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Jabbar su George Floyd: “Il razzismo non è un virus peggiore del COVID?”

di Francesco Catalano

Il caso George Floyd negli Stati Uniti, ma anche in tutto il globo, sta avendo una risonanza potentissima. A dire il vero, quella che merita. Oramai tutti siamo venuti a conoscenza della tragica morte dell’afroamericano sul cui collo gravava il ginocchio sadico dell’officiale di polizia che ha protratto la sua esecuzione anche dopo aver sentito i rantoli accorati di George che implorava “Non respiro!”

Questo, dopo anche l’omicidio di Ahmaud Arbery, è l’ennesimo episodio violento perpetrato dalla comunità bianca americana. E in particolari dagli agenti di polizia nei confronti della comunità afro-americana. Il problema razziale sussiste nel nuovo Continente da quando gli Stati Uniti stessi sono nati.

Ci sono state tante tappe nella storia americana (vedi per esempio il tredicesimo emendamento di Abraham Lincoln) che hanno provato ad invertire il senso di marcia e ad andare nella direzione di una uguaglianza tra etnie diverse. Ma questa parificazione non si è mai verificata.

Nel secolo scorso questa violenza contro i neri d’America è proseguita imperterrita. Il duplice mandato alla Casa Bianca dell’ex presidente Barack Obama sembrava fosse stato un grande passo verso quella direzione. Ma ancora, come è risultato evidente, c’è ancora tanta strada da fare. Tuttavia, tanto sangue continua ancora a scorrere.

Per la morte di George Floyd sono insorte tante voci celebri tra cui quella accorata di Stephen Jackson, ex giocatore NBA e grande amico di Floyd. Ma l’intera comunità afro-americana è insorta in questi giorni. Questo evento è stato considerato per la sua efferatezza un’ulteriore affronto da non poter essere tollerato.

In questi giorni negli States stanno dilagando le manifestazioni per ricordare Floyd e per chiedere giustizia. Non mancano nemmeno le proteste violente. Minneapolis, infatti, è stata messa negli ultimi giorni a ferro e fuoco. Un’orda di manifestanti continua ad assalire edifici e a bruciare macchine. Va detto: non mancano tra i manifestanti coloro che approfittano della situazioni per rubare e effettuare atti vandalici.

Jabbar continua: “Provate a mettervi nei panni di uno di noi per quello che è successo a George Floyd”

Il presidente Donald Trump non ha perso tempo per definirli “delinquenti” e ha già iniziato a minacciare l’intervento dell’esercito. C’è chi si scandalizza addirittura per il fatto che queste manifestazioni, anche quelle pacifiche e nel rispetto delle regole, avvengano in barba alle disposizioni straordinarie richieste dal virus.

Ha voluto chiarezza anche su questo punto Kareem Abdul-Jabbar sulle colonne del Los Angeles Times. Jabbar, ex campione dei Los Angeles Lakers, è ora uno scrittore di successo e ha voluto mettere in guardia i lettori del Times da un virus più potente e pericoloso di quello che circola ora in tutto il mondo, ossia il COVID19.

Parafrasando le parole di Jabbar: perché coloro che stanno manifestando dovrebbero preoccuparsi del coronavirus quando incombe su di loro la minaccia di un virus molto più pericoloso che potrebbe colpire in futuro anche i loro figli e nipoti?

Sì, perché il razzismo e in particolare l’odio bianco nei confronti degli afro-americani potrebbe essere una minaccia ben peggiore rispetto al pericolo messo in campo da questa pandemia.

Questo perché è figlio di una mentalità contorta e prevaricatrice che calpesta i diritti di una intera comunità. Questo evento per un bianco può essere qualcosa di sconvolgente e inaccettabile, ma dopo qualche minuto la rabbia e lo sconcerto passano e si torna tranquillamente alla serie tv che si stava vedendo su un comodo divano.

Mentre quell’episodio per una persona nera è molto più sconvolgente. Significa essere in pericolo. Significa non poter girare per le città serenamente. Ed essere sempre in costante apprensione per i propri figli e per la propria famiglia. Anche questo è un’altra considerazione messa in evidenza da Jabbar che in coro, insieme a tantissime altre persone, chiede giustizia.

Chissà se almeno questo episodio potrà riscuotere la coscienza di un popolo, come quello americano, da sempre profondamente diviso per quanto riguarda la questione razziale.

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