Come ogni altra istituzione di questi tempi, anche la NBA si attrezza per fronteggiare l’impatto economico di una crisi che durerà ancora parecchie settimane, a causa della pandemia di covid-19 che ha interessato in maniera importante anche gli Stati Uniti.
La lega ha approvato un “aumento di capitale” che porterà la liquidità dai circa 650 milioni attuali ad 1.2 miliardi di dollari per far fronte alle impellenze economiche durante lo stop della stagione. A convincere il board of governors NBA è stata una consulenza con Vivek Murthy, ex capo del Dipartimento di Sanità Pubblica negli USA, che ha rappresentato alla lega lo scenario peggiore, ovvero quello di una pandemia la cui crescita avrà come effetto collaterale quello di bloccare per un periodo di tempo esteso la stagione.
Il mese di giugno resta la prima data potenzialmente utile per la ripresa, ma l’andamento degli ultimi giorni anche negli Stati Uniti mette tale traguardo in dubbio. La nota positiva che Murthy ha prospettato alla NBA è l’applicazione severa delle norme di distanziamento sociale e chiusura che il governo ha finalmente intrapreso, e che se rispettate dovrebbero portare dei risultati nel medio-lungo periodo.
La cifra stanziata dalla lega servirà a mitigare i danni economici derivati sia da una ripresa della stagione a porte chiuse (la NBA sta studiando la possibilità di giocare in impianti più piccoli, per ridurre l’impatto di una grande arena vuota e facilitare le dirette TV e streaming), che da una cancellazione in toto della stagione. I mancati introiti si manifesteranno nei prossimi anni su salary cap e possibilità di spesa della squadre sul mercato: l’attuale soglia del salary cap per le squadre NBA è fissata a circa 115 milioni di dollari (per il 2020\21), cifra che potrebbe abbassarsi sensibilmente.

