Per ricordare l’ultima azione significativa dei Suns nella post season ci vuole uno sforzo improbo. Gara-6, il palasport ancora sponsorizzato US Airways: Grant Hill in difesa prodigiosa su Kobe Bryant. Inutile. Canestro, 107-100, time-out Gentry ma ormai buoi scappati, nella fattispecie vestiti di gialloviola in direzione Finals, poi vinte alla settima contro la Gramigna Verde. Ecco, se qualcuno si è avvicinato alla spicchiata dopo quel 2010, non ha mai visto i Suns ai playoff. “Nemmeno altre”, si dirà a ragion veduta, e sarebbe precisazione corretta. Tuttavia, per quello che ha rappresentato Phoenix tra la rivoluzione dantoniana e l’arte nashana, ciò appare un peccato neanche troppo veniale. Un peccato a cui forse nemmeno nel 2017 si porrà rimedio.
CAMBIAMENTI DI GIOCO
Dall’Arizona con furore è necessario prima di tutto risolvere il dilemma del back court. Bledsoe e Knight sono due ottimi play moderni, ma tendono ad avere caratteristiche similari, e nessuno dei due propende conclamatamente verso lo spot di guardia, e fanno ombra a Tyler Ulis che certo non lo è una sua volta. Goodwin lo sarebbe, ma è un realizzatore estemporaneo, discontinuo, che magari trarrà beneficio da quel Marlon Garnett che vedemmo anche in Italia tra Treviso e Varese una decina d’anni fa, e che ora è assistente con compiti di sviluppo dei giocatori.
Booker resta un mistero non esplicabile o forse sì, i due lungagnoni in centro sono intimidatori (l’accento grave o acuto cambia relativamente il senso della parola), ma i presunti titolari dello spot di ala forte sono due diciannovenni (Chriss e Bender) che, per quanto talentuosi, devono pur sempre abbandonare la sezione “teen”. Un quintetto con il primo da 3 e il secondo da 4, promettente fin che si vuole, a questi livelli lo paghi, anche se è una scelta che magari darà dividendi nel lungo periodo e i due saranno le colonne portanti della squadra. Ma come ci insegna la moda da “The Decision” in poi, il leggendario “lungo periodo” è animale in via d’estinzione.
PREVISIONI PHOENIX SUNS
Eh, le previsioni… Le previsioni sono sotto la zona post season. I “se” da imbroccare sono tanti, troppi, per una squadra che non ha neanche una guida tecnica sicura e navigata. Per evitare di diventare viceversa un Avery Johnson 2.0, il dottor Watson dovrà dare prova di nervi saldi, mano ferma, elasticità mentale, competenza, idee chiare sulla direzione da seguire. Se ci riuscirà, Phoenix diventerà un brutto cliente, altrimenti sarà un’altra stagione di insuccesso. Quelle che in Arizona vedono ormai da sei anni, una continuità di cui avrebbero certamente fatto a meno.

