare la situazione in corso d’opera. La cosa fondamentale per i Celtics è stare lontani(ssimi) dal Panic Button. Fultz ha potenziale da All-Star, ma peggio di vederlo marcire in panchina c’è solo scambiarlo per paura che perda di valore per due noccioline e un adesivo con la faccia di Artest.
Parliamo di un giocatore di appena 19 anni che probabilmente non ha nè le caratteristiche nè la possibilità d’essere il tassello mancante per la corsa all’anello – anche perché, nota a margine, i suoi Huskies hanno chiuso la stagione con un mesto 9-22 in NCAA – che dovrebbe farsi spazio tra IT, uno Smart in crescita e l’indispensabile Bradley. Dura.
Lasciate per un attimo quei 3, di cui parleremo dopo. Il solo Fultz non può essere la soluzione del problema, almeno non di quello attuale.
Boston, come ha (per ora) confermato questa serie, è ad un paio di giocatori di distanza dall’essere una squadra realmente competitiva. Pardon, dall’essere una squadra capace di vedersela ad armi pari contro questi Cavs.
Eppure, per quanto abbia potuto vedere/sentire, non si fa altro che parlare di come Hayward, George, o Butler potrebbero risolvere tutto a mo’ di bacchetta magica. Che sia per la misteriosa sparizione cestistica di Crowder o per l’inevitabile appeal che tali nomi suscitano nella mente del tifoso, vi tolgo dall’impiccio: nessuno dei 3 da solo può risolvere tale problema.
Boston ha un paio di punti interrogativi.
Il più evidente, la difesa del pitturato. Sotto canestro, nonostante le spaventose prestazioni di Horford nelle prime due serie, il buco più grande. E fa strano parlarne nella lega che ormai, come fosse assunto dato per ineludibile, sta andando small. Ovvio. Avere lunghi alla Davis, alla Love, alla Aldridge, capaci di fare la differenza sui due lati per intenderci sembra indispensabile. Ma lo è altrettanto costruire una forte identità di squadra e al tempo stesso sviluppare una malleabilità che ti consenta di affrontare squadre old-style come Memphis o San Antonio e esempi estremi di basket di nuova generazione come Houston.
Per far ciò servono i giusti interpreti e Boston, che ha appena capito come “nascondere” Isaiah Thomas nelle proprie pieghe difensive, non sembra sostanzialmente capace di sopperire anche alla fisicità dei lunghi altrui. Ai centimetri e alla versatilità di Love, Thompson e Frye.
Il piccolo Thomas è l’altro punto su cui focalizzare l’attenzione. Chiariamoci: i 53 punti contro Washington sono roba da tramandare ai posteri. La sua stagione in toto è stata qualcosa di surreale. Eppure c’è un ronzio che mi frulla nella testa. Lo so cosa state pensando: “eehhh, ma non vincerai mai niente con lui in quintetto. Non difende”. Non è questione di difendere o meno, perché la attitude ci sarebbe anche e da che mondo è mondo quelli che fanno 50 su lato difficilmente si sbattono come dei dannati sull’altro. Il problema è la sua stazza e gli sforzi che la difesa deve dare per evitare che gli avversari ne usufruiscano a piacimento.
Possibile? Certo. Anche Dallas col tempo e con l’aiuto di Carlisle e Chandler è riuscita a fare lo stesso con Nowitzki…
Cosa fare? Boston ha una marea di possibilità, due prime scelte – questa e quella del 2018 che promette d’essere altrettanto alta (avete detto Doncic?) – e un bel po’ di spazio a disposizione.
Perfetto direte. Non fosse per le questioni sopracitate, per i contratti in scadenza nel 2018 di Thomas, Bradley e Smart. Per la necessità di pensare già da ora a come/se sostituire i vari Amir Johnson, Olynyk e Zeller. A chi usare per liberare spazio per un eventuale firma al Max di Hayward – perché parliamoci chiaro, sprecare una scelta o dei giocatori per un contratto in scadenza (George) o un giocatore con problemi comportamentali (Butler) è alquanto rischioso. A chi affiancare ad Horford – e se fidarsi del giovane Zizic.
Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Boston non è a un bivio. È più un Bart Simpson davanti alle dieci porte coi leoni.
Cosa dovrebbero fare? Prendersi tutto il tempo possibile. Valutare ogni singolo aspetto.
Personalmente non sono un fan degli all-in. Soprattutto se hai margini per fare ancora meglio. Soprattutto se hai tanto materiale su cui lavorare. Soprattutto se sai che dalle tue parti dovrai ancora vedertela con lo sceriffo di Cleveland. Nei loro panni andrei su Fultz. Proverei a prendere Hayward al Max e a muovere Smart/Bradley/Brown/Crowder per arrivare a un 4/5 tattico da affiancare a Horford (Millsap il sogno se accetta una sign&trade. Melo la follia). Valuterei le condizioni di Thomas post operazione in ottica rinnovo al Max. Farei un punto della situazione a gennaio anche in base al rendimento altrui.
Cosa faranno realmente? Sfera di cristallo. Impossibile prevederlo. Probabilmente buona parte di quello che ho scritto sopra. Non dovesse arrivare Hayward, restato fedele allo Utah, si potrebbe lavorare sulla crescita dei giovani e pensare ai rinnovi onerosi del back-court in toto, spendendo qualcosa per un lungo difensivo alla Dedmon. Sicuramente le premesse per far bene ci sono tutte, ma questa non è una franchigia abituata a far bene. Ainge non è uno abituato ai premi di consolazione. I tifosi biancoverdi a stagioni mediocri.
Quando hai solo scelte obbligate o strade da percorrere è difficile avere rimpianti. Quando sei l’unico artefice del tuo destino tutto diventa più complicato. Boston deve solo decidere cosa fare del presente, senza perdere di vista il proprio futuro.
And One

Jul 5, 2013; Waltham, MA, USA; New Boston Celtics head coach Brad Stevens, right, shares a laugh with General Manager Danny Ainge during a news conference announcing Stevens new position. Mandatory Credit: Winslow Townson-USA TODAY Sports

