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From the Corner #10: il caso Love e non solo

di Antonio Sena

In questo appuntamento di From The Corner parliamo di uno degli argomenti che stanno facendo più discutere: il caso Kevin Love. La situazione del lungo dei Cleveland Cavaliers rappresenta un malcontento che i giocatori in passato dimostravano molto meno, sia verso la franchigia che verso i compagni.

E non è l’unico che, negli ultimi anni, sta prendendo determinate posizioni spesso in contrapposizione con la propria società, dimostrando come un giocatore scontento possa cambiare l’intera annata del team.

From the Corner #10: Love è stanco dei Cavs

Sembra ormai agli sgoccioli la pluriennale e gloriosa esperienza in Ohio di Kevin Love, e non poteva finire in un modo peggiore. La rottura è totale, ed è presumibile che Love venga ceduto di corsa entro l’arrivo della trade deadline. Ma come si è arrivati a questo?

Il motivo principale è sicuramente il crollo del livello del team. Dall’addio di LeBron James, Cleveland non ha mai dimostrato di volersi rinforzare, anzi. Le tante sconfitte hanno portato via draft solo il fin qui poco convincente Collin Sexton, mentre molti role player stanno trovando spazio in una squadra con poco senso. Love non è più giovanissimo (31 anni) e vuole giustamente sfruttare gli ultimi anni di buono stato fisico per giocarsi di nuovo il titolo.

La richiesta di trade è quindi sacrosanta, ma finora Cleveland ha fatto ‘orecchie da mercante’, nel tentativo di ottenere il più possibile dalla sua cessione.

Kevin Love

Kevin Love, star dei Cleveland Cavaliers

La goccia che fa traboccare il vaso

Purtroppo, a furia di tirare, la corda si è spezzata e la situazione è degenerata velocemente. Nella partita contro i Thunder, Love ha mostrato tutta la sua frustrazione, lanciando in malomodo la palla verso un compagno dopo un gioco mal riuscito. Ma non si tratterebbe di un gesto isolato, il nervosismo era evidente e sembra sia causato da un forte diverbio avuto col general manager della franchigia Koby Altman, dove Love ha sfogato tutta la sua rabbia sulla mancanza di volontà e cattiveria dei propri compagni.

Ormai è chiaro che Love debba andare via, ma cosa potrà mai chiedere Cleveland, proponendo un giocatore al primo anno di un pesante quadriennale da 120 milioni, con molti problemi fisici, ed ai ferri corti con la franchigia? E’ proprio questa carenza di potere d’acquisto, che rischia di creare un pericolo stallo tra le parti, che può portare Cleveland ad ottenere poco o nulla dall’eventuale trade.

From the Corner #10: Il potere in mano ai giocatori

programmazione NBA

L’arrivo di Davis ai Lakers è la dimostrazione del potere dei giocatori

Il caso è solo la punta dell’iceberg di una situazione sempre più comune nella NBA. I casi di malcontento tra i giocatori sono sempre più comuni, e social e stampa sono il veicolo migliore per amplificarli.

Tra i casi più recenti segnaliamo Brandon Ingram, che ha polemizzato sui numerosi rinnovi pluriennali dell’ultimo periodo, che non lo hanno mai riguardato. Ma anche Karl-Anthony Towns sta cominciando a dimostrare alcuni ‘mal di pancia‘ per la poca competitività del suo team, attirando le attenzioni di altre squadre. Per non parlare di Jimmy Butler, e del suo ammutinamento dello scorso anno, che ha costretto Minnesota a liberarsene il prima possibile per evitare problemi di spogliatoio. E come dimenticare la richiesta di cessione di Anthony Davis fatta ai New Orleans Pelicans nell’inverno scorso? Il giocatore voleva essere ceduto ad una nuova squadra per iniziare un nuovo corso: i Los Angeles Lakers ci provarono, ma la dirigenza di NOLA riuscì a resistere agli assalti giallo-viola salvo poi confezionare la trade in estate.

Questa influenza indiretta, nasce anche per un motivo. A differenza della maggior parte delle altre discipline, e tralasciando alcune clausole particolari, la NBA non dà alcun potere contrattuale ai giocatori, che si trovano talvolta costretti a cambiare casacca anche contro la propria volontà. Questa politica ha dei pro e dei contro e non staremo qui a questionarli. Il punto focale, è che la situazione sta cambiando, ed i giocatori stanno assumendo sempre più peso nelle decisioni della franchigia. Ma il potere dei giocatori non lo si vede solo nei malumori. Elementi di caratura, rispettati ed ascoltati, possono decidere della sorte di una trade.

Tanti indizi fanno una prova, è ormai indubbio che le franchigie dovranno tener conto sempre di più dello stato emotivo dei propri giocatori (soprattutto dei più carismatici) per poter tenere alto o migliorare il livello del proprio roster.

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