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George Floyd, Dwane Casey e Jaylen Brown esprimono il loro sdegno, rivolta pacifica ad Atlanta

di Gabriele Melina

Lunedì scorso, un cittadino afroamericano dal nome George Floyd è stato ucciso da un poliziotto bianco nel mentre di un controllo. Egli, dopo essere stato accusato di aver utilizzato una banconota falsificata all’interno di un negozio locale, è stato costretto dagli agenti presenti sul posto a sdraiarsi per terra. Successivamente, uno di questi ufficiali ha posizionato il suo ginocchio sinistro sul collo del presunto colpevole, mantenendo tale posizione per quasi otto minuti, andando a causare la tragica morte dello stesso Floyd.

L’incidente è stato catturato in un video, all’interno del quale è chiaramente mostrato il macabro e violento approccio utilizzato dagli agenti nei confronti dell’imputato. L’ accaduto ha scatenato l’ira di svariati cittadini provenienti da diverse parti del mondo, tutti schieratisi contro i poliziotti ed a favore del loro licenziamento. “Per favore, per favore, per favore, non riesco a respirare. Mi fa male lo stomaco. Mi fa male il collo. Per favore, per favore. Non riesco a respirare“, sono state le ultime parole di George Floyd.

Nei giorni successivi, molteplici giocatori NBA hanno deciso di condividere il loro senso di sdegno nei confronti dell’accaduto, raccontando tale sensazione di disprezzo o attraverso i social network, oppure prendendo parte a delle proteste civili e pacifiche messe in atto lungo strade statunitensi. Nel primo caso, uno dei personaggi che più si è esposto è stato Stephen Jackson, ex ala con alle spalle quattordici anni di carriera all’interno della lega. Qui di seguito, sono riportate le sue parole:”Quando sono venuto a conoscenza dell’accaduto, ho iniziato ad urlare, ho spaventato mia figlia, mi sono quasi rotto la mano a forza di pugni, ero davvero così arrabbiato. Io sono quel tipo di ragazzo, mi arrabbio e mi viene una faccia piena di lacrime quando vedo un senzatetto per strada che non posso aiutare, figuriamoci, quando si tratta del mio migliore amico, ucciso per aver falsificato una banconota da venti dollari. Da quel momento, non sono più lo stesso“.

L’ex San Antonio Spurs considerava George Floyd un suo “fratello gemello“, avendolo conosciuto svariati anni prima nello stato del Texas. In un secondo momento, è intervenuto pubblicamente anche Dwane Casey, capo allenatore dei Detroit Pistons. Quest’ultimo è cresciuto nel Kentucky durante il periodo della desegregazione, ovvero quel processo volto a porre fine alla segregazione razziale, ed ha descritto nel suo toccante messaggio come bisognerebbe cambiare radicalmente il modo attraverso il quale osserviamo e viviamo la realtà che ci circonda.

“Cinquantaquattro anni fa ero un bambino di otto anni che viveva nelle zone rurali del Kentucky, quando le scuole dovevano essere desegregate. A quel tempo non esisteva alcun tipo di cellulare, o social network, per far capire agli altri il modo in cui venivo trattato. Mi sentivo impotente. Mi sentivo come se non avessi né visto, né ascoltato, né capito la realtà. Ad oggi, noto ancora quante persone continuino a provare quegli stessi sentimenti, e mi chiedo: quanto è cambiato davvero il mondo? Quanto spesso si viene giudicati solo per il colore della pelle? Quanto è cambiato il mondo da quando ero io un piccolo ragazzino?

“In sostanza, dobbiamo cambiare il modo in cui ci consideriamo e ci ascoltiamo. Dobbiamo lavorare tutti assieme, così da trovare una soluzione che garantisca trasparenza, equità, così che si possano fermare tutti quei problemi che gli afroamericani devono affrontare nel corso della loro vita. Ci vuole un cambiamento culturale, fermiamo l’ingiustizia in questo momento. Non permettiamo ad un’altra generazione di continuare a vivere in un mondo in cui è considerata inferiore o disuguale rispetto alle altre. Ora è il momento di mettere in atto un vero cambiamento”.

Jaylen Brown, in macchina da Boston ad Atlanta per dare vita ad rivolta pacifica sui diritti umani

Anche Jaylen Brown, ala militante con i Boston Celtics, ha deciso di far sentire la sua voce, dando vita ad una protesta pacifica lungo le strade di Atlanta, nello stato della Georgia. Il ventitreenne ha affrontato un viaggio in automobile di ben quindici ore, partendo dalla città del Massachusetts per poi raggiungere la località in cui la rivolta ha preso atto.

“Questa è una protesta civile”, ha affermato in primis Brown, dotato di megafono per poter gridare al mondo le sue parole di indignazione. “Essere un giocatore NBA non mi esclude da questa conversazione, sono un membro della comunità afroamericana, e sono qui per rendere le persone consapevoli di tutte le ingiustizie che sono accadute recentemente. Sono ancora una persona giovane, ma credo che vada considerata comunque anche la mia prospettiva, non conosco le risposte a tutte le domande della vita, ciò nonostante, mi sento come tutti gli altri in questo momento”

Al prodotto di California si è unito anche Malcolm Brogdon, point-guard degli Indiana Pacers. Queste sono state alcune delle sue parole:”I nostri figli guarderanno indietro a questa protesta, e diranno: “Ne facevi parte”. Stiamo vivendo un momento fondamentale all’interno della nostra storia. Ho un nonno che ha marciato accanto a Martin Luther King Jr. negli anni ’60, ed è stato fantastico. Sarebbe orgoglioso di vederci tutti qui. Dobbiamo continuare a lottare con tutte le nostre forze. Jaylen ha guidato questa protesta, ed è stato fantastico, sono orgoglioso di lui, abbiamo bisogno di più leader del suo calibro per poter ottenere una risposta“.

 

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