Death lineup. Stretch four. Queste sono le parole chiave della seconda giovinezza che sta vivendo – tra una finale e l’altra – Andre Iguodala.
Nella Baia californiana, Steve Kerr ha guidato la rivoluzione del run-and-gun, ispirandosi ai playbook di Phil Jackson e Jeff Hornacek. Il sistema dei Warriors si basa fondamentalmente sulla transizione, e la loro difesa impermeabile è dovuta anche alle caratteristiche fisiche dei gialloblu che consentono di cambiare quasi su ogni blocco. Chiave di questa strategia sono Draymond Green e il suddetto Iggy, titolari del fisico e della velocità necessari per stare sia con un piccolo sia con un lungo. Questo è il ruolo dello stretch-four, sempre più ricercato nell’NBA odierna.
Oltre a questi aspetti tecnici, vanno considerati l’esperienza e il cuore del nativo di Chicago: sia nella marcia trionfale dell’anno scorso, sia nelle battaglie di questa stagione, quando il gioco è diventato duro davvero, Kerr si è affidato al suo n.9, schiera dolo addirittura in quintetto in gara 7 contro i Thunder.
“E’ chiaro che è l’MVP delle ultime Finals, ma la sua parte interessante è che sembra capace di dare alla sua squadra esattamente ciò di cui ha bisogno in un momento specifico“. Queste parole di coach Donovan rendono l’idea di come l’ex Philadelphia e Denver sia in grado di spostare l’equilibrio non di una partita, ma di una serie con difesa, atletismo letture intelligenti, e acuti che solo uno nato per questo gioco può regalare.
Il declino di OKC dopo il 3-1 è figlio di svariate cause, e una di queste è senza dubbio la pressione a tratti insopportabile che Iguodala ha messo sulle spalle di Durant, causando palle perse e letture non ottimali. Storia già sentita a giugno scorso nel duello con LeBron, il quale per gli infortuni di Love e Irving si è ritrovato nella situazione per cui era fuggito a Miami, ovvero dover reggere in solitaria tutto l’attacco di Cleveland. Il Re ci stava anche riuscendo, ma l’ascesa di Iggy lo ha logorato spianando la strada a Curry per il primo titolo della Baia in più di 40 anni.
“Parlavo con qualcuno riguardo al seguito della mia carriera, – ha detto Iguodala – e mi ha detto che dovrei focalizzarmi sulle situazioni ad alta tensione. E’ come se i sensi si intensificassero i quei momenti, semplicemente devo fare in modo che accada qualcosa per la squadra, i miei compagni sanno che nella battaglia sono lì per loro. Sento di aver giocato per molto tempo, di aver studiato il Gioco. Divertirsi e lavorare duro paga in quelle situazioni.“
Nelle ultime due gare, KD è stato costretto al 40% dal campo e al 26% da tre, nelle stesse partite in cui Iguodala ha fatto segnare il minute-high della sua stagione. Anche quando non lavorava per essere l’ombra del 35, l’ala di Kerr raddoppiava da manuale su Westbrook o su Ibaka, rendendo asfissiante la pressione sull’attacco di OKC.
“E’sempre l’eroe di cui non si parla – ha detto Kerr – non ha mai i numeri che ti saltano all’occhio nelle statistiche, quindi non si parla molto di lui. Ma è un difensore fenomenale, e ha un’intelligenza incredibile“.
“Adoro quelle situazioni, – ha aggiunto il veterano – sarà perché mi concentro al massimo e il margine d’errore non c’è più”.
A dimostrazione di quest’analisi e di queste dichiarazioni, c’è stata gara 1 di venerdì. Il supporting cast di Golden State ha vinto sfruttando i buchi della difesa dei Cavs e nascondendo la serata no degli Splash Brothers; a capo della spedizione c’erano uno Shaun Livingston ‘in missione per conto di Dio’ e , ovviamente, colui che ha risposto con una tripla al colpo basso di Dellavedova, the man from Chicago, Andre Iguodala.

