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NBA e razzismo: dalla favola dei Miners ad oggi

di Pierluigi Ninni
Razzismo e NBA

Un breve viaggio in 50 anni di storia del basket americano, travagliati da una riluttante questione: la piaga del razzismo. Tanti i campioni coinvolti, innumerevoli le storie da raccontare fino alle odierne opinioni contro Donald Trump.

Quando la NBA odierna era ancora una lontana illusione, in America si lottava ogni giorno di più per l’uguaglianza. Una battaglia strenua, combattuta su molti fronti: dalla politica allo sport, dalla quotidianità alla TV. Negli anni in cui Martin Luther King diffondeva il verbo e lo slogan “I have a dream”, la mentalità degli americani stava cambiando ed il 1965 ne fu una concreta dimostrazione. Dopo l’assassinio di uno dei paladini della lotta contro il razzismo come Malcom X, successe qualcosa che avrebbe cambiato la storia dello sport americano e globale. Sto parlando della favola di El Paso(Texas), con protagonista coach Don Haskins.

LA FAVOLA DEI MINERS

Tutto ebbe inizio nell’inverno del 1965, quando il 35enne Don Haskins, ex allenatore di basket femminile, venne ingaggiato dalla Texas University come coach della squadra di basket NCAA. Sostenitore accanito della parità delle “razze”, Don Haskins volle rivoluzionare l’intero mondo del basket. Il suo obiettivo era quello di comporre una squadra con più uomini neri che bianchi. Egli si mise a girovagare tutti i palazzetti di oltreoceano.

Alla Summer League del 1965, Haskins iniziò a comporre il suo puzzle: il primo a seguirlo in Texas fu Bobby Joe Hill, che allora giochicchiava dei minuti con Detroit (Il “genio ribelle” lo seguì dopo non pochi ripensamenti). Dalla periferia malfamata di Chicago, Don Haskins reclutò i due “fratelli di colore” Harry Flournoy e Orsten Artis. In seguito si aggiunsero anche i ragazzini del playground di New York: Nevil Shed, Willie Cager e il playmaker Willie Worsley. A completamento dell’armata di El Paso, ai Miners si unì il gigante buono David Lattin.

La squadra era al completo, vista la presenza di cinque giocatori bianchi in squadra: Dick Myers, Louis Baudoin, Jerry Amstrong e i due rappresentanti di El Paso, Dave Palacio e Togo Railey. Tutti giocatori, bianchi compresi, affamati di gloria ed in cerca di un riscatto sociale. Tra l’incredulità di tutti e le voci sospettose del pubblico, i Miners di Don Haskins iniziarono la loro stagione con una vittoria in casa sonoramente accompagnata dai fischi dei propri tifosi.

E così fu per il resto della stagione: aggressioni, sputi, lanci di oggetti, insulti e offese varie. Ma i Minors, accompagnati da una condizione fisica stratosferica e da una voglia di stupire insormontabile, riuscirono a vincere 23 partite in stagione regolare. Solo una sconfitta in stagione per i ragazzi dell’università di El Paso (a Seattle per soli due punti): fu finale NCAA. A quel tempo la lega universitaria era dominata da una squadra praticamente invincibile, quasi come i Golden State Warriors di oggi in NBA: si trattava dei Kentucky Wildcats. In una delle finali più seguite della storia della NCAA, accadde l’incredibile: Don Haskins, stufo dei ripetuti attacchi razziali, schierò solo sette giocatori, tutti rigorosamente neri. Quello che accade dopo, nel Cole Fields House di College Park (Maryland), è storia, anzì leggenda.

Non ci fu partita: i Miners, in sette, batterono i favoriti Wildcats per 72 a 65. Fu una gioia indescrivibile per tutto il popolo nero d’America. L’apoteosi si raggiunse quando, dopo l’ennesimo gesto di scortesia bianca, il quale consistette nel non portare la scala per il cosiddetto “taglio della retina”; Shed salì sulle spalle di Worsley e strappò la rete del canestro. Un gesto che ebbe il sapore della libertà. Allora, in NBA, solo il 5% dei giocatori aveva la pelle nera.

DAGLI ANNI 80′ AD OGGI: FENOMENO ATTENUATO, MA SEMPRE PRESENTE

Da quel momento, una crescita esponenziale sia a livello di giocatori che di interesse invase la popolazione afroamericana. Tanti campioni come Abdul-Jabbar, Johnson, Jordan sconvolsero la lega per la loro innaturale forza. Ma la stregua razziale non si frenò: numerosi episodi scandalosi continuarono a ripercuotersi sui professionisti di colore: vittime illustri furono anche lo stesso Jabbar e Magic. Ma come loro, tanti altri finirono nella morsa razziale.

Non ultimi, gli episodi che hanno coinvolto due presidenti delle franchigie NBA: Donald Sterling, ex presidente dei Clippers, espulso a vita dalla lega per aver vietato alla fidanzata di portare persone sgradite (leggete “di colore”) alle partite dei suoi Clippers, e Bruce Levenson, ex boss di Atlanta, che in una intervista del 2012 esplicava la voglia personale di vedere meno spettatori afroamericani alle partite dei suoi Hawks, radiato anch’egli.

Oggi, dopo le affermazioni antisemite e la politica razzista perseguita dal presidente Donald Trump, gli States e lo sport stelle e strisce sono ricaduti nel baratro interminabile del razzismo. Ah dimenticavo, i Texas Miners sono una delle 5 squadre che fanno parte della Naismith Basketball Hall of Fame. Perché per essere indimenticati non bisogna fare solo la storia, ma occorre dimostrare di essere UOMINI veri. Vero, Donald?

 

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