Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiRockets, via McHale ma i problemi restano: che succede a Houston?

Rockets, via McHale ma i problemi restano: che succede a Houston?

di Marco Tarantino

“Houston abbiamo un problema”. Questa frase sentita e risentita in film, telefilm, commedie e in mille altre situazioni descrive perfettamente la situazione attuale della squadra texana, ma andiamo con ordine.

La storia di ogni franchigia Nba è suddivisibile in ere o in cicli ed anche quella di Houston è divisibile in tale maniera. Dopo gli anni del binomio Yao Ming-Tracy McGrady la città che ospita la sede della Nasa ha passato tre anni di transizione, anni nei quali non è mai arrivata la qualificazione alla post season. Alla fine di questo periodo, nell’estate del 2012, i Rockets decisero di puntare, per rialzare la china, su un ragazzo che fino alla stagione precedente aveva fatto le fortune uscendo dalla panchina per OKC. Stiamo ovviamente parlando di James Harden.

Dopo una prima stagione buona, conclusasi con 45 vittorie e con la qualificazione ai playoffs come ottava testa di serie, il GM Daryl Morey decise di aggiungere un altro tassello importante ad una squadra già abbastanza completa e con giovani talenti di grandi prospettive come Chandler Parsons e Terrence Jones. Questo tassello si chiama Dwight Howard, reduce da una stagione disastrosa nella città degli angeli. Il primo anno della nuova era firmata Barba-Superman ha visto la squadra di coach McHale chiudere al quarto post ad ovest con un record di 54 vittorie, salvo poi uscire in un clamoroso primo turno contro Portland. La stagione successiva a Houston rimase tutto più o meno invariato, salvo il mancato rinnovo di Parsons e la decisione di sostituirlo con un giocatore che garantiva più difesa e più esperienza come Trevor Ariza. I ragazzi comandati in panchina da un hall of famer e in campo dal talento di Harden hanno sorpreso tutti gli appassionati, con un gioco frizzante fatto di transizioni, tiri da tre e tanta tanta corsa, l’arrivo a stagione in corso di Josh Smith e Corey Brewer ha dato profondità e qualità alla panchina, garantendo la qualificazione ai playoffs come seconda testa di serie alla spalle dei Warriors, contro i quali hanno alzato bandiera bianca in sei partite nella finale di conference.

Questa stagione però tutto sembra essere cambiato. In peggio. Anzi molto peggio.Dopo un’estate passata ad inseguire il grande nome da affiancare al duo Harden-Howard, si è deciso di puntare su Ty Lawson, tagliato da Denver per problemi comportamentali e non di certo in una fase positiva della sua carriera, dato che le altre star che erano free agent avevano deciso di accasarsi altrove. Inoltre non è da dimenticare il mancato rinnovo di Josh Smith, finito alla corte di Doc Rivers ai Clippers. Così dicendo Houston è arrivata alla palla a due della prima di regular season con una squadra indebolita rispetto alla passata stagione e con una panchina di livello basso.

Nelle prime tre partite sono arrivate tre sconfitte rispettivamente con Denver , Golden State e Miami, sconfitte che avevano messo in luce i due problemi più grossi di questi Rockets: DIFESA e organizzazione del roster quantomeno dubbia. Nelle successive quattro partite sono arrivate quattro vittorie, complice il risveglio dal letargo che aveva colpito Harden nelle prime apparizioni, vittorie alla quali però hanno fatto seguito altrettante sconfitte in fila che sono costate la panchina all’ex Celtics. Nonostante il cambio la musica non è cambiata e prima della vittoria di stanotte 114-116 contro Phila, non proprio i più temuti della lega, erano arrivate altre tre sconfitte in quattro partite.

In tutti gli sport del mondo è comune il pensiero che a far vincere titoli e partite sia una buona organizzazione difensiva, con giocatori pronti a sacrificarsi e a buttarsi su ogni pallone per evitare un canestro o per recuperare un pallone. Ecco diciamo che questi principi non stanno di casa al Toyota Center. Il quintetto dei Rockets è formato da Harden, grandissimo attaccante e realizzatore ma su 40 minuti di permanenza in campo è un lusso se difende per 2-3 minuti, Howard, che anche lui come il compare è tutto meno che un buon difensore e oltretutto in attacco non è più il giocatore che era una volta e Terrence Jones che non è proprio il Dikembe Mutombo della situazione. Gli altri due sono Trevor Ariza e Patrick Beverly che sono anche gli unici due che quanto meno provano a fare qualcosa in difesa, ma come tutti sanno se in un quintetto difendono solo due giocatori su cinque le possibilità di vincere le partite diventano ben poche. Se guardiamo in panchina la situazione è tutto meno che rosea. Il cambio di Beverly è uno tra Lawson e Terry che per motivi differenti non sono utili al progetto Houston. Lawson non è mai stato un gran difensore ma almeno compensava con un gran apporto offensivo, quest’anno invece anche quello è carente tanto che si parla della sua peggior stagione in carriera, Terry ormai è troppo anziano per dare un reale contributo alla causa. Il cambio di Howard è Clint Capela che è ancora troppo acerbo per avere un impatto significativo alla causa nonostante si stia dimostrando davvero un buonissimo giocatore.

A Houston ci troviamo davanti ad una situazione difficilmente risolvibile, gli stipendi pagati sono alti e la possibilità di muoversi sul mercato molto limitata, visto anche la scarsa qualità dei componenti del roster. La stagione passata i problemi difensivi erano nascosti dalle ottime prestazioni al tiro e dalla fluidità della manovra offensiva dei ragazzi di coach McHale, quest’anno che anche queste due qualità stanno mancando le lacune difensive sono emerse e difficilmente potranno essere sanate. Il GM dovrà iniziare a guardarsi in torno e pensare magari di sacrificare uno dei pezzi da novanta sui quali ha deciso di puntare un paio di stagioni fa. La soluzione migliore è probabilmente quella di cercare una trade che vede protagonisti Howard e Lawson e provare a sostituirli che possono dare un maggior impatto divensivo, e che in attacco siano più funzionali al loro tipo di gioco. Sono passate solo 17 partite e ne mancano ancora molte, ma considerando il livello della western conference se vogliono avere speranze di qualificarsi ai playoff devono porre rimedio velocemente ad una situazione che rischia di prendere una piega ancor peggiore di quella che ha già preso. “Houston abbiamo un problema”, i tifosi dei razzi sperano che questa frase smetta velocemente di essere valida anche per il basket.

Per NBA Passion,
Zeno Nesti

 

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