La stagione passata è destinata a rimanere per sempre nella storia del basket NBA.
E’ stata la stagione del record dei Golden State Warriors (73 vittorie – 9 sconfitte, superati i Chicago Bulls del 1995/96) e del primo MVP unanime di sempre, Steph Curry. La stagione dell’indimenticabile Slam Dunk Contest, con la finale LaVine-Gordon, e dell’incredibile rimonta dei Cleveland Cavaliers, che hanno portato il primo, storico titolo in Ohio. E’ stata anche la stagione dei ritiri eccellenti, che hanno di fatto chiuso un’epoca. Prima Kobe Bryant, che è uscito di scena con la magica notte dei 60 punti agli Utah Jazz; poi, a giochi fermi, anche Tim Duncan e Kevin Garnett hanno detto “basta”.
Un’annata memorabile, non c’è che dire, perciò difficilmente ripetibile.
Il bello della NBA, però, è che ogni anno ci sono nuovi protagonisti, grandi sorprese e cocenti delusioni.
Dopo la solita, snervante attesa, una nuova stagione è finalmente alle porte, e ci sono almeno 10 motivi per seguirla con estrema curiosità.
1 – Il nuovo ‘Dream Team’

Non è l’All Star Game: Andre Iguodala (#9), Draymond Green (#23), Stephen Curry (#30), Kevin Durant (#35) e Klay Thompson (#11) giocheranno tutti nella stessa squadra…
Cosa succede quando alla squadra dei record viene aggiunto uno dei più grandi giocatori del pianeta? Ancora pochi giorni e lo scopriremo!
L’operazione che ha portato Kevin Durant ai Golden State Warriors non ha alcun tipo di precedente. In passato ci sono state unioni di grandi stelle (Pierce-Allen-Garnett a Boston, oppure James-Wade-Bosh a Miami), ma mai in una squadra reduce da due finali consecutive (di cui una vinta) e dalla miglior regular season di sempre.
Quest’anno più che mai, dunque, i riflettori saranno tutti puntati su questo nuovo ‘Dream Team’.
Se, da una parte, Steve Kerr potrà schierare, contemporaneamente, quattro All-Star (Kevin Drant, Stephen Curry, Klay Thompson e Draymond Green), di cui gli MVP delle ultime tre stagioni (Durant e Curry), e un Finals MVP (Andre Iguodala), è anche vero che l’ultimo Coach Of The Year dovrà fronteggiare parecchie insidie.
Le maggiori incognite sono legate alle gerarchie. Curry, Durant e Thompson sono giocatori abituati a mettere 30 punti ogni sera. Visto che è altamente improbabile che in tre ne facciano automaticamente 90, almeno uno di loro vedrà le sue cifre piuttosto ridimensionate (i casi di Chris Bosh e Kevin Love insegnano). Chi sarà, dunque, a fare un passo indietro?
Il maggiore indiziato è Klay Thompson, con KD e Steph a spartirsi il resto del bottino, un po’ come lo stesso Durant faceva con Russell Westbrook ai Thunder. Ad Oklahoma City, però, non c’era un ‘terzo violino’ con lo status del numero 11, che difficilmente si accontenterà delle ‘briciole’. E quanto resterebbe, poi, a Draymond Green?
Dal punto di vista tattico, con l’aggiunta del numero 35 i giochi d’attacco dovranno essere per forza di cose rivisti, con il rischio di scontentare l’una o le altre superstar. C’è poi la questione relativa al reparto lunghi, nettamente indebolito dalle partenze di Andrew Bogut, Festus Ezeli e Marreese Speights.
C’è da riconoscere, comunque, che Steve Kerr sembra l’allenatore più adatto per sbrogliare questo tipo di ‘matassa’. D’altronde, Golden State ha quasi vinto le ultime Finals pur con una copia sbiadita degli Splash Brothers, giocando divinamente di squadra nelle prime due partite della serie e chiudendo con il miglior realizzatore a quota 20 punti (Shaun Livingston in gara-1). Risulta estremamente faticoso, però, pensare che ciò possa accadere con le tante stelle a pieno servizio.
Ultima, ma non certo ultima avversaria di questi Warriors sarà la colossale pressione che graverà su di loro e su KD.
La decisione di quest’ultimo di accasarsi nella Baia lo ha reso il giocatore più odiato della NBA, per cui tutti (dai detrattori ai media) lo aspetteranno al varco, senza nessuna intenzione di perdonargli il minimo errore (non ricorda un po’il caso di un altro giocatore estremamente talentuoso, che ora di detrattori non ne ha più?).
Le troppe aspettative hanno finito col ‘soffocare’ fior di squadre, anche nel recente passato. Dai primi Miami Heat dei ‘Big Three’ ai Los Angeles Lakers di Nash-Bryant-Metta-Gasol-Howard, fino ad arrivare agli stessi Warriors del 73-9 (frenati anche dalle troppe energie spese per agguantare l’epocale record). D’altronde si sa, “da grandi poteri…”. Succederà lo stesso anche ai ‘Dubs’? Manca davvero poco all’inizio dell’ ‘esame’…
Al netto di tutti questi dubbi, però, una cosa è certa: veder giocare tutti questi fenomeni assieme per un’intera stagione sarà uno spettacolo. Anzi, un Sogno.
2 – Ancora padroni?

LeBron James e compagni portano il Larry o’Brien Trophy a Cleveland
Se sui grandi Warriors aleggiano diversi dubbi, non si può dire altrettanto dei campioni NBA in carica.
I Cleveland Cavaliers iniziano la stagione con più certezze che mai, a caccia di un back-to-back che i tifosi, fino a qualche anno fa, non potevano nemmeno permettersi di sognare.
Il rinnovo di J.R. Smith ha di fatto ricomposto in toto (con la sola eccezione di Timofey Mozgov, passato ai Lakers) la squadra che, pochi mesi fa, portò a casa il primo titolo nella storia della franchigia.
In più, l’estate ha portato due veterani di sicuro affidamento come Mike Dunleavy e ‘Birdman’ Chris Andersen.
Con un LeBron James che sicuramente non farà gli straordinari fino all’inizio dei playoff, molto probabilmente sarà Kyrie Irving a ‘tirare la volata’ al Re. Ciò permetterà a LBJ di arrivare pronto all’ennesimo appuntamento col destino (a cui, di solito, il numero 23 risponde con un sonoro “presente!”), mentre ad Uncle Drew potrebbe fruttare una candidatura ad MVP stagionale (ormai unico tassello mancante del suo già straordinario palmares).
La maggiore certezza, però, sarà quella di avere ben poche rivali (ad essere generosi) per il dominio della Eastern Conference.
Certo, parecchie squadre si sono rinforzate in off-season (Indiana, Chicago, New York e Boston su tutte), ma nessuna di esse sembra ancora in grado di poter giocare un brutto scherzo ai campioni NBA.
Arrivare ‘freschi’ alle ennesime Finals (sarebbero le settime consecutive per King James) potrebbe rappresentare un enorme vantaggio; l’epica rimonta sugli ‘spompati’ Warriors è lì a dimostrarlo.
Se coach Tyronn Lue dimostrasse di aver finalmente in mano le redini della squadra (tradotto: se LeBron accettasse di cedergli il posto) e riuscisse anche a tirar fuori qualcosa in più da Kevin Love (mai inseritosi appieno nel nuovo contesto), le possibilità di un repeat sarebbero tutt’altro che remote. Con buona pace degli svariati pronostici, per i quali la dinastia Warriors è già cominciata…
3 – Bulls (R)Evolution

Da sinistra: Jimmy Butler, Robin Lopez, Rajon Rondo e Dwyane Wade
C’è aria nuova a Chicago. Non è il proverbiale vento gelido che sferza abitualmente la città, e nemmeno la rivoluzione che in molti si aspettavano dopo gli addii di Derrick Rose, Pau Gasol e Joakim Noah; che sia la fine di un’era, però, è fuori discussione.
Archiviato ufficialmente il ciclo dell’eterna incompiuta che, con un Rose MVP e giocatori del calibro di Noah, Carlos Boozer e Luol Deng, non riuscì mai nemmeno a sfiorare i traguardi più prestigiosi, con l’imminente stagione inizia una fase di ‘transizione’, in attesa di capire quali siano i progetti futuri.
A pochi giorni di distanza dalla cessione del numero 1 ai New York Knicks, infatti, la dirigenza si è assicurata (per almeno due anni) le prestazioni dei super-veterani Rajon Rondo e Dwyane Wade, due campioni che, in passato, diedero non pochi dispiaceri alla squadra allenata allora da Tom Thibodeau.
Insieme a questi pluridecorati atleti è arrivato un altro giocatore di esperienza come Robin Lopez, assoluta garanzia nel pitturato, ma non certo futuribile.
E’ proprio qui che nascono le perplessità nei confronti dei rivoluzionati (ed evoluti?) Bulls: per il presente nessun problema, per il futuro invece? E soprattutto, Rondo e Wade possono ancora guidare una squadra al titolo?
La risposta più scontata appare la seconda: gli ex-leader di Celtics e Heat sono tra i più grandi cestisti della loro generazione, ma l’impressione è che le cartucce migliori siano già state sparate.
Qui entra in gioco Jimmy Butler, finalmente leader designato (anche per voce degli stessi RR9 e D-Wade) della squadra, dopo gli anni trascorsi – almeno sulla carta – come ‘scudiero’ di Rose. Se tutti gli ingranaggi dovessero girare per il verso giusto, il numero 21 potrebbe anche intromettersi nella corsa all’MVP, e le cose si farebbero davvero interessanti nella ‘Windy City’.
Per quanto riguarda il primo quesito, invece, non si può nascondere che il GM Gar Forman e soci stiano accumulando un nucleo di giovani piuttosto interessante.
L’ultimo arrivato si chiama Michael Carter-Williams, arrivato dai Milwaukee Bucks in cambio di un Tony Snell ormai fuori dai piani di coach Fred Hoiberg. Sebbene MCW si sia un po’ ‘perso’, dopo il sensazionale anno da rookie in quel di Philadelphia, le sue potenzialità sono indubbie. Avere Rajon Rondo come mentore, poi, potrebbe farlo tornare agli antichi splendori.
L’ex Rookie Of The Year (classe 1991) si unisce ai vari Nikola Mirotic (1991), Doug McDermott (1992), Bobby Portis (1995), Denzel Valentine (1993), Jerian Grant (1994), Cristiano Felicio (1992) Spencer Dinwiddie (1993) e Paul Zipster (1994). Tra questi nomi potrebbero nascondersi i pilastri su cui costruire i Bulls del futuro. Senza contare che lo stesso Butler ha solo 27 anni…
4 – La grande scommessa

Derrick Rose con la nuova maglia numero 25 dei New York Knicks
Altri ‘osservati speciali’ della prossima stagione saranno i New York Knicks.
Il destino della franchigia della Big Apple si è intrecciato a doppio filo con quello dei Chicago Bulls, dopo la controversa trade che ha portato a Manhattan Derrick Rose.
Se fossimo nel 2011, l’operazione-Rose sarebbe il più grande colpo dell’ultima off-seaon. Purtroppo, però, il nuovo numero 25 dei Knicks non è più (e non tornerà mai) lo strabiliante fenomeno che, cinque anni fa, fu il più giovane MVP della storia. I gravi infortuni subiti negli ultimi anni lo hanno estremamente limitato, sia fisicamente che, forse, psicologicamente.
Il D-Rose che approda alla corte di Phil Jackson e Jeff Hornacek è sicuramente un buonissimo giocatore, ma lontano anni luce dagli anni d’oro. Per questo motivo, la scelta della dirigenza di sacrificare Robin Lopez, Josè Calderon e Jerian Grant è stata accolta da non poche critiche.
Quella di Jackson è quindi una vera e propria scommessa, che però potrebbe rivelarsi tutt’altro che azzardata.
Qualora l’esperimento dovesse fallire, infatti, il rapporto tra la squadra ed il playmaker da Englewood (Chicago) si interromperebbe con la scadenza del contratto, senza troppi rimpianti. Se invece l’ex numero 1 dei Bulls dovesse anche solo avvicinarsi agli antichi fasti, magari restando in salute, trasformerebbe di colpo New York nella più scomoda delle avversarie.
Anche perché i Knicks si sono notevolmente rinforzati rispetto alle stagioni passate; oltre a Rose, dai Bulls è arrivato il free-agent Joakim Noah (un altro giocatore piuttosto frenato dagli infortuni, nel recente passato) , e il roster sì è ulteriormente arricchito con gli innesti di Courtney Lee, Brandon Jennings (altra scommessa di Jackson) e del rookie Willy Hernangomez.
Come successo l’anno scorso, però, tutto ruoterà attorno alla coppia Carmelo Anthony – Kristaps Porzingis. ‘Melo’ sa che il tempo non fa prigionieri; i numeri #32 e #0 di fianco alle voci “età” e “titoli NBA” stanno a significare che gli restano ancora tre/quattro anni per cercare di coronare una carriera da Hall Of Fame con il più prestigioso dei trofei.
Il giovanissimo lettone, invece, ha appena cominciato. Dopo una fantastica (e assolutamente inattesa) stagione da rookie, GODzingis (soprannominato così dagli stessi ‘tifosi’ che lo fischiarono sonoramente al draft) sembra avere tutte le carte in regola per diventare il leader dei Knicks del futuro. Sempre che la smodata attenzione mediatica non finisca per schiacciarlo…
5 – L’anno ZERO

Lo sguardo di Russell Westbrook non promette nulla di buono… per i suoi avversari
Dopo il doloroso addio di Kevin Durant, gli Oklahoma City Thunder si trovano all’anno zero. In tutti i sensi, visto che la prossima stagione potrebbe essere quella della definitiva consacrazione del loro numero 0, Russell Westbrook.
Il playmaker (anche se il termine è abbastanza riduttivo) da UCLA, senza la preziosa ma ingombrante presenza di KD35, avrà carta bianca e la squadra al suo servizio. Sarà lui a dover trascinare la squadra, mantenendola tra le big dell’agguerrita Western Conference.
Se, nelle scorse stagioni, RW si è contraddistinto per le innumerevoli triple-doppie (ben 18 nel 2015/16, solo Magic Johnson come lui nelle ultime 50 regular seasons), quest’anno ‘WestBeast’ sarà il principale finalizzatore degli schemi offensivi di coach Billy Donovan. Più che legittimo, dunque, aspettarsi da lui prestazioni mostruose. Dovesse riuscire a portare OKC tra le prime tre/quattro ad Ovest, una sua candidatura al premio di MVP sarebbe sacrosanta.
Oltretutto, pare che il rapporto con il nuovo numero 35 degli Warriors non si sia chiuso nel migliore dei modi. L’11 febbraio 2017, Golden State farà visita alla Chesapeake Energy Arena; preparate i popcorn (e rinforzate i ferri)!
Nonostante la partenza di KD, giocatore simbolo della franchigia fin dalla stagione inaugurale (2008/09, primo anno dopo il trasferimento da Seattle), i Thunder possono contare su un roster molto solido.
Alla ‘vecchia guardia’ formata da Westbrook (fresco di rinnovo), Andre Roberson, Enes Kanter e Steven Adams si sono aggiunti elementi estremamente validi come Victor Oladipo, Ersan Ilyasova e i due rookie Domantas Sabonis e Alex Abrines. Tutti giocatori di grande talento, su cui Donovan sembra voler puntare con decisione.
Con una rosa del genere e con le gerarchie ben chiare, guai a sottovalutare questa squadra.
6 – The Next Big Team

Andrew Wiggins (a sinistra) e Karl-Anthony Towns; “big things gonna happen…”
C’è una grossa ombra che incombe sul futuro della lega. Arriva dal freddo nord, e ha le sembianze di un giovane lupo.
I Minnesota Timberwolves sono, per distacco, la squadra di maggior prospettiva dell’intera NBA.
Con la cessione di Kevin Love ai Cleveland Cavaliers, nel 2014, venne data un’incredibile ed inaspettata svolta alla storia di questa franchigia; i Cavs mandarono a Minneapolis la prima scelta assoluta al draft, quell’Andrew Wiggins che, qualche mese dopo, verrà eletto Rookie Of The Year. Nel frattempo, un’altra matricola, Zach LaVine, metteva in mostra le sue notevoli doti. Non solo quelle – incredibili – di schiacciatore, ma anche una grande versatilità, che lo portò presto a conquistare un posto in quintetto.
Nonostante le due giovani promesse, la prima stagione senza Love finì con il peggior record NBA. Poco male, anzi; il pessimo risultato portò alla vittoria nella draft lottery, che si tradusse in Karl-Anthony Towns, lungo da Kentucky.
L’impatto di Towns con il basket professionistico non ha eguali, nella storia recente della lega; 18,3 punti e 10,5 rimbalzi, miglior rookie in tutti e sei i mesi di regular season e Rookie Of The Year all’unanimità. Un esordio da far impallidire persino quello di Wiggins, quasi ‘oscurato’ dal compagno di squadra.
Questi due fenomeni sono le stelle più brillanti di una galassia in continua evoluzione. LaVine continua a migliorare, così come Gorgui Dieng e Shabazz Muhammad. Tyus Jones ha avuto poco spazio nel suo primo anno in NBA, ma al college ha dimostrato di poter essere un protagonista (lui e Jahlil Okafor portarono Duke al titolo NCAA 2015).
L’estate appena trascorsa ha aggiunto ulteriore carne al fuoco; dal draft è arrivato Kris Dunn, playmaker dalle spiccate capacità realizzative, mentre in panchina è stato chiamato nientemeno che Tom Thibodeau. L’ex ‘sergente’ dei Chicago Bulls, noto per essere uno specialista della difesa, darà ai giovani Wolves una dimensione inedita, che potrebbe accelerarne la scalata ai piani alti della Western Conference.
Parlare di playoff sembra francamente prematuro. Attenzione però: Towns è davvero tanta roba, e sembra un vero e proprio predestinato. Occhio anche al terzo anno di Wiggins, finora esploso solo in parte, e di LaVine, che potrebbe ulteriormente ‘sgrezzarsi’. Se anche Dunn dovesse confermare le grandi aspettative, la questione si farebbe decisamente seria… E se il futuro fosse già qui?
7 – Un nuovo inizio

Ben Simmons (#25) e Brandon Ingram, le grandi speranze di Sixers e Lakers
Dopo aver toccando il fondo (e scavato ben più in basso) due ‘nobili decadute’ si preparano ad una lunga risalita.
Come da (splendida) tradizione negli sport americani, dopo anni di sconfitte e umiliazioni arriva l’occasione per il riscatto e il ritorno alla gloria. Per Philadelphia 76ers e Los Angeles Lakers, questa occasione è arrivata con il draft NBA 2016.
Con la prima scelta assoluta, Phila ha selezionato Ben Simmons, annunciato da diverso tempo come la nuova, grande sensazione del basket USA. Il suo unico anno a Louisiana State University è stato tanto positivo a livello individuale, quanto negativo per la sua squadra, esclusa dal torneo NCAA.
Nei primi scampoli di partita con i Sixers (tra Summer League e preseason), Simmons ha messo in mostra eccellenti doti da all-around player (giocatore capace di fare tutto sul campo) e una predilezione per gli assist ad effetto. Tutto molto incoraggiante per coach Brett Brown. Peccato, però, che a pochi giorni dall’inizio del training camp sia arrivata la notizia di un infortunio al piede, che terrà ai box il ‘ragazzo prodigio’ a tempo indeterminato.
In attesa del nuovo ‘messia’ (l’ultima prima scelta dei Sixers fu tale Allen Iverson nel 1996), Phila potrà consolarsi con l’attesissimo debutto di Joel Embiid.
Il centro camerunese (che nel 2014, se sano, sarebbe stato chiamato prima di tutti al draft) non ha ancora disputato un singolo incontro in NBA, per via di un infortunio al piede che lo ha tormentato per due intere stagioni.
Finalmente, il momento del tanto atteso debutto è arrivato. Dalle prime apparizioni, sembra che questo colosso di 213 cm per 113 kg sia ancora l’autentico portento che stupì gli scout di tutta America. Con la straordinaria presenza sotto canestro unita ad un’eccezionale sensibilità tecnica, Embiid potrebbe imporsi di prepotenza nella corsa al premio di Rookie Of The Year.
Dal suo impatto e dal rientro di Simmons dipenderanno le sorti della franchigia, così come le scelte dirigenziali.
Il reparto lunghi, infatti, è decisamente sovraffollato; oltre a questi due (Simmons può giocare in diversi ruoli, ma non sfigurerebbe da ‘4’) ci sono anche Nerlens Noel, Jahlil Okafor e Dario Saric (sbarcato in NBA dopo due anni di ‘esilio volontario’ in Europa). Probabile che uno o due tra questi giovanissimi talenti possano cambiare maglia, da qui al termine della stagione.
Tornando al draft 2016, la seconda scelta è stata quella dei Lakers, che hanno messo le mani su Brandon Ingram, ala di Duke dall’impressionante somiglianza (fisica e tecnica) con Kevin Durant.
In casa gialloviola, la stagione che sta per cominciare segnerà l’inizio di una nuova era. Senza più l’ingombrante presenza del grande Kobe Bryant, toccherà ai giovanissimi talenti del roster prendere le redini della squadra.
Ingram e l’altro rookie Ivica Zubac (che ha mostrato ottime cose in Summer League) completano un roster dalle indiscutibili potenzialità, che in futuro potrebbe far parlare, eccome, di sé.
Dopo l’addio del Black Mamba, il leader dei nuovi Lakers potrebbe essere D’Angelo Russell. Dopo un inizio stentato, la seconda scelta al draft 2015 è cresciuta esponenzialmente nella seconda parte della passata stagione, dimostrando oltretutto di avere “il ghiaccio nelle vene” (come ama sottolineare platealmente dopo ogni canestro pesante).
Ad aiutarlo ci sarà Jordan Clarkson. Arrivata a L.A. nell’indifferenza generale (46esima chiamata al draft 2014), la guardia di origini filippine ha stupito tutti, conquistandosi un ruolo di primissimo piano in maglia gialloviola. Le sue ottime prestazioni, in una squadra che aveva già Kobe e Lou Williams nella sua posizione, hanno convinto la dirigenza a puntare su di lui, concedendogli un importante prolungamento di contratto (50 milioni in quattro anni).
Già una certezza, nonostante la giovane età (classe 1993), anche Larry Nance Jr.; dovesse finalmente esplodere anche Julius Randle (di fatto un secondo anno, vista l’intera stagione da rookie saltata per infortunio), la truppa guidata dal nuovo coach Luke Walton sarebbe davvero pronta a spiccare il volo.
A fare da mentori ai giovani talenti ci saranno i veterani Lou Williams, Metta World Peace (ammesso che questo sia il suo attuale nome), Nick Young e i nuovi arrivati, Josè Calderon e gli strapagati Luol Deng e Timofey Mozgov.
Insomma, le premesse per mettere fine ai dolorosi anni bui di queste due franchigie, che ai tempi di Magic Johson e Julius Erving si contendevano titoli su titoli, sembrano esserci tutte. Che una nuova era abbia inizio!
8 – Who’s the real MVP?

LeBron James marcato da Stephen Curry
La grandiosa stagione passata ha riaperto un dibattito che, in questi ultimi anni, non si è mai chiuso del tutto: chi è il vero numero uno della NBA attuale, Stephen Curry o LeBron James?
Il #30 è reduce da due annate irripetibili. Per i suoi Golden State Warriors sono arrivate due finali, un titolo NBA e il miglior record di sempre in regular season, mentre per il loro leader due trofei di MVP consecutivi (di cui uno all’unanimità). King James, invece, ha preferito concentrare gli sforzi per le partite decisive, disputando sei edizioni consecutive delle Finals a livelli mostruosi (escluse quelle contro Dallas nel 2011, decisamente sottotono) e portando a casa tre anelli (e tre Finals MVP), l’ultimo dei quali proprio nel secondo atto del dualismo tra Golden State e i suoi Cleveland Cavaliers.
Fermo restando che il quesito lascia il tempo che trova (il concetto di ‘migliore’ è per forza di cose non oggettivo), la stagione che sta per iniziare promette di chiudersi con l’ennesimo scontro fra i due MVP. Saranno davvero questi due fenomeni a contendersi, oltre al Larry O’Brien Trophy, anche l’ambita statuetta di Most Valuable Player? Ci sono diversi presupposti per farmi pensare che non sarà così.
LeBron James non ha più nulla da dimostrare. Il suo posto nella leggenda è stato definitivamente consolidato con lo storico titolo portato in Ohio (primo nella storia dei Cavs), e i quattro premi di MVP ricevuti in carriera potrebbero anche bastargli. Soprattutto, le ultime stagioni di LBJ hanno messo in luce una strategia ben precisa: ‘passeggiare’ da ottobre ad aprile, per poi alzare esponenzialmente l’intensità con l’arrivo dei playoff e delle Finals.
Steph, invece, avrà un ‘ostacolo’ (assurdo definirlo così, lo so…) non indifferente nella caccia al personalissimo three-peat: Kevin Durant. Con l’arrivo nella Baia del numero 35, il controllo della squadra dovrà essere inevitabilmente ‘spartito’ tra i due fenomeni, senza contare la presenza di altri due All-Star come Klay Thompson e Draymond Green.
Per lo stesso motivo, nemmeno KD potrà essere il padrone assoluto dei suoi, come successe invece ad Oklahoma City nel 2014 (anno in cui Durant fu eletto MVP).
Con queste premesse, è dunque lecito aspettarsi dei nomi nuovi per la corsa al prestigioso trofeo.
In cima alla lista dei pretendenti non può che esserci Russell Westbrook. Il numero 0 dei Thunder si presenta all’appuntamento con la nuova stagione più motivato che mai. La ‘rottura’ con l’ex ‘gemello’ KD, una squadra da trascinare ai playoff e il ruolo di leader indiscusso; tutti i presupposti per un’annata da consegnare alla storia.
Abbastanza simili (anche se in questo caso non ci sono stati ‘tradimenti’) le situazioni di Jimmy Butler e James Harden.
Sia i Chicago Bulls, che gli Houston Rockets sono in una fase di transizione, in seguito a continue delusioni e alle partenze di giocatori importanti (Derrick Rose e Dwight Howard). Butler da una parte e Harden dall’altra avranno carta bianca, e l’intera squadra al loro servizio (anche se pensare a Rajon Rondo e Dwyane Wade come ‘scudieri’ risulta ancora difficile). Una grande stagione di queste due franchigie metterebbe di diritto i loro due ‘maschi alfa’ nella lista dei pretendenti.
Leggermente avvantaggiati, però, saranno coloro che avranno una grande squadra alle spalle. Per questo motivo, buttare un euro su uno tra Paul George e Kawhi Leonard potrebbe non essere poi un grosso azzardo.
PG13 è tornato agli straordinari livelli del pre-infortunio, e quest’anno i suoi Indiana Pacers promettono grandi cose, forti anche degli innesti di Jeff Teague, Thaddeus Young e Al Jefferson.
Leonard, dal canto suo, migliora stagione dopo stagione. Dopo i due Defensive Player Of The Year Awards consecutivi, il leader dei San Antonio Spurs, uno dei giocatori più completi della storia recente, potrebbe dare fastidio anche in ottica MVP. D’altronde, i suoi Spurs sembrano decisamente attrezzati per disputare un’ottima stagione.
Un altro nome da tenere d’occhio potrebbe essere quello di Kyrie Irving, per tutti i motivi elencati in precedenza. La squadra forte alle spalle c’è (chi meglio dei campioni NBA?), e il quasi certo impiego ‘part-time’ di LeBron James potrebbe consegnare ad Uncle Drew le chiavi della squadra, almeno fino ad aprile. Il playmaker dei Cavs, che in soli cinque anni di attività ha collezionato una sfilza di trofei (Rookie Of The Year, MVP del Rising Star Challenge, vincitore della gara di tiro da tre punti, MVP dell’All Star Game, MVP dei Mondiali, campione NBA e medaglia d’oro olimpica), sembra pronto al salto definitivo nell’elite dei più grandi.
Più defilati, invece, troviamo i vari Anthony Davis, John Wall, Damian Lillard e Karl-Anthony Towns; tutti giocatori stratosferici, ma la cui candidatura dipenderà dai risultati, troppo spesso altalenanti, delle rispettive franchigie.
9 – Welcome to the NBA!

Da sinistra: Buddy Hield, Ben Simmons, Brandon Ingram e Kris Dunn posano con il commissioner NBA Adam Silver la sera del draft
Come ogni anno, un particolare occhio di riguardo verrà riservato a coloro che faranno il loro debutto nel dorato mondo della NBA. Visto ciò che hanno fatto i vari Towns, Porzingis, Booker, Winslow, Russell, Turner ecc., reggere il confronto con la classe del 2015 sarà difficilissimo.
L’ultimo draft, però, è uno dei più indecifrabili degli ultimi anni: se è vero che ci sono due superstar annunciate (Ben Simmons e Brandon Ingram), è altrettanto vero che molti degli altri prospetti sono tutti da scoprire.
Uno dei giovani che meglio ha impressionato tra Summer League e preseason è stato Jaylen Brown. L’ala dei Celtics, chiamata con la terza scelta assoluta (scelta che la dirigenza aveva cercato in tutti i modi di scambiare), sta dimostrando abilità eccezionali, sia in penetrazione (dove arriva spesso e volentieri sopra il ferro), che dalla lunga distanza.
Anche Marquese Chriss dei Phoenix Suns sta sorprendendo. La bizzarra decisione di scegliere sia lui, sia il pari-ruolo Dragan Bender ha dato vita fin da subito ad una sana competizione tra i due, ma pare che a spuntarla, finora, sia proprio il giovanissimo (classe 1997) prodotto di Washington University.
Esclusi Simmons (che starà fermo per infortunio fino a data da definire) e Ingram, ci sono altri giocatori che arrivano in NBA con aspettative altissime.
Kris Dunn dei Minnesota Timberwolves, ad esempio. Messasi in mostra a Providence per le sue grandi doti realizzative, la giovane point guard va ad infoltire ulteriormente la squadra più futuribile della lega, che con il suo innesto potrebbe definitivamente decollare. Oppure Buddy Hield, reduce da una sensazionale stagione in cui ha guidato gli Oklahoma Sooners alle Final Four NCAA (attirando al palazzetto spettatori del calibro di Kobe Bryant, in onore del quale Buddy indossa il numero 24). Se Dunn può vantare ottime doti realizzative, la nuova guardia dei New Orleans Pelicans ha terrificanti doti realizzative. Il nativo delle Bahamas potrebbe essere il partner ideale per Anthony Davis, con cui formerebbe un one-two-punch da K.O..
Anche Domantas Sabonis arriva carico di aspettative. Normale, se sei figlio di una leggenda come il grande Arvydas; tuttavia, il giovane Domantas ha saputo costruirsi una reputazione per conto proprio, grazie alle ottime stagioni trascorse a Gonzaga.
Reputazione ottima anche per Denzel Valentine, la cui carriera a Michigan State è stata un continuo crescendo. I suoi Chicago Bulls potrebbero aver pescato un coniglio dal cilindro anche con Paul Zipster, chiamato con la scelta numero 48 e autore di una buonissima preseason.
Sempre in ottica steal of the draft (giocatori chiamati tardi, ma che potrebbero avere grandi carriere), occhio a Brice Johnson (Clippers, scelta numero 25), Ivica Zubac (Lakers, 32) e Kay Felder (Cavaliers, 54).
Tenendo ben presente che, spesso, ci vogliono anni per poter giudicare le scelte dei vari general manager, sarà comunque interessante vedere quali saranno stati i grandi colpi, così come le grandi delusioni, dell’ultimo draft.
Infine, quest’anno ci saranno alcuni atleti, selezionati nei draft precedenti, che faranno solo ora il loro debutto sul palcoscenico più prestigioso al mondo.
Se Alex Abrines (Thunder) e Dario Saric (Sixers) sono rimasti volontariamente in Europa, il centro camerunese Joel Embiid (Sixers) è stato costretto a due anni di stop per un brutto infortunio al piede. Viste le potenzialità del giocatore, e vista soprattutto la sua preseason, ci sono tutte le premesse affinché questo 2016/17 sia l’inizio di una folgorante carriera. Staremo a vedere; nel frattempo, Welcome to the NBA!
10 – Italians

Danilo Gallinari (#8 ) e Marco Belinelli (#3) con la maglia della Nazionale
Sembrano lontanissimi i tempi in cui quattro giocatori italiani calcavano contemporaneamente i parquet NBA. Dopo che Gigi Datome ha salutato – nel 2015 – gli Stati Uniti per andare a fare le fortune del Fenerbahce ad Istanbul, anche Andrea Bargnani ha chiuso la sua decennale carriera NBA, accasandosi al Saski Baskonia.
Saranno dunque i soli Marco Belinelli e Danilo Gallinari i nostri rappresentanti nel campionato di basket più bello del mondo. Entrambi i nostri connazionali sono a caccia di riscatto; oltre alla tremenda delusione del torneo preolimpico di Torino (perso dall’Italia in finale), sono infatti reduci da una stagione non felicissima con le rispettive franchigie.
Belinelli è stato risucchiato nel ‘buco nero’ di Sacramento. Dilaniati dalla faida interna tra il coach, George Karl, e la star della squadra, DeMarcus Cousins, i Kings sono letteralmente implosi, collezionando l’ennesima stagione fallimentare dalla fine di ‘The Greatest Show On Court’ (ormai è passato più di un decennio…). Una volta infranti i sogni di gloria (?), il Beli è stato scambiato, la sera del draft, con gli Charlotte Hornets.
La nuova franchigia sembra il posto giusto in cui far ripartire la carriera di Marco. Michael Jordan e il suo staff hanno allestito un ottimo roster. Sebbene le partenze di Jeremy Lin, Courtney Lee e Al Jefferson abbiano un certo peso, i loro sostituti (Ramon Sessions, Belinelli e Roy Hibbert) potrebbero non farli rimpiangere.
Marco partirà probabilmente dalla panchina, ma non c’è dubbio che questa stagione possa regalargli, finalmente, nuove soddisfazioni.
Con il ritorno di Michael Kidd-Gilchrist (assenza pesantissima l’anno scorso), il rinnovo di Nicolas Batum e Marvin Williams e la possibile esplosione delle giovani guardie Kemba Walker e Jeremy Lamb, il ronzio degli Hornets potrebbe sentirsi molto forte, ai piani alti della Eastern Conference.
Gallinari è reduce da quella che forse è stata la sua miglior stagione, a livello individuale. Dopo un sontuoso mese di gennaio si è parlato addirittura di All Star Game, sogno presto sfumato (la concorrenza era decisamente agguerrita).
I suoi Denver Nuggets, però, stanno attraversando un periodo di transizione. I playoff mancano ormai dal 2013 (anche se sembra passato un secolo), e gli sforzi della dirigenza sono concentrati sulla costruzione del team del futuro.
Gli ultimi draft hanno portato in Colorado giovani talenti provenienti da diverse parti del mondo; Emmanuel Mudiay (Congo), Jusuf Nurkic (Bosnia), Nikola Jokic (Serbia) e l’ultimo arrivato, Juan Hernangomez (Spagna). Oltre a loro, coach Mike Malone avrà a disposizione interessantissimi prospetti ‘born in the U.S.A.’ come Gary Harris, Jamal Murray, Malik Beasley e Jarnell Stokes. Quest’ultimo è reduce da una gloriosa stagione in D-League, in cui ha trascinato al titolo i suoi Sioux Falls Skyforce ed è stato nominato MVP sia della regular season, sia delle finali.
Con tutti questi giovani, chi può dire che i progetti futuri dei Nuggets non prevedano la cessione del Gallo, attuale uomo-franchigia?
Paradossalmente, un’operazione del genere potrebbe portare vantaggi sia alla squadra, che continuerebbe spedita nella rifondazione, sia a Danilo, che potrebbe finire in una squadra con maggiori ambizioni. Del resto, lo diceva lui stesso qualche tempo fa: “Mi sono rotto le palle di perdere”…











I ragazzi e le ragazze, di età compresa tra i 7 e i 17 anni, provenienti da tutta Italia, ma anche dagli Stati Uniti, hanno avuto la possibilità di passare molto tempo con il campione italiano, dentro e fuori del campo, e hanno cercato di approfittare della sua esperienza, e di quella dello staff tecnico, per migliorare diversi aspetti del gioco.
Il Gallo Camp 2016 è stato supportato dalla National Basketball Association (NBA), che ha collaborato anche nell’organizzazione di un clinic di NBA Cares, condotto da un coach NBA, che ha visto come protagonista un gruppo di 20 atleti di Special Olympics. Nel corso del clinic i giocatori, di età compresa tra i 18 e i 32 anni, hanno avuto la possibilità di migliorare i propri fondamentali e la propria conoscenza della pallacanestro, grazie a una serie di esercizi ed attività divertenti.



