Kyrie Irving: “Boston è una vera città sportiva”

Kyrie Irving è molto contento del suo arrivo ai Boston Celtics. Il ragazzo infatti, oltre ad inserirsi alla perfezione nello spogliatoio, sta assimilando l’essenza di una delle città più legate allo sport d’America.

Possiamo dire quindi che, insieme al desiderio di uscire dall’ombra del King, Kyrie Irving abbia voluto puntare alla conquista di una piazza importante del basket americano.

Ai microfoni di Rick Bonnell del Charlotte Observe, il campione di Boston dichiara: 

Quando penso che sto giocando a Boston, riesco a percepire la forza di una piazza sportiva diversa dalle altre.

Il paragone con Cleveland

Uncle Drew, inoltre, riserva un curioso paragone con la sua ex franchigia, spiegando: “Boston è incredibile: tante culture, persone e cibi. Se vai a Cleveland è completamente diverso, manca tutto questo”.

Kyrie Irving sta ultimando la PreSeason, ed è sembrato in forma per affrontare al meglio questa stagione. Il ragazzo è stato decisivo nell’ultima partita contro i Charlotte Hornets, mettendo a segno una doppia doppia molto importante.

Con questa vittoria i Boston Celtics chiudono la loro fase antecedente al campionato, senza sconfitte e con molte speranze e aspettative per il futuro.

Ovviamente stiamo parlando di PreSeason, ma di certo Kyrie Irving, il 17 ottobre contro i Cleveland Cavaliers, cercherà di dare il massimo per cominciare col piede giusto la sua esperienza a Boston.

Il rammarico di Thomas di non aver seguito le orme di Brady

Thomas e Brady in una foto insieme

Isaiah Thomas e Tom Brady, come già risaputo, sono grandi amici. Insieme hanno condiviso l’amore per  Boston e il desiderio di portare questa città al top nei rispettivi sport. Sono due grandi giocatori, e qualche volta hanno anche unito le loro forze per migliorare ancora l’appeal di Boston (come non ricordare il loro apporto per convincere Durant a giocare per i Celtics nell’estate scorsa). E nonostante ora Thomas sia stato scambiato, il rapporto tra i due è rimasto immutato.

Il messaggio di Brady

Proprio Brady è stato tra i primi a scrivere ad Isaiah, dopo aver saputo dello scambio tra Celtics e Cavs. Thomas ha riferito pubblicamente i testi dei messaggi. Al “Come stai?” di Tom, il playmaker ha risposto con un semplice “E’ incredibile, si tratta di business“. Brady, dandogli ragione, gli ha augurato buona fortuna.

Il nativo di Tacoma ha aggiunto:

Dopo questi messaggi mi sono sentito ferito. Guardo la carriera di Brady ai Patriots, e capisco che proprio questo era quello che volevo fare io con i Celtics. Essere scelto al draft senza essere risaltato, e, attraverso determinazione, duro lavoro e un po di talento, iniziare a vincere. Fino a stabilire una tradizione vincente, rimanendo a Boston e vincendo trofei per tutto il resto della mia carriera, così da divenire uno degli sportivi più grandi di sempre di questa città. Questa era la carriera che sognavo di fare. Volevo che questa era dei Celtics entrasse nella storia, e io con lei. Quindi, quando ho ricevuto quei messaggi da Tom, mi sono sentito triste.”

Isaiah Thomas pensa al futuro: resterà a Boston?

Celtics

Il playmaker 2 volte All-Star dei Boston Celtics, Isaiah Thomas, sembra essere molto turbato in questo periodo. Il motivo di questo suo malessere, però, non deriva dalla sconfitta per 4-1 subita per mano dei Cleveland Cavaliers nelle finali di Eastern Conference. Il numero #3, invece, appare preoccupato per il suo futuro.

Già lo scorso anno il GM Danny Ainge voleva scambiarlo per avere un’altra scelta al Draft o per giocatori più interessanti.

“Boston ha cambiato la mia carriera, mi ha cambiato la vita”, ha detto Thomas. “Mi piacerebbe restare qui per sempre, mi piacerebbe vincere con i Celtics, ma, come voi sapete, – dice rivolgendosi ai giornalisti di CSN New England il basket è un business e può succedere di tutto. Questa città, questa organizzazione, insomma tutto dei Celtics è stato fantastico”.

Isaiah Thomas
Isaiah Thomas

Isaiah Thomas non ha nulla da recriminarsi. La sua prestazione nella regular season ha superato di gran lunga le aspettative: la sua media realizzativa è stata di ben 28,9 punti. In più, bisogna tener presente il tremendo lutto che ha colpito la famiglia Thomas poco più di un mese fa.

Adesso ciò che si chiedono i fan di questa franchigia è: la quasi certa scelta al Draft dei Boston Celtics, Markelle Fultz, sostituirà il folletto celtico o verrà inserito insieme ad altri in uno scambio per prendere giocatori del calibro di Paul George e Jimmy Butler?

Celtics, Jaylen Brown in dubbio per game-5 contro Cleveland

Jaylen Brown

Per i Boston Celtics la sfida contro i Cavaliers si fa ancora più complicata del previsto dopo l’infortunio subito da Jaylen Brown in game-3, alla vigilia dell’attesissimo confronto del TD Garden di questa notte.

Questa serie, per la squadra di coach Brad Stevens, è naturalmente la più complicata da affrontare in questi Playoffs, dopo i primi due turni massacranti contro Chicago Bulls e Washington Wizards. Nonostante il vantaggio del fattore campo, i Celtics hanno subìto nelle prime due partite lo strapotere fisico e tattico della squadra campione NBA, e soprattutto l’onnipotenza cestistica di LeBron James, vero trascinatore dei Cleveland Cavaliers.

Nelle successive due gare della Quicken Loans Arena di Cleveland si sono mischiate le carte in tavola: i Boston Celtics, dopo il pesante passivo di -44 in gara-2 (peggior passivo di una testa di serie ai Playoffs NBA), hanno mostrato con orgoglio di poter riaprire i giochi e restituire il favore subìto nelle prime due gare del TD Garden, accorciando così la serie sul 2-1. I Boston Celtics però, hanno subìto a loro volta una strepitosa rimonta in gara-4, grazie ai 42 punti di Kyrie Irving, portando ora la serie sul definitivo 3-1. Questa notte, quindi, i Cleveland Cavaliers potrebbero chiudere i giochi: una vittoria dei campioni in carica può far chiudere la serie, portandoli così alle Finals NBA per il terzo anno consecutivo.

I Boston Celtics, quindi, questa notte si troveranno davanti ad una partita decisiva con l’unico obiettivo di cercare di riaprire la serie e giocarsi il tutto per tutto in gara-6 alla Quicken Loans Arena, nonostante l’assenza di uno degli elementi più importanti del sistema difensivo di Brad Stevens: Jaylen Brown.

Nelle ultime ore, infatti, è emerso che il #7 dei Celtics, secondo l’insider Chris Forsberg, non sarà della partita a causa di un infortunio all’anca che lo terrà fuori probabilmente fino alla vigilia di una probabile gara-6.  Questo infortunio si aggiunge a quello di Isaiah Thomas, anche lui fuori dopo gara-2 e ai continui acciacchi di Avery Bradley. Riuscirà la squadra di Stevens a mettere a segno il colpaccio? La partita di questa notte ci darà forse l’ultima sentenza sulle Eastern Conference Finals.

East Coast cities nicknames – I soprannomi delle città dell’NBA

boston skyline

Nel mondo NBA i soprannomi e modi di dire si avvicendano senza soluzione di continuità. Come dimenticare lo “Showtime” di johnsoniana memoria negli anni ’80, il “Dream Team” vincitore dell’oro alle Olimpiadi del ’92, “Hackeem The Dream”, fino ai più moderni “The Choosen One”, “Durantula” e “Splash Brothers”, solo per fare alcuni esempi. Anche le squadre hanno i propri nomignoli: “Dubs”, “Jail Blazers”, “Big Three”, la fantasia americana non ha limiti nel trovare nickname per ogni cosa.

shaquille o'neal
Da una statistica ufficiale della NBA, il 93% dei soprannomi li ha inventati lui.

Ma non sono solo i team o i singoli giocatori ad avere il piacere (o talvolta scontare la pena) di un soprannome. Ogni città degli Stati Uniti, infatti, può vantare un nomignolo, spesso affettuoso, legato alle proprie origini. E talvolta anche alla propria storia cestistica.

In questa prima puntata, vediamo i nick delle città che ospitano le franchigie della East Coast.

Atlantic Division>>>

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Il successo dei Patriots come ispirazione per “the king of the fourth”

Quella passata è stata una splendida settimana per i Boston Celtics e i New England PatriotsBoston, con 5 vittorie su 5 giocate nell’ultima settimana ha centrato l’en plein, mentre i Patriots hanno messo in scena una splendida rimonta, recuperando 25 punti agli Atlanta Falcons e vincendo il Super Bowl numero 51.

I due uomini chiave delle rispettive squadre sono Isaiah Thomas e Tom Brady, i quali sono anche molto amici; già in passato si sono scambiati parole al miele, e lo stesso quarterback ha provato ad aiutare Boston (invano) a convincere Kevin Durant ad approdare nel Massachusetts.

 

Le parole di Thomas

Dopo l’impresa di New England di domenica, Thomas, a proposito del marito di Gisele Bundchen, ha dichiarato

Ha detto che non sarebbe finita fino all’ultimo secondo. Era cosi orgoglioso dei suoi compagni e della città; nessuno si è arreso e tutti hanno continuato a combattere. E’ come se ci avesse mandato un messaggio, per cui ora è il nostro turno

Isaiah Thomas sta disputando una stagione fantastica, mettendo a referto 29.9 punti, 6.4 assist e 2.7 rimbalzi considerando tutta la stagione, ma ultimamente ha alzato l’asticella ancora di più, e, insieme a Westbrook, è, al momento, il playmaker più dominante della lega. Grazie a lui Boston si trova al 2° posto e cerca di lottare ad armi pari con i Cleveland Cavaliers, i campioni in carica. Inoltre, l’impresa di Brady e compagni non ha fatto altro che motivare ancora di più il numero 4 dei Celtics.

Thomas, uomo simbolo di una franchigia ed una città

“The king of the fourth” ha aggiunto su Brady:

Ho bisogno di prendere spunto da lui. Ha 5 anelli, è incredibile; è il miglior quarterback, il miglior giocatore di football di sempre. Sono senza parole.”

Senza dubbio, Boston ha vissuto una settimana davvero incredibile a livello sportivo, confermandosi una città vincente in tutti gli sport americani (baseball, hockey, basket e football) e vantando personaggi sportivi e mediatici destinati a fare la storia dei loro rispettivi sport. Ci è già riuscito Brady, e probabilmente ci riuscirà anche Thomas.

L’estate NBA: Boston Celtics

Con l’inizio, abbastanza “frizzante”, di questa free agency, diamo un occhio ad ogni franchigia, cercando di capire quali sono gli obiettivi a breve e a lungo termine, dove migliorare e che strada si sta percorrendo.

Quinto episodio: è il turno dei Boston Celtics.  I tifosi verdi possono essere fiduciosi per il futuro. La squadra è ricca di giovani (a partire da Coach Stevens) che potranno dire sicuramente la loro nei prossimi anni, ma l’anno prossimo? A cosa può puntare la franchigia nella stagione 2016-17?

La stagione 2015-16:

La passata stagione dei Celtics ha visto la squadra classificarsi seconda nella Atlantic Division della Eastern Conference con un record di 48-34. Al primo turno dei playoff però, la squadra è stata eliminata da Atlanta in una serie conclusa in sei gare. Il “New Deal” della squadra non è sicuramente un piano a breve termine, ciononostante, la squadra ha mostrato un ottimo basket, condito da idee che possono rivoluzionare questa pallacanestro sempre più incentrata sullo small ball.

Da dove ripartire:

La certezza: Isaiah Thomas

Isaiah Thomas rimane l’uomo franchigia anche per l’anno prossimo, anche se la carta d’identità segna 27, indice negativo, in una squadra quasi interamente under 25. Il play ex-kings è però il più preparato a guidare la squadra ed è sicuramente un punto fermo, un mentore per i più giovani. Si riparte però anche da Al Horford nuovo green al TD Garden. Il nuovo centro è sicuramente un rinforzo importante ma non l’unico secondo Ainge, che ha
promesso ai tifosi di trovare il modo di non far rimpiangere l’ex promesso sposo Durant. Dal draft è arrivato Jaylen Brown che, a dirla tutta, ha fatto un po’ storcere il naso ai tifosi. Aspettiamo a parlare, diamoli tempo (vero Knicks?). Con le altre scelte sono arrivati: Guerschon Yabusele, Ante Žižić, Deyonta Davis, Rade Zagorac, Ben Bentil, Abdel Nader che andranno a completare il reparto lunghi.

Come agire:

Futuro green per il numero 0?

Una guardia in grado di fare concorrenza a Bradley non sarebbe male, considerando che la dirigenza crede molto in Brown e non sembra avere intenzione di agire nel ruolo di ala piccola, e ricordiamo, inoltre, che voci recenti vorrebbero un interessamento per Russell Westbrook. Il reparto lunghi è composto quasi interamente da rookie, con Zeller e Sullinger pronti a dire addio. Vediamo come il veterano Horford sarà in grado di facilitare l’ingresso di questi giovani nel mondo NBA. Quello che è certo è che nei prossimi anni Boston dirà la sua.

Obiettivi per la prossima stagione:

Nonostante il netto passo avanti fatto dalle squadre di east, i Celtics devono ancora puntare ai playoff: il tanking è inutile, dato che dispongono ancora di ottime scelte l’anno prossimo. È chiaro che i molti rookie potrebbero incontrare difficoltà con l’impatto nel mondo dei grandi, a questo si aggiunge che bisogna vedere come si troverà Horford lontano da Atlanta. I tifosi di Boston possono fidarsi del “New Deal” ed essere speranzosi per il ritorno ai fasti che merita la squadra.

San Patrizio protettore di Boston e dei Celtics

In Italia c’è San Francesco;
In Inghilterra c’è San Giorgio;
mentre a Boston c’è San Patrizio, il quale, pare si sia accasato al numero 100 di Legends Way, noto ai più come TD Garden, casa dei Boston Celtics.

Che l’Inglese col trifoglio sia ben voluto nella capitale del Massachussetts, così come nel nord-est degli Stati Uniti, è risaputo ma , a quanto sembra, è addirittura diventato sinonimo di Vittoria per i ragazzoni vestiti di bianco e di verde.

Statistiche:

La statistica parla chiaro: dal 1946 – anno di fondazione della franchigia e della stessa NBA – ad oggi, i Celtics hanno disputato ben 5461 partite, a fronte di un record di 3212 “W” e di 2249 perse,con una percentuale di vittorie pari a 58,81%.

Prendendo in considerazione gli incontri disputati nel giorno di San Patrizio, ossia il 17 di Marzo dal 1950 al 2014, il dato è praticamente invariato: in 39 gare, infatti, i Bostoniani hanno superato gli avversari in 23 occasioni, contro le 16 sconfitte per un  58,97% di successi.

“E quindi?” direte voi

Il dato più impressionante, e per nulla scontato, è il numero e la percentuale di successi (totali e consecutivi) che la squadra che fu di Russell sta inanellando tra le mura amiche: dopo appena 3 vittorie sui primi 6 incontri casalinghi (con un iniziale 0-2 dal 50 al 54!) i Boston Celtics non perdono in casa da 12 partite, ossia addirittura dal 1968 (gara persa 139 a 147 contro gli allora Baltimore Bullets, ora conosciuti come Washington Wizards)per un record totale di 15-3 sul parquet incrociato!

Non solo imbattibilità da quasi 50anni però, i numeri di questo giorno particolare hanno addirittura del divino: sulle 39 partite disputate sono i Celtics hanno superato quota 100 in 27 occasioni per un totale assoluto di 4241 punti (media di 108.7 contro i 105,0 degli avversari), se prendiamo in considerazione le partite casalinghe, invece , siamo a 16 su 18 (nel 50 e 54 sono stati 96 e 95) per un totale di 2096 (116,4 contro 107,5)

Numeri individuali Boston Celtics*:

Partite: 9 Paul Pierce

Minuti : 51 Dana Barros, 1996

Rimbalzi offensivi: 8 Dominique Wilkins, 1995

Rimbalzi difensivi e totali 14 (18) Robert Parish, 1991

Assist: 16 Rondo ,2012

Recuperi: 5 Pierce (2000)e Kenny Anderson (1998)

Stoppate : 4 Perkins, 2009

Larry Bird dei Boston Celtics
Larry Bird con la sua numero 33

Bird, inoltre, è titolare della miglior prestazione assoluta fatta registrare da un giocatore dei Boston Celtics nelle partite disputate il 17 marzo: nel ’85 Larry segno 48 punti (record per i Bostoniani in questo specifico giorno) frutto di un 17/32 al tiro , 14/15 ai liberi , catturando inoltre 15 rimbalzi, smazzando 7 assist e recuperando 2 palloni

non mi resta che augurarvi BUON SAN PATRIZIO!
(bevete responsabilmente)

Celtics, Ainge: “La scelta dei Nets è importante ma non intoccabile”. Colpo in arrivo?

I Celtics potrebbero chiudere una trade che porti a Boston un big name? Probabilmente si ed Ainge si sta muovendo forte per cercare di rinforzare una squadra che si è dimostrata più avanti del previsto nel suo processo di crescita in questa stagione.

Ainge si è lasciato anche andare ad una dichiarazione molto interessante in chiave mercato: “La scelta dei Nets è importante per noi. Ma non è intoccabile”.

Il colpo potrebbe essere Blake Griffin? Possibile. Ma difficile che i Clippers se ne privino ora per una scelta futura. Il 18 è vicino ed Ainge prepara i fuochi d’artificio: esploderanno?

A Postcard From…Boston

Per il secondo appuntamento di questa rubrica ci occuperemo della città che ospita i Celtics, Boston. La città si trova nello stato del Massachussets e nella regione del New England, ed è la capitale di entrambi. Con i suoi 655.884 abitanti è una delle città più importanti della East Coast statunitense e la ventunesima città più popolata degli USA.

Nella foto la meravigliosa skyline di Boston
Nella foto la meravigliosa skyline di Boston

Boston è una tra le città più antiche degli Stati Uniti, infatti venne fondata nel 1630 da un gruppo di coloni inglesi sulla penisola di Shawmut. Qui, nel 1773, avvenne un fatto molto importante per la storia del Paese, il Boston Tea Party, che segnò l’inizio della ribellione nei confronti della madrepatria e la rivoluzione americana. Dopo l’indipendenza la città rimase un importante porto e centro manifatturiero.

Boston è riconosciuta soprattutto per essere un centro universitario di notevole importanza. Nella zona di Boston sono presenti più di 50 atenei: tra questi ci sono anche college e istituti tra i più prestigiosi al mondo come l’Università di Harvard, dove hanno studiato personaggi famosi come Mark Zuckerberg, Barack Obama, John Fitzgerald Kennedy e Bill Gates, il MIT (Massachussets Institute of Technology) e il Boston College.

La città più importante del New England è rappresentata da una franchigia in tutte le quattro leghe sportive statunitensi più importanti: oltre ad ospitare i Celtics, ci sono i New England Patriots di NFL, i Boston Red Sox di MLB e i Boston Bruins di NHL. Inoltre è di Boston anche la squadra militante in MLS, New England Revolution. Ogni anno, dal 1897, il terzo lunedì di aprile viene disputata la maratona di Boston, che ogni anno richiama circa 20.000 partecipanti.

La Boston Marathon accoglie ogni anno 20.000 partecipanti
La Boston Marathon accoglie ogni anno 20.000 partecipanti

Tra i quartieri più interessanti della città troviamo Charlestown, una delle zone più storiche di Boston, e Chinatown, il quartiere cinese intorno a Beach Street. Gli stadi della città sono il Gillette Stadium, dove giocano i Patriots e i New England Revolution, si trova in una cittadina a 35 km di distanza da Boston, Foxbourogh; i Boston Red Sox giocano al celebre Fenway Park, lo stadio è nel centro della città e, per quanto riguarda il baseball, è sicuramente il più famoso e antico al mondo. I Boston Celtics e i Bruins invece giocano le partite casalinghe al TD Garden (spesso chiamato Boston Garden), situato nel quartiere West End.

Il TD Garden è il parquet incrociato che ospita iCeltics ma è anche la casa dei Bruins
Il TD Garden è il parquet incrociato che ospita iCeltics ma è anche la casa dei Bruins

I personaggi famosi legati a Boston sono gli Aerosmith, Benjamin Franklin, i Dream Theater, i Dropkick Murphys, Edgar Allan Poe, John Fitzgerald Kennedy, Abraham Lincoln, Matt Damon, Uma Thurman, John Cena, Mark Wahlberg e il presidente dell’AS Roma James Pallotta; mentre è nata in questo luogo la showgirl e modella italiana Melissa Satta. I giocatori NBA nati a Boston sono Patrick Ewing e Bill Laimbeer, ma non possiamo non citare un altro giocatore che è, e sarà per sempre legato a Boston, Larry Bird.

Once Upon a Time: Shaquille O’Neal

Shaquille O’Neal è sicuramente una delle più grandi icone dell’NBA del 21º secolo e non solo. Durante la sua carriera ha sempre dimostrato la sua personalità controversa e bizzarra. Ma nonostante tutto quello che si può dire, rimane un vincente, perché con i 4 titoli ottenuti è tra i giocatori che si sono aggiudicati più campionati NBA.
Shaquille Rashaun O’Neal
nasce a Newark, New Jersey, il 6 marzo 1972. Fin dalla nascita il padre naturale, Toney, è assente, e non riconosce Shaquille come suo figlio (infatti i cognome O’Neal è della madre), ma il ragazzino trova la figura paterna nel sergente Philip Harrison, un militare americano. Il quartiere dove c’è casa O’Neal non è tra i migliori della città, anzi, è piuttosto malfamato e furti e sparatorie sono all’ordine del giorno.
Però la mamma e il figlioletto non impiegano tanto tempo a trasferirsi, infatti seguono sempre il sergente Harrison nelle basi dei Marines dislocate in tutto il mondo. Fin da piccolino O’Neal è più alto e grande degli altri ragazzini, viene chiamato spesso “Bigfoot”, soprannome che non gli piace affatto. Nonostante le sue capacità fisiche il suo sogno non è diventare un giocatore di basket, bensì sfondare nel campo della musica. Però un incontro fortuito gli cambia la vita. All’età di 14 anni si trova in Germania, prende un po’ di confidenza con la palla a spicchi, ma i movimenti sono piuttosto lenti e impacciati, allora decide di chiedere aiuto a Dale Brown, allenatore di Louisiana State University, il quale, dopo aver contattato il ragazzo per un provino, gli chiede da quanto tempo si trova nell’esercito. O’Neal, stupito dalla domanda, rivela di essere solo un quattordicenne. Brown resta a bocca aperta: non solo aveva trovato il lungo per la squadra, ma lo aveva trovato per caso e con il minimo sforzo.

Shaquille O'Neal al college, con Louisiana State
Shaquille O’Neal al college, con Louisiana State

Harrison, per permettere al figlio di crescere, decide di tornare negli Stati Uniti, a San Antonio, in Texas. Il ragazzo si iscrive alla Cole High School, e i risultati sono fin da subito eccellenti. Dopo due anni il centro lascia la scuola, con due campionati scolastici in tasca e un bottino di sole due sconfitte in due anni. Tutte le migliori università hanno il suo nome sui taccuini, ma Shaquille mantiene la promessa fatta in precedenza e approda a LSU.
Quando entra a far parte di Louisiana State, coach Brown ha già a disposizione un grande organico. Le opzioni offensive principali sono lo scorer Chris Jackson (poi diventato Mahmoud Abdul-Rauf) e il lungo Stanley Roberts. L’allenatore non vuole stravolgere gli schemi, quindi la prima opzione in attacco resta Jackson, e poi, a seconda chi è in campo ed è libero, O’Neal o Roberts. Questa scelta però non si rivela soddisfacente, a causa dell’eccessiva somiglianza nel gioco dei due centri, che finiscono sempre a pestarsi i piedi. Al termine della stagione Shaq chiude con 13.9 punti, 12 rimbalzi e 1.9 assist di media. Roberts, stanco dei continui combattimenti sotto canestro, firma con il Real Madrid; Jackson, invece, si dichiara eleggibile al Draft NBA e va a giocare tra i Pro.
Nel suo anno da sophomore Shaquille diventa la sola stella della squadra e, da protagonista, macina 27.6 punti, 14.7 rimbalzi e 1.6 assist per allacciata di scarpe. Nonostante questo Louisiana State University non raggiunge la Final Four del Torneo NCAA. Tutte le franchigie NBA pensano che O’Neal si dichiari eleggibile per il Draft del 1991, ma non hanno fatto i conti con il sergente Harrison, che lo invita a passare un altro anno a Baton Rouge. L’anno da junior però è probabilmente il più frustrante della sua vita: le difese avversarie conoscono il suo modo di giocare e lo limitano a “soli” 24 punti e 14 rimbazli a partita. Per quanto riguarda i premi individuali viene selezionato per il primo quintetto All-American sia durante l’anno da sophomore che durante quello da junior. Viene anche nominato miglior giocatore di college durante il secondo anno.

Si dichiara eleggibile al Draft NBA del 1992 dove viene selezionato con la prima scelta assoluta dagli Orlando Magic, franchigia della Florida, fondata quattro anni prima. All’arrivo di Shaq nel roster dei Magic c’è anche Stanley Roberts, il quale viene ceduto subito per evitare tensioni negli spogliatoi. Nella prima stagione, grazie a una media di 23 punti e 14 rimbalzi, viene nominato Rookie dell’anno e la squadra manca per un soffio l’arrivo ai playoff NBA.

Shaq con la maglia di Orlando
Shaq con la maglia di Orlando

Nella stagione ’93/’94 O’Neal incrementa la sua media di 6 punti e lega particolarmente con il rookie Penny Hardaway, con cui forma un’asse play-centro straordinaria. La squadra approda ai playoff, ma la mancanza di un’ala grande degna di nota è fondamentale nella corsa al titolo. Quel posto viene occupato dallo scontento Horace Grant. Grant, ex titolare nei Bulls tre volte campioni tra il 1991 e il 1993, si lamenta di essere poco considerato nella “Windy City”, allora il GM dei Magic coglie la palla al balzo e porta il giocatore ad Orlando. Con l’addizione di Grant (ottimo rimbalzista) e la maturazione di Hardaway i Magic scrivono una stagione da oltre 60 vittorie e Shaq termina con cifre quasi identiche a quelle dell’anno prima. L’unica differenza arriva nei playoffs dove O’Neal passa da 20 a 25.7 punti ai quali aggiunge 11.9 rimbalzi e 3.3 assists. Orlando elimina facilmente Boston al primo turno, al secondo lotta per 6 incontri con i Bulls di Michael Jordan (tornato da poco dal baseball) chiudendo 4-2 e poi, nelle finali di conference, fa 4-3 contro i Pacers di Reggie Miller e Coach Larry Brown. I Magic a tre anni dall’arrivo di Shaquille sono gia’ in finale e devono vedersela contro i Rockets. Houston, campione in carica, è guidata da Olajuwon, Drexler, Horry e Cassell ed ha dalla propria parte della bilancia molta più esperienza in partite dove la palla ad ogni possesso pesa come un macigno (l’anno precedente si laureò campione trionfando per 4-3 sui Knicks). I Texani, dopo aver vinto una rocambolesca Gara 1 (Orlando conduce di 20 all’intervallo ma si fa rimontare, sbaglia 4 liberi decisivi per chiudere la partita, va all’overtime e viene sconfitta), trionfano anche in gara 2, 3 e 4 completando lo sweep (il cappotto) e sono nuovamente Campioni NBA.
I Magic tentano nuovamente a vincere l’anello, ma la sorte non li premia. O’Neal salta 28 partite ma la squadra centra ugualmente i Playoff. Affrontano i Chicago Bulls in finale di conference, i quali, dopo aver analizzato la sconfitta dell’anno precedente, si rinforzano con il rimbalzista Dennis Rodman. Con Rodman la storia è diversa: Orlando viene spazzata via con un secco 4-0.

Arrivata l’estate del 1996 e Shaq, su pressione di Leonard Armato, il suo agente, attiva la clausola presente nel suo contratto per diventare free agent. La mente dei Lakers di allora è Jerry West, considerato uno dei migliori GM di sempre, che si mette immediatamente in contatto con O’Neal per cercare di convincerlo a cambiare squadra. Dieci anni fa non erano presenti regole ferree sul Salary Cap e sulla Luxury Tax ed il mercato si apre con un “colpo basso” per i Magic perché Alonzo Mourning, scelto dagli Hornets proprio dietro a O’Neal al Draft del 1992, firma un’estensione del suo contratto da 7 anni a 112 milioni di dollari. La dirigenza di Orlando, infatti, ha già messo in cantiere l’idea di un contratto triennale da 50 milioni di dollari ma ora Shaq, dopo quanto accaduto a Zo, non l’avrebbe nemmeno preso in considerazione. L’Owner della franchigia, indeciso sulla situazione da prendere, decide di mettersi nelle mani dei tifosi e così sull’Orlando Sentinel esce un pool che domanda ai lettori/tifosi se il Diesel (soprannome nato a causa della sua propensione a incrementare le proprie prestazioni nella seconda metà delle partite, proprio come i diesel), a loro avviso, avrebbe dovuto ricevere un contratto da più di 100 milioni di dollari e il verdetto è un secco “no”. Shaq, che da parte sua conferma sempre di aver considerato la squadra della Florida come la prima opzione, prende la “palla al balzo” e la usa per lasciare la città dove ha esordito, senza il rischio di ricevere l’etichetta di “traditore” (dopo tutto se il pubblico non lo voleva non aveva tutti i torti per decidere di andarsene)… Intanto Jerry West ha già preparato un ingaggio da 7 anni a 121 milioni di dollari su cui Shaq, il giorno prima dell’apertura dell’Olimpiade di Atlanta, mette la propria firma entrando a far parte a tutti gli effetti dei Los Angeles Lakers. I Magic, secondo alcune voci, quando si accorgono che O’Neal sarebbe davvero andato via, arrivano ad offrire poco meno dei 121 milioni di dollari ma la Città degli Angeli, con i suoi studi di registrazioni (nel frattempo ha già inciso qualche disco) e cinematografici, è molto più “interessante” rispetto ad Orlando. Il piano di Armato (licenziato qualche anno dopo) va a segno e Shaq entra a far parte di una delle organizzazioni più “anziane” e vincenti di sempre.

The Diesel mostra i muscoli
The Diesel mostra i muscoli

Nella serata del Draft NBA 1996 Jerry West, sicuro di avere O’Neal nel proprio roster, scambia il centro titolare Vlade Divac, ormai inutile, con la giovane guardia, che ha vissuto la sua infanzia in Italia, Kobe Bryant. Ma Bryant è ancora inesperto e il resto della squadra non è minimamente paragonabile all’organico con cui O’Neal giocava a Orlando, infatti, nonostante Shaq si confermi sempre più un centro dominante, nelle stagioni ’96/’97 e ’97/’98 vengono eliminati dagli Utah Jazz, rispettivamente in semifinale e in finale di conference e l’anno successivo, il ‘98/’99 dai San Antonio Spurs sempre in semifinale di conference con un risultato schiacciante di 4-0.
Durante l’estate del 1999 c’è un cambio, il quintetto viene rinforzato e in panchina arriva Phil Jackson. La stagione ’99/’00 segna definitivamente il dominio incontrastato da parte di Shaquille O’Neal, con una media di 29.7 punti e 13.6 rimbalzi a partita e guida i Lakers ai Playoff NBA, aumentando ulteriormente le sue medie e annientando le squadre avversarie: I Kings con un risultato di 3-2, i Suns 4-1 e infine i Portland Trail Blazers con un risultato molto combattuto di 4-3 in favore della squadra losangelina. Ad attenderli ci sono gli Indiana Pacers, ma O’Neal si supera ancora: 38 punti, 17 rimbalzi e 3 stoppate, queste sono le incredibili medie che “The Diesel” ha avuto durante le NBA Finals. Con esse arriva anche il Larry O’Brien Trophy e il Titolo di MVP delle Finali.
La stagione successiva segue sostanzialmente l’ombra di quella precedente. La svolta arriva durante i Playoff NBA: con un percorso immacolato di 11-0 i Los Angeles Lakers arrivano alle Finali NBA contro i Philadelphia 76ers, guidati da Allen Iverson. Tutto il mondo attende una schiacciante vittoria per 4-0, ma la prima partita è eroica: i Lakers sono guidati dai 60 punti di Shaq, ma con una grande rimonta i Sixers allungano la partita all’overtime e lì un grande Iverson (48 punti) si aggiudica la partita. Le altre 4 partite sono un monologo gialloviola, la serie finisce 4-1 per i Lakers ed è anche un back-to-back per il titolo di MVP per O’Neal.

La stagione seguente è una fotocopia dei due anni precedenti, ma questa volta Bryant comincia a lamentarsi del suo impiego da secondo violino. Il cammino è pressoché perfetto durante tutta la stagione, ai Playoffs non ci sono problemi fino alla finale di Conference contro i Sacramento Kings. Dopo 7 partite e un overtime sono i Lakers a spuntarla, anche nel turno successivo, contro i New Jersey Nets. The Diesel mostra un’altra volta la sua superiorità sul palcoscenico più importante, 37 punti e 13 rimbalzi sono le medie. È un three-peat anche per l’MVP delle Finals, vinto per la terza volta consecutiva da O’Neal.
La stagione ’02/’03 segna un leggero declino per Shaquille O’Neal, ma i 28 punti conditi da 11 rimbalzi di media consentono ugualmente di dominare la lega, ma non come l’anno prima, infatti, anche a causa di qualche infortunio di troppo, i Lakers sono eliminati nelle semifinali di Conference dai San Antonio Spurs, con un risultato di 4-2.

Il rapporto di amore e odio tra O'Neal e Bryant
Il rapporto di amore e odio tra O’Neal e Bryant

Durante l’estate del 2004 dal mercato free agent arrivano Gary Payton e Karl Malone. Questo è stato un motivo di discussione da parte dei giornali, infatti quattro futuri Hall of Famer insieme non possono coesistere nel migliore dei modi. Infatti i numeri di Shaq scendono di parecchio (21 punti a partita) ma la squadra arriva ai Playoffs e vince nettamente la prima serie, passa non senza difficoltà le altre due, e arriva per la terza volta in quattro anni alle Finali NBA. Di fronte a loro ci sono i Detroit Pistons, che, grazie all’asse Chauncey Billups-Ben Wallace, schiantano i Lakers per 4-1.
Shaq è stanco di tutte le discussioni che ci sono nello spogliatoio e, con una trade che coinvolge Lamar Odom, Caron Butler e Brian Grant, approda a Miami. Viene accolto da vero re e diventa fin da subito amico dell’altra stella della squadra, Dwyane Wade. Ai Playoffs i numeri sono in calo, ma il primo turno viene passato con scioltezza, nel secondo turno gli Heat si sfidano con i Pistons, Miami è in vantaggio 3-2, ma nei due match point manca Wade, quindi Detroit recupera e vince 4-3.

Shaquille sbarca a Miami
Shaquille sbarca a Miami


La rivincita arriva nei Playoffs dell’anno successivo, il 2006. Nelle finali di conference i Pistons non riescono a marcare O’Neal, e la franchigia della Florida si aggiudica la serie. Nelle Finals gli Heat affrontano i Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki. La serie finisce con la vittoria di Miami per 4-2, con una grande rimonta dopo un parziale di 2 partite perse e 0 vinte. Decisivo è Wade, che riceve il Titolo di MVP.

La stagione ’06/’07 comincia male per gli Heat, con l’infortunio di O’Neal. La franchigia ad inizio 2007 ha un periodo di sbando ma poi si riprende e approda ai Playoffs, dove però viene spazzata via dai Bulls per 4-0. L’anno successivo è quasi una fotocopia del precedente, la partenza è terribile (0-8), e The Diesel si infortuna all’anca a dicembre e lascia la squadra per un mese. Il 21 febbraio 2008 gli Heat scambiano Shaquille O’Neal ai Phoenix Suns in cambio di Shawn Marion e Marcus Banks. Con Shaq i Suns cambiano assetto e diventano meno veloci ma più competitivi, soprattutto in vista dei Playoffs.
All’arrivo a Phoenix si autoproclama “The Big Cactus” (Il grande cactus) e dopo un periodo di assestamento inizia a produrre le sue cifre (ovviamente non quelle ai tempi d’oro ai Lakers): 13 punti e 11 rimbalzi per ogni partita giocata. Con lui in squadra Phoenix riesce a vincere sette partite consecutive in regular season, ma restano molti dubbi sul suo inserimento. Questi dubbi trovano conferma nei Playoffs, dove i Suns incrociano i San Antonio Spurs e vengono eliminati al primo turno, con un secco 4-1.

Shaq in un'altra tappa della sua carriera: Phoenix
Shaq in un’altra tappa della sua carriera: Phoenix


The Diesel
resta in Arizona anche nella stagione ’08/’09 e viene nuovamente selezionato per l’All-Star Game del 2009, dopo aver mancato la “Partita delle Stelle” nel 2008, interrompendo una serie di 14 selezioni consecutive, però la squadra manca i Playoffs del 2009 per un soffio, finendo nona nella Western Conference.
Durante l’offseason O’Neal viene ceduto ai Cleveland Cavaliers in cambio di Aleksandar Pavlovic, Ben Wallace e una seconda scelta al Draft 2009. In Ohio affianca una superstar del calibro di LeBron James. È grazie allo stesso James che i Cavs vincono la Central Division con un record di 61-21. O’Neal mantiene la sua media punti in doppia cifra, 12, la stessa che tiene durante i Playoffs. Il Big Man recupera da un infortunio pochi giorni prima dell’inizio della post-season, e fa il suo ritorno in gara-1 della serie contro i Bulls. Cleveland vince contro Chicago 4-1 al primo turno, ma viene eliminata al secondo turno dai Boston Celtics per 4-2.

O'Neal con un altro grande giocatore: LeBron James
O’Neal con un altro grande giocatore: LeBron James

Il 4 agosto 2010 O’Neal firma un contratto biennale con i Boston Celtics al minimo salariale, ma gioca sole 36 partite e il 1º giugno 2011, tramite Twitter, annuncia il suo ritiro.

Nel settembre del 2013 acquista una quota azionaria dei Sacramento Kings, divenendo uno dei coproprietari della franchigia NBA. Da lì la franchigia verrà spesso soprannominata “Shaqcramento”, per l’assonanza tra il soprannome di O’Neal e la squadra californiana.

Shaq nella sua ultima esperienza, in maglia Celtics
Shaq nella sua ultima esperienza, in maglia Celtics

Dal 2011 Shaq è uno dei conduttori, insieme al presentatore Ernie Johnson e agli opinionisti ex-stelle NBA Kenny Smith e Charles Barkley, del celebre programma Inside the NBA, in onda su TNT. All’interno del programma oltre a partecipare come opinionista a vari dibattiti conduce la rubrica “Shaqtin’ a Fool” che, grazie alla diffusione su Internet, è diventata presto molto famosa. O’Neal sceglie e commenta le cinque giocate più comiche delle partite NBA della settimana.
Shaquille O’Neal, con i suoi 28590 punti realizzati, si classifica al sesto posto tra i giocatori con più punti segnati nella storia dell’NBA. È stato sicuramente uno tra i giocatori più forti degli anni ’90 e 2000 e, molto probabilmente, in futuro, verrà inserito nella Naismith Memorial Hall of Fame di Springfield, Massachussets tra i migliori giocatori di tutti i tempi.