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NBA Jersey Stories – Wild Spirits (seconda parte)

di Stefano Belli
Marvin Barnes

CONTINUA DALLA PRIMA PARTE

 

La seconda e ultima stagione degli Spirits non iniziò sotto i migliori auspici. Bob MacKinnon, dopo un anno alla guida di quella folle truppa, ne aveva abbastanza; Marvin Barnes, Fly Williams e compagni lo avevano fatto invecchiare prima del previsto. Non appena i Buffalo Braves della NBA gli proposero un posto da dirigente, il coach salutò Harry Weltman e soci è volò verso nord. Fu sostituito da Rod Thorn, ex assistente di Kevin Loughery ai New York Nets, il quale impiegò poco tempo a realizzare in che situazione fosse capitato.

Moses Malone con la maglia degli Spirits

Moses Malone con la maglia degli Spirits

Uno degli obiettivi della off-season degli Spirits era Lonnie Shelton, ala grande di Oregon State University. Dopo un lungo processo di reclutamento, il front-office riuscì a convocare il giovane talento nel Missouri per un incontro, a cui partecipò anche Marvin Barnes. Vedendo il ragazzo titubante, Barnes decise di portarlo a fare un bel giretto sulla fida Rolls Royce. Al suo ritorno, Shelton firmò subito il contratto, dicendo: “Ci sono poche persone al mondo di cui ci si può davvero fidare, e una di queste è certamente Marvin Barnes”. Alla luce dei fatti e delle parole di Lonnie, in quel di Oregon State nacque più di un sospetto secondo cui il ragazzo fosse stato drogato, fatto ubriacare o convinto in qualche altro modo poco ortodosso da Marvin. Partì dunque l’ennesima disputa legale (un’altra costante nella tormentata storia della ABA), che si concluse con il ritorno di Shelton al college, almeno per un altro anno. Quando finalmente gli Spirits lo avranno a disposizione, la ABA sarà ormai soltanto un ricordo.
Durante l’estate, la squadra riuscì comunque a rinforzarsi. Arrivarono un ex-Celtic, Don Chaney, e un futuro Celtic, M.L. Carr (che vincerà due titoli – nel 1981 e nel 1984 – insieme a Larry Bird). Tra i nuovi innesti c’era anche un playmaker di riserva, che indossò la maglia numero 10. Si chiamava Mike D’Antoni, colui che nel 2017 ha ricevuto il secondo premio di Coach Of The Year della sua carriera NBA.

All’alba della stagione 1975/76, la ABA era al collasso. Le franchigie iscritte al campionato erano dieci, ma i Baltimore Claws dichiararono il fallimento ancor prima di riuscire a mettere piede in campo. Dopo sole undici partite alzarono bandiera bianca anche i San Diego Sails (già San Diego Conquistadors). A dicembre toccò agli Utah Stars, vincitori del titolo ABA nel 1971. Visto che era da tempo in cantiere il progetto di unire gli Stars e gli Spirits, formando una nuova franchigia (con sede a Salt Lake City) chiamata Utah Rockies, i migliori giocatori di Utah furono mandati a St. Louis tramite una sorta di dispersal draft. Ecco dunque Randy Denton, Steve Green, Ron Boone e soprattutto Moses Malone accasarsi alla corte di coach Thorn. Per fare spazio ai nuovi arrivati, Gus Gerard venne mandato ai Denver Nuggets e Fly Williams, non all’altezza della fama che lo accompagnava, fu tagliato senza troppe remore dall’allenatore, il quale non poteva più sopportare la sua presenza.

A proposito di ‘presenze ingombranti’, alcuni giocatori cominciarono ad eccepire sugli atteggiamenti da star di Marvin Barnes. Su tutti Maurice Lucas che, a differenza di Barnes, non aveva mai saltato un allenamento ed era un compagno di squadra modello. Lucas chiese alla dirigenza di liberarsi del numero 24 e Rod Thorn si dichiarò pienamente d’accordo con lui. Per tutta risposta, Weltman e soci fecero partire proprio Lucas, spedendolo ai Kentucky Colonels in cambio del centro Caldwell Jones. Marvin era praticamente ‘intoccabile’, in quanto la dirigenza lo riteneva l’imprescindibile uomo-franchigia. Soprattutto, pensava che la sua presenza avrebbe fatto ‘ingolosire’ la NBA, spingendola a includere gli Spirits nell’inevitabile e imminente fusione tra le due leghe. In quel secondo anno, però, i problemi causati da Barnes divennero sempre più insostenibili, per lui e per la squadra. Da una parte c’erano le classiche ‘marvinate’, come l’episodio in cui il giocatore lasciò le chiavi della nuova Buick a quello che sembrava, ma non era affatto, un parcheggiatore; l’auto non fu mai ritrovata. Dall’altra c’erano vicende ben più gravi. Sempre più attratto dalla ‘vida loca’, Barnes iniziò a frequentare degli spacciatori e a fare uso di cocaina, a volte persino durante le partite (nascondendo le dosi negli asciugamani). Un giorno si presentò negli spogliatoi brandendo una pistola (che si rivelerà scarica), scatenando il panico tra compagni e staff. Racconterà in seguito che, in quel periodo, coinvolgeva spesso molte star avversarie nelle sue ‘notti brave’, con lo scopo subliminale – a suo dire – di farle arrivare stanche alla partita.

Marvin Barnes, stella degli Spirits, in azione contro i Kentucky Colonels

Marvin Barnes, stella degli Spirits, in azione contro i Kentucky Colonels

Rod Thorn era esasperato. Oltre a tutte le questioni extra-parquet, Marvin era diventato un problema anche in campo, dove era sempre più restio a passare il pallone, preso com’era dal collezionare statistiche altisonanti. Una sera, il coach lo prese da parte e intavolò con lui una lunga – e apparentemente costruttiva – conversazione. Sembrava che tutto fosse chiarito, ma il giorno dopo il giocatore non si presentò all’allenamento. Ne saltò altri quella settimana, senza mai dare una giustificazione plausibile, così Thorn decise di lasciarlo in panchina per l’intera sfida casalinga contro i Colonels. Una scelta che mandò su tutte le furie il presidente Weltman. In quell’occasione, infatti, la St. Louis Arena era insolitamente gremita; quasi diecimila persone erano accorse per veder giocare gli Spirits contro i campioni ABA, e chiamavano a gran voce l’idolo di casa, Barnes. L’esperienza di Thorn nel Missouri era agli sgoccioli, e infatti la dirigenza gli diede il benservito poco tempo dopo.
Anche perché la squadra faticava enormemente. Moses Malone giocò soltanto 43 partite per via di un piede rotto, mentre lo stesso Barnes saltò parecchi incontri in seguito alla causa intentata contro di lui da un ex compagno a Providence, che Marvin aveva colpito con un cric durante una rissa.

Per cercare di tenere a galla una barca che stava rapidamente affondando, fu chiamato Joe Mullaney. Premiato come Coach Of The Year nel 1974, quando era sulla panchina dei Memphis Sounds, Mullaney arrivava da un’altra situazione ‘tragica’; era stato infatti assunto come allenatore dei Baltimore Claws, falliti senza nemmeno disputare una partita. Quando gli Spirits chiamarono, accettò di buon grado (il pane bisognava pur guadagnarselo); bastarono pochi mesi in compagnia di Marvin Barnes affinché se ne pentisse amaramente. Il numero 24 era ormai un’anima perduta. Continuava a saltare gli allenamenti e aveva un debito da record con la società per tutte le multe che non aveva mai pagato. In campo faceva sempre e solo quello che gli passava per la testa. Una volta, Bob Costas vide coach Mullaney con le mani nei capelli, e lo udì chiaramente ripetere a sé stesso: “He’s killing me… He’s killing me…”.

La massiccia presenza di pubblico per la gara contro Kentucky fu un caso isolato; solitamente l’affluenza si aggirava intorno alle 800-1000 persone per le partite di cartello e gravitava intorno alle 400-500 presenze per gli altri incontri (tutto ciò nonostante il prezzo dei biglietti non superasse mai i 7 dollari). Per attrarre gli spettatori all’arena, la dirigenza le provò davvero tutte; dalla gara di mungitura alle lotte con orsi e alligatori (sempre durante l’intervallo), fino ad arrivare alle varie ‘pizza-night’, ‘burger-night’ e via dicendo (si regalavano pizze, hamburger e altre opinabili prelibatezze nel caso in cui gli Spirits superassero un certo punteggio). L’unica idea che trovò un minimo di riscontro fu quella di regalare a ogni spettatore uno degli amatissimi palloni tricolori della ABA. In quel caso l’entusiasmo fu però eccessivo, visto che la gente iniziò a lanciarli ovunque, creando un caos inimmaginabile. Durante uno show di metà partita, una mascotte travestita da hamburger si aggrappò con troppo vigore a un canestro, facendo irrimediabilmente piegare il ferro. Weltman a quel punto si lanciò al suo inseguimento, intimandogli di fermarsi immediatamente. Per riparare il danno, la ripresa delle operazioni fu ritardata di venti minuti… L’apice del grottesco, però, fu raggiunto la sera in cui venne organizzata la più classica delle ‘half court shot challenges’; qualora lo spettatore sorteggiato fosse riuscito a segnare da centrocampo, avrebbe vinto un viaggio intorno al mondo. Per evitare spiacevoli inconvenienti, il sorteggio fu ‘manipolato’ ad arte, e fu estratto un amico dello speaker dell’arena. Volente o nolente (non era comunque facilissimo), il ragazzo centrò il bersaglio grosso, causando un presumibile malore ai fratelli Silna. La società, che cercava affannosamente di uscire da un mare di debiti, avrebbe dovuto pagare al nostro eroe una vacanza da sogno!

Marvin Barnes

Marvin Barnes

Questa serie di tragicomici eventi fece da contorno agli ultimi mesi di vita della ABA. Marvin Barnes e Ron Boone presero parte a uno dei più strani All Star Game di sempre. Con sole sette squadre ancora in attività, la partita venne disputata tra i Denver Nuggets (la franchigia ospitante) e una selezione di stelle provenienti dagli altri team. Per la cronaca, vinsero i Nuggets, grazie ad una prova da MVP dello sfolgorante David Thompson.
Gli Spirits terminarono la stagione con un record migliore rispetto all’anno precedente (35 vinte – 49 perse), ma con ciò che era rimasto della lega si poteva formare un girone solo. St. Louis chiuse al sesto e penultimo posto (davanti solo ai disastrati Virginia Squires, che regalarono ai posteri un ‘memorabile’ 15-68), non riuscendo a qualificarsi per i playoff.

Assegnato l’ultimo titolo della sua storia ai New York Nets (che sconfissero Denver in finale), la ABA era pronta per chiudere definitivamente i battenti. Le trattative per la tanto attesa fusione, che andavano avanti ormai da anni, si conclusero nell’estate del 1976, quando la NBA decise di espandersi accogliendo quattro squadre della lega ‘rivale’.
Ai neo-campioni (i Nets) e ai loro ultimi avversari (i Nuggets) si unirono gli Indiana Pacers (la squadra più vincente della storia ABA, con tre titoli conquistati) e i San Antonio Spurs. Le quattro franchigie (che furono sottoposte a delle tasse di ammissione pressoché insostenibili, tanto che i Nets dovettero cedere ‘Doctor J’ a Philadelphia) erano caratterizzate dalla presenza di grandi stelle (su tutte Julius Erving, David Thompson e George Gervin), ma soprattutto da una solidissima struttura societaria, caratteristica decisamente non in comune con le tre escluse.

Gli Squires erano sull’orlo del fallimento da parecchi mesi e, quando la stagione si concluse, si defilarono prontamente. I Kentucky Colonels, invece, erano stati una delle squadre di punta della lega, ma il loro proprietario, John Y. Brown, aveva perso un mucchio di soldi negli ultimi anni. Dichiarò di non poterne più del basket professionistico, si fece dare dalla ABA una buonuscita di 3,3 milioni di dollari e annunciò il fallimento della franchigia. Peccato che, poche settimane più tardi, acquistò i Buffalo Braves della NBA per la cifra di 1,5 milioni, chiudendo la sua ‘calda estate’ con un bel gruzzolo in tasca e con una franchigia nuova di zecca.

Se quella di Brown fu indubbiamente una gran bella mossa, l’accordo con cui i fratelli Silna fecero uscire di scena gli Spirits Of St. Louis sarebbe stato ricordato in eterno come il più grande affare nella storia dello sport. A detta delle persone a loro vicine, i proprietari volevano a tutti i costi conservare la franchigia. Il loro avvocato, Donald Schupak, mise a ferro e fuoco ogni singola riunione tra le due leghe, battendosi per far includere anche gli Spirits nella nuova NBA. Il commissioner Larry O’Brien, però, non riteneva St. Louis un mercato valido. Gli stessi Hawks, nonostante il titolo vinto nel 1958, non erano mai riusciti ad attrarre a palazzo il numero di persone sperato. Schupak e i Silna dovettero quindi cedere, ma lo fecero alle loro condizioni. Tanto per cominciare, la ABA versò loro 2,2 milioni di dollari. In più, chiesero e ottennero un settimo dei proventi da diritti televisivi di ciascuna delle quattro franchigie superstiti, con il 10% delle entrate che sarebbe spettato al fido Schupak. Il tutto con una piccola ma fondamentale clausola, che recitava le parole “in perpetuity”, ovvero “in eterno”.

Daniel (a sinistra) e Ozzie Silna, proprietari degli Spirits

Daniel (a sinistra) e Ozzie Silna, proprietari degli Spirits

Negli Anni ’70, le partite della NBA avevano un seguito a dir poco modesto e i suoi incontri, spesso e volentieri, venivano trasmessi in differita. Con l’arrivo dei vari Magic Johnson, Larry Bird e Michael Jordan, però, la popolarità della lega salì vorticosamente, portando all’astronomico accordo del 2014 da 2,6 miliardi di dollari a stagione. Non c’è bisogno di fare chissà quale proporzione per rendersi conto che i fratelli Silna iniziarono ben presto a nuotare nell’oro, come Zio Paperone nel suo deposito. Nel corso dei decenni, il leggendario affare portò nelle loro casse una somma che si aggira intorno ai 300 milioni di dollari, ottenuti senza dover avere mai più a che fare con il mondo del basket. La NBA provò più volte a rescindere il patto, ma senza alcun successo. Per convincere i Silna, David Stern propose addirittura di rinominare i New Orleans Hornets, rimasti senza proprietà dal 2010 al 2012, trasformandoli in New Orleans Spirits e lasciando ai vecchi proprietari i diritti sul nome. Nel 2014, i fratelli gettarono finalmente la spugna, convinti da una faraonica proposta da 500 milioni di dollari.
Ozzie Silna, il fratello più anziano, si spense nel 2016 all’età di 83 anni. Tra i ricordi degli ‘anni ruggenti’ degli Spirits, aveva conservato un cappellino con davanti il logo della squadra, e dietro una scritta tanto ‘nostalgica’ quanto beffarda: “IN SPIRIT. IN PERPETUITY”.

Dopo lo scioglimento della franchigia, alcuni giocatori ebbero delle fortunate carriere NBA (Moses Malone e M.L. Carr su tutti), altri si ritirarono, altri ancora scelsero di proseguire in Europa. Tra questi ci fu Mike D’Antoni che, dopo due sole apparizioni con la maglia dei San Antonio Spurs, attraversò l’oceano e scrisse la storia del nostro basket con la maglia dell’Olimpia Milano. Nel documentario di ESPN intitolato Free Spirits, l’attuale allenatore degli Houston Rockets dichiarò che gli Spirits “rappresentavano tutto ciò che c’è di giusto e di sbagliato nello sport”.

Una volta tagliato da St. Louis, James ‘Fly’ Williams venne messo sotto contratto dai Philadelphia 76ers, ma alla fine non venne inserito nel roster della squadra. Passò gli ultimi anni da professionista tra le leghe minori americane e Israele, poi tornò fra le strade e i playground della ‘Big Apple’. Nel 1987, durante una partitella su un campetto di Brooklyn, Fly ebbe un alterco con un avversario, che senza pensarci troppo gli sparò. Se la cavò, ma riportò gravi danni allo stomaco, ai polmoni e ai reni. La vita di strada ebbe presto il sopravvento su quella cestistica, e Williams entrò nella tetra spirale dell’alcool, della droga e del crimine. Fu coinvolto in almeno altre tre sparatorie e finì in carcere più volte per tentata rapina e possesso di stupefacenti. La sua escalation terminò a maggio 2017, quando la polizia di New York scoprì che Williams era a capo di una banda (di cui facevano parte anche i figli) che gestiva un massiccio traffico di droga in quel di Brooklyn. La tormentata vita del leggendario streetballer è raccontata, sempre da Rick Telander, nella biografia The Fly 35, uscita nel 2009.

Anche per la stella più luminosa degli Spirits, Marvin Barnes, il tramonto della ABA segnò l’inizio di un rapido declino. ‘Bad News’ fu scelto dai Detroit Pistons con la quarta chiamata al dispersal draft del 1976, ma quella che calcò i parquet della NBA sembrava soltanto l’ombra del fenomeno di un tempo. Marvin cambiò quattro squadre in quattro stagioni (dopo i Pistons fu la volta di Buffalo Braves, Boston Celtics e San Diego Clippers), prima di sparire per sempre dai radar del basket che conta a nemmeno 28 anni. Durante la sua permanenza a Boston, la sua strada si incrociò nuovamente con quella di Bob Costas, che gli propose un’intervista. Dopo una serie di rinvii e attese, Marvin chiese alla sua vecchia conoscenza se poteva accompagnarlo “in un posto” ad incontrare “delle persone”. Costas declinò l’invito, liquidando la faccenda con un’intervista telefonica. Quegli anni furono caratterizzati da una nuova serie di problemi extra-parquet, anche se ben più gravi di quelli che avevano fatto impazzire un allenatore dopo l’altro a St. Louis. Il processo per il colpo di cric si risolse con una maxi multa e con la condanna alla libertà vigilata. Una sentenza che Marvin violò prontamente, finendo di conseguenza dietro le sbarre.

L'uomo-simbolo degli Spirits, Marvin 'Bad News' Barnes

L’uomo-simbolo degli Spirits, Marvin ‘Bad News’ Barnes

Nell’autunno del 1980, Barnes approdò nel campionato italiano, dove disputò sette partite con la maglia della Hurlingham Trieste. In campo mostrò sprazzi di talento da All-Star (viaggiò a una media di 15 punti e 11 rimbalzi) ma, ancora una volta, si fece notare principalmente per le vicende ‘di contorno’. Si rifiutò di scendere in campo in un’amichevole precampionato per via di un palazzetto – a suo giudizio – troppo piccolo per la sua fama. Un giorno la RAI decise di trasmettere in diretta il secondo tempo di una partita dell’Hurlingham. Barnes fu inesistente per tutto il primo tempo, poi, una volta accese le telecamere, iniziò a dispensare grande pallacanestro. La sua avventura friulana finì quando si scoprì che organizzava, insieme ad alcuni compagni, un giro di festini a base di cocaina e prostitute. Angelo Baiguera, ex giocatore triestino, ma anche dirigente sportivo e musicista (la cui vita meriterebbe un romanzo), dedicò a Marvin una canzone, intitolata Cattive Notizie.

Dopo lo scandalo dei festini, ‘Bad News’ Barnes tornò negli Stati Uniti, dove le sue cattive abitudini lo trascinarono sempre più in basso. Una volta fu sorpreso a rubare riviste per adulti in un negozio, in un’altra occasione gli venne trovata una pistola (scarica) nella borsa. Seguirono altri ‘soggiorni’ in carcere per furto, possesso di droga e violazione di domicilio. L’ex stella degli Spirits, a un certo punto, si ritrovò addirittura a dormire per le strade di San Diego. I fratelli Silna cercarono in tutti i modi di salvarlo, pagandogli le spese per la riabilitazione e coinvolgendolo nella Rebound Foundation, un’organizzazione dedita all’educazione dei ragazzi provenienti da situazioni sociali disagiate. L’ 8 settembre 2014, Marvin fu trovato morto nella sua casa di Providence, Rhode Island, all’età di 62 anni. Insieme a lui, si spense una volta per tutte la fiamma della squadra più selvaggia, improbabile, ‘sbagliata’ che sia mai esistita.

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